Una volta un santo tenne una conferenza sul potere del mantra. Stava dicendo: "Il mantra ha il potere di condurci a Dio". Appena udito ciò, un incredulo nella sala si alzò e cominciò a gridare: "Questa è una stupidaggine! Come può la ripetizione di una parola condurci a Dio? Se continuiamo a ripetere "pane, pane, pane" si manifesterà forse il pane?

Con uno scatto il santo disse: "Siediti, bastardo!". L’uomo cominciò a tremare e diventò tutto rosso. "Come osi parlarmi così?- gridò – Ti dici santo e poi vai in giro a insultare gli altri! Che razza di individuo sei?" "Signore, mi dispiace molto averti offeso – disse il santo – ma, dimmi, cosa stai provando in questo momento?" "Come osi chiedermi cosa sto provando? – gridò l’uomo – Mi sento oltraggiato!"

"O signore – disse il santo – ho usato una sola parola offensiva ed essa ha avuto un effetto così potente su di te. Perché allora il nome di Dio dovrebbe cambiarti?"

(Swami Muktananda – Guida al viaggio spirituale)

 

Le parole. Nobili, bellissime, importanti. E a volte squallide, negligenti, raffazzonate.

Siamo tutti "incantati" dalle parole proprio per il loro potere. Ma ci sono parole e parole. Ci sono le parole sincere, autentiche, che derivano da una reale esperienza, e ci sono le parole vuote, vestite di ornamenti intellettuali e presunte sapienze. Io preferisco quelle nude. Meno belle, magari. Meno invitanti.

Sono importanti, le parole. Ma sono ostacolo e mezzo allo stesso tempo. Lo sa bene chi, come me, ne ha fatto il proprio mestiere.

Sarà che in questo periodo sono un po’ stufa delle tante parole vuote che trovo in giro. Si riconoscono. Basta annusarle. E’ possibile farlo nella parola scritta e in quella "parlata". Basta comportarsi un po’ come un cane da tartufo, se ne insegue l’odore.

Percorrerne le tracce.

Alcune hanno un vizio artificiale, sono "siliconiche", come le creme che ci spalmiamo sulla faccia.

Parole millantate, contrabbandate per vissute, sentite.

Da sempre faccio un piccolo gioco, lo faccio da quando ero ragazzina.

Quando una persona parla, cerco di "ascoltare" la provenienza delle sue parole. Possono venire tutte dalla testa, o affiorare da regioni più profonde, vibranti, nascoste.

Parole di pancia, di cuore, o di testa.

Quando qualcuno parla esclusivamente con parole "di testa", la voce si arrampica in alto, ovviamente, e diventa petulante, "alta", solitamente veloce.

Gli occhi…seguono. Nel senso che sembra quasi che la persona, tutta la persona, si raduni dietro gli occhi, che diventano più grandi, più attivi (nervosamente attivi), più "ansiosi" in quanto devono fungere da contenitore e riparo.

Quando invece qualcuno parla da qualche zona interiore più profonda, sentita, è come se l’intera persona scendesse al di sotto della testa, lasciando gli occhi "liberi", e liberando allo stesso tempo il resto del viso. Ovviamente anche la voce è diversa: più profonda, più calma, più vera.

Ci sono naturalmente quelli che fanno finta,  ma…si capisce.

Sono solo stupidi giochi percettivi, per carità. Ma sono molto divertenti. Aiutano l’osservazione e la percezione degli altri. Specie per un’appassionata di cinema e di parole come me: ci sono attori che recitano…con la testa, e attori che recitano…con la pancia.

E’ soprattutto nel viso – e nella voce- che si riassumono completamente le caratteristiche di queste differenti situazioni. Queste diverse posture interiori modificano, temporaneamente, lo sguardo di una persona.

Anche quando leggiamo, se siamo abbastanza sensibili riusciamo comunque a cogliere se dietro quella scrittura ci sono solo artifici, virtuosismi, o moti spontanei, sinceramente sentiti, vissuti, esperiti.

Comunque Muktananda, con uno dei suoi deliziosi esempi, invita a una riflessione importante, quella sul potere delle parole.

Cerchiamo perciò di trattarle bene. E, soprattutto, di farne buon uso.