Lavorando con le parole capita – giocoforza – di riflettere sul loro uso e abuso.

Sembrano vagamente migliorati i tempi del funesto "attimino", tormentone dalle svariate applicazioni ("è un attimino scomodo", "sono un attimino stanca", "vorrei riflettere un attimino", ecc.). Anche se incombe sempre sulle nostre teste, come la nuvoletta di fantozziana memoria.

Purtroppo è sempre in voga il "teatrino", spalmato sulla politica come burro su una fetta di pane.

E "scendiamo sempre in campo", tutti, in ogni occasione.

Poi ci sono le mode gergali. Oggi va molto il famoso "Ci sta".

Fino a quindici anni fa non si usava.

Personalmente, lo trovo orripilante.

"Sei andato a casa perché avevi voglia di andartene? Ci sta".

Ci sta? Non ci sto io, mi sa…

No, decisamente non mi piace. La trovo una brutta espressione.

Soprattutto, non mi piace l’abuso di parole e modi di dire.

In questa direzione, assistiamo all’inflazione delle "ottimizzazioni" e delle "attivazioni"...

"Stiamo ottimizzando i risultati". Ottimo.

"Mi sto attivando". Come? Con una pila Duracell?

Insomma, che lagna…