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Linguaggi e scritture

 

Il miglior organo di controllo della scrittura è la riscrittura. Flaubert diceva “scrivere significa riscrivere” e sempre in una lettera a Luoise Colet confessava “oggi ci ho messo otto ore a correggere cinque pagine e ho lavorato bene”.
(da “Scrivere è un tic”)

 

Francesca Pacini

Scrivere fa diventare carne i pensieri e le parole, dona loro un peso, una consistenza, una vita. Sì, un po’ come il soffio, il respiro che crea. Qui si gioca tutto sul bianco e sul nero dei caratteri che diventano storia, uscendo dai labirinti della mente, dai giardini vididi dell’immaginazione, dalla celle segrete in cui ognuno di noi, alla fine, si trova a fare i conti, da solo, con le moltitud

ini della sua solitudine. Ci sono scritture ariose, altre grevi. E scritture razionali, bilanciate da virgole, sospese da punti, misurate dalla parsimonia di avverbi e aggettivi. E ci sono scritture impetuose, che tutto travolgono, che indondano le pagine e dilagano, fuggono via attaccandosi addosso alle persone, scaldando le loro notti insonni, unendo il loro destino a quello dei lettori che le hanno avvicinate. Ci sono scritture che vivono sulle immagini, che procedono solo per campi visivi, e altre invece più astratte, come un quadro di Hescher. Scritture che amano le descrizioni, che sostano sulla minuzia di dettagli quasi ossessivi, e scritture invece che pungono per le laconiche trafitture di poche parole. Alcune scritture sono fuoco, altre ghiaccio. Nella grammatica della scrittura ci sono l’algebra e la filosofia, il disegno e la storia.

Compassi che tracciano creature che nascono e non muoiono mai, superano il perimetro chiuso del loro creatore e volano via, negli spazi infiniti che dal libro rimbalzano sulla vita di ogni lettore. Ogni parola scritta ha una sua personalità, un carattere unico, come quello di chi l’ha generata. Perciò dovremmo forse pensare, quando scriviamo, a non sciuparle mai, a non buttarle via e nemmeno a trattenerle, in quel magico equilibrio che traccia il confine tra l’ispirazione e la sua realizzazione.

 

Francesca Pacini

 

 

Una volta un santo tenne una conferenza sul potere del mantra. Stava dicendo: "Il mantra ha il potere di condurci a Dio". Appena udito ciò, un incredulo nella sala si alzò e cominciò a gridare: "Questa è una stupidaggine! Come può la ripetizione di una parola condurci a Dio? Se continuiamo a ripetere "pane, pane, pane" si manifesterà forse il pane?

Con uno scatto il santo disse: "Siediti, bastardo!". L’uomo cominciò a tremare e diventò tutto rosso. "Come osi parlarmi così?- gridò – Ti dici santo e poi vai in giro a insultare gli altri! Che razza di individuo sei?" "Signore, mi dispiace molto averti offeso – disse il santo – ma, dimmi, cosa stai provando in questo momento?" "Come osi chiedermi cosa sto provando? – gridò l’uomo – Mi sento oltraggiato!"

"O signore – disse il santo – ho usato una sola parola offensiva ed essa ha avuto un effetto così potente su di te. Perché allora il nome di Dio dovrebbe cambiarti?"

(Swami Muktananda – Guida al viaggio spirituale)

 

Le parole. Nobili, bellissime, importanti. E a volte squallide, negligenti, raffazzonate.

Siamo tutti "incantati" dalle parole proprio per il loro potere. Ma ci sono parole e parole. Ci sono le parole sincere, autentiche, che derivano da una reale esperienza, e ci sono le parole vuote, vestite di ornamenti intellettuali e presunte sapienze. Io preferisco quelle nude. Meno belle, magari. Meno invitanti.

Sono importanti, le parole. Ma sono ostacolo e mezzo allo stesso tempo. Lo sa bene chi, come me, ne ha fatto il proprio mestiere.

Sarà che in questo periodo sono un po’ stufa delle tante parole vuote che trovo in giro. Si riconoscono. Basta annusarle. E’ possibile farlo nella parola scritta e in quella "parlata". Basta comportarsi un po’ come un cane da tartufo, se ne insegue l’odore.

Percorrerne le tracce.

Alcune hanno un vizio artificiale, sono "siliconiche", come le creme che ci spalmiamo sulla faccia.

Parole millantate, contrabbandate per vissute, sentite.

Da sempre faccio un piccolo gioco, lo faccio da quando ero ragazzina.

Quando una persona parla, cerco di "ascoltare" la provenienza delle sue parole. Possono venire tutte dalla testa, o affiorare da regioni più profonde, vibranti, nascoste.

Parole di pancia, di cuore, o di testa.

Quando qualcuno parla esclusivamente con parole "di testa", la voce si arrampica in alto, ovviamente, e diventa petulante, "alta", solitamente veloce.

Gli occhi…seguono. Nel senso che sembra quasi che la persona, tutta la persona, si raduni dietro gli occhi, che diventano più grandi, più attivi (nervosamente attivi), più "ansiosi" in quanto devono fungere da contenitore e riparo.

Quando invece qualcuno parla da qualche zona interiore più profonda, sentita, è come se l’intera persona scendesse al di sotto della testa, lasciando gli occhi "liberi", e liberando allo stesso tempo il resto del viso. Ovviamente anche la voce è diversa: più profonda, più calma, più vera.

Ci sono naturalmente quelli che fanno finta,  ma…si capisce.

Sono solo stupidi giochi percettivi, per carità. Ma sono molto divertenti. Aiutano l’osservazione e la percezione degli altri. Specie per un’appassionata di cinema e di parole come me: ci sono attori che recitano…con la testa, e attori che recitano…con la pancia.

E’ soprattutto nel viso – e nella voce- che si riassumono completamente le caratteristiche di queste differenti situazioni. Queste diverse posture interiori modificano, temporaneamente, lo sguardo di una persona.

Anche quando leggiamo, se siamo abbastanza sensibili riusciamo comunque a cogliere se dietro quella scrittura ci sono solo artifici, virtuosismi, o moti spontanei, sinceramente sentiti, vissuti, esperiti.

Comunque Muktananda, con uno dei suoi deliziosi esempi, invita a una riflessione importante, quella sul potere delle parole.

Cerchiamo perciò di trattarle bene. E, soprattutto, di farne buon uso.

Immagini o parole? La forza delle immagini colpisce perché arriva immediatamente all’emisfero destro del cervello, quello delle intuizioni, della creatività, delle emozioni. La parola invece, in questo senso, è meno “forte” perché deve evocare quell’immagine che invece l’immagine, nel primo caso, fornisce da sola. Esistono poi molteplici forme di scrittura, alcune più “cerebrali”, altre più emotive, legate direttamente alle immagini. Pensiamo a Proust, per esempio: le sue descrizioni della società francese del suo tempo procede attraverso la rappresentazione pittorica: i suoi brani sono simili ai quadri impressionisti. Ricordo ancora (sono passati molti anni da quando ho letto La Recherche) una minuziosa descrizione del vestito di Odette, dei drappeggi e delle stoffe del suo abito, e del riflettersi del sole sul suo ombrellino, fra le foglie dei giardini. E’ un’immagine che mi accompagna da sempre, e che ha la stessa forza di un quadro. Di fatto Proust dipingeva con le parole. Dunque per rispondere bisogna analizzare bene il tipo di scrittura a cui ci riferiamo. Sicuramente l’immagine è più diretta, ci parla senza mediazioni (la parola è comunque mediatore, strumento dell’immagine). La vera forza sta nell’abbinamento di immagini e parole, come sanno bene i pubblicitari più bravi e creativi. Allora, in questo caso, possiamo veramente “impressionare”, arrivare dritto al cuore. Una magica combinazione, un’alchimia, una danza di equilibri e rimandi. Penso a un esempio che si rifà appunto alla pubblicità. Anni fa, le campagne animaliste usavano la fotografia di una piccola volpe, insieme alla scritta: “Sto cercando la mia mamma. E’ forse nella tua pelliccia”? Né la foto da sola, né le parole da sole avrebbero raggiunto la stessa forza. Ma gli esempi sarebbero moltissimi. Comunque, chi scrive, o vuole scrivere, per mestiere, di solito fa molta attenzione anche al mondo delle immagini (non a caso si hanno passioni collaterali come il cinema, la pittura, la fotografia): si tratta sempre di arte della narrazione. E spesso ci sono intersezioni e richiami.

 

 

 

Sarò una rompiscatole con l’italiano, lo ammetto. Del resto, i mestieri che facciamo chi creano una sorta di deformazione professionale che ci porta a notare subito espressioni e situazioni legate al nostro contesto. Il mio è quello delle parole: sono perseguitata dalla mia abitudine a notarle sempre, scritte, parlate (e anche sognate).

Sto sistemando il mio bel terrazzo nuovo per la primavera, e ho chiamato un esperto di piante per farmi consigliare un impianto di irrigazione. Nella nostra conversazione – durata circa mezz’ora – non  ha fatto che ripetere, come una litania: "Ti dico la sincera verità".

Sincera verità. Perché, esiste una verità che non sia sincera?

Il fatto di ribadire che questa verità sia "sincera" mi fa sospettare che esista anche un’altra verità…meno sincera. Ma la verità è verità. E basta.

Questa orribile espressione si è insinuata nel nostro linguaggio comune (anche se, pe fortuna, molti di noi non la usano) e fa parte di quei modi di dire non solo sbagliati ma anche antipatici. Perlomeno a me.

Non so, le sue sincere verità erano troppe. E forse non troppo sincere. Vi dico la verità: mi sa che chiamerò qualcun altro. E questa sì che è sincera.