Molto tempo dopo, davanti al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa di sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.

(Garcia Màrquez, Cent’anni di solitudine)

 

 

L’incipit di Cent’anni di solitudine è forse uno dei più belli di tutta la storia della letteratura.

Un attacco fortissimo, che pone il lettore – immediatamente – davanti al dramma di un uomo che sta per morire. E cosa fa quest’uomo? Si ricorda di un espisodio lontano nel tempo. Si ricorda dello stupore provocato dall’incontro con il ghiaccio.

C’è una bellissima poesia di un altro gigante della letteratura, Borges, che si apre sui pensieri di un uomo nell’ultimo istante di vita.

Se l’incipit è così forte, per tutto il resto di un testo (poesia o prosa che sia)  bisogna poi riuscire a non deludere il lettore. A mantenere lo stesso tipo di pathos, la stessa forza della prima riga. Non si può scendere dalla vertigine di un livello così altro, dirompente. E per far questo occorre uno straordinario talento. Come quello che animava la loro penna.

E se torniamo per un attimo a quegli ultimi pensieri sulla soglia della morte, con la porta aperta sul vuoto, sul buio che inghiottirà ogni memoria, ci rendiamo conto che forse, per alcuni di noi, potrebbe fiorire – come il loto in uno stagno notturno – una memoria antica, mai sopita, trattenuta in qualche anfratto dove i ricordi giocano a rimpiattino.

Ognuno di noi possiede il ricordo del momento in cui scoprì il suo ghiaccio.

 

In un certo senso, credo che sempre scriviamo di qualcosa che non sappiamo: scriviamo per rendere possibile al mondo non scritto di esprimersi attraverso di noi.

Nel momento in cui la mia attenzione si sposta dall’ordine regolare delle righe scritte e segue la mobile complessità che nessuna frase può contenere o esaurire, mi sento vicino a capire che dall’altro lato delle parole c’è qualcosa che cerca d’uscire dal silenzio, di significare attraverso il linguaggio, come battendo colpi su un muro di prigione.

(Italo Calvino, Leggere, scrivere, tradurre)  

 

 

 

Nota di bordo:

É on line il N 2 di Silmarillon. Vai su www.silmarillon.it.

Il tema del dossier di questo numero: Il viaggio dell’eroe.

Viaggio fisico, metaforico, interiore, geografico, sottile, grossolano. Fuga, ritorno, mobilità e immobilità. Incursione nelle valenze della migrazione…

 

 

 

Vorremmo essere rovinati piuttosto che cambiare;

vorremmo piuttosto morire nel nostro terrore

che scalare l’avversità dell’attimo

e lasciare che la nostra illusione muoia

 

(W.H. Auden)

 

 

Proseguiamo la piccola galleria poetica che sembrate gradire, riflettendo su questi versi del poeta W. H. Auden a cui dobbiamo alcune liriche davvero magnifiche (come quelle, ad esempio, che si trovano nel libro Un altro tempo, pubblicato da Adelphi).

 

W.H. Auden cristallizza in questi versi una realtà terribile quanto sconcertante: l’essere umano è terrorizzato dai cambiamenti. Malgrado i proclami che più volte lanciamo nella vita, malgrado le annunciazioni più o meno “pubbliche” sulla nostra presunta, futura realtà nella quale giuriamo a noi stessi e al mondo che saremo diversi, malgrado le frasi tassative (“Niente sarà mai più come prima, giuro che stavolta sarò diverso”) con cui pensiamo di aver toccato la radice della nostra fissità trasformandola magicamente in mobilità, siamo invece appesi ai nostri schemi come scimmiette, come naufraghi avvinghiati alla zattera di una deriva temuta ma familiare.

 

Le metamorfosi dell’essere hanno bisogno di una estremizzazione in cui a volte si sfiora la morte per avere qualche possibilità di reale rinnovamento.

Come succede a Gregor Samsa, che all’improvviso si sveglia e si ritrova trasformato in un insetto. Se quella del protagonista kafkiano è una metamorfosi plumbea, metafora del un cambiamento dolente di un essere alienato al punto da diventare un insetto, la metamorfosi inversa, ovvero un ipotetico cambiamento verso uno stato “aereo” dell’essere, alleggerito da zavorre interiori, diventa davvero difficile da realizzare.

 

Perché siamo terribilmente pantofolai, e preferiamo percorrere all’infinito le strade ammaccate e dolenti dei nostri vizi, infilandoci sempre negli stessi, angusti anfratti in cui però, malgrado il dolore, ci riconosciamo, piuttosto che scoprire l’orrore della libertà.

Già, l’orrore della libertà.

Fa paura, la libertà.

 

Non riconoscersi più nei vecchi schemi coincide con il perdere l’identità (ma si perde l’Io, non il Sé). Meglio dunque una vita nei gironi infernali piuttosto che un solo giorno, da liberi, in Paradiso.

Tuttavia ogni volta che perdiamo qualcosa si apre una porta verso un cambiamento.

Il problema è varcarla. 

 

 

Non c’è bisogno d’esser nazisti per diventare assassini: in nome della democrazia, del cristianesimo, della libertà, si massacra bene quanto in nome del "grande Reich". E se il processo di Norimberga fu un processo legale dovremmo rifarlo: al banco degli accusati mettendo stavolta quei bravi ragazzi, quei bravi genreali che davan l’ordine di non lasciar viva neanche una gallina (si riferisce agli ordini militari nei villaggi Vietcong, n.d.r.).

 

E tuttavia, tuttavia, il discorso da fare non è sugli americani, è sugli uomini. Sulla guerra e sugli uomini. Sui vari tenenti Calley e sulle loro medaglie di bronzo, sulla loro coscienza intatta.

 

Sui vari Varnado Simpson, Charles West, Michael Terry, ora bianchi ora neri ora gialli ora pentiti ora non pentiti ma sempre descritti come persone perbene, normalissime, miti, figli rispettosi, padri affettusoi, questi mostri che nons anno d’esser mostri, e al collo portano le crocettine, le medagliette con la Madonna, in tasca portano le fotografie dei parenti, e se ci parli a quattr’occhi ti rubano il cuore, ti dimostrano d’avere sani ideali, e poi una bella mattina di marzo, una mattina di sole, salgono su un elicottero coi loro sani ideali, le loro magliette, le loro crocettine, la loro presunzione di civiltà, e fanno ciò che hanno fatto perchè "tali eran gli ordini".

É il discorso che fo in questo libro. Questo libro che spiega My Lai. Perché quasi niente quanto la guerra, e niente quanto una guerra ingiusta, frantuma la diginità dell’uomo

(Oriana Fallaci, introduzione al libro Niente e così sia)

 

 

 

Non c’è molto altro da aggiungere. C’è solo tanta malinconia per un certo tipo di giornalismo oggi sempre più raro. Un giornalismo, quello della Fallaci "vecchia maniera" (che era anche la più brillante, a nostro avviso) capace di scheggiare le pagine della Storia, di incidere i luoghi comuni, le credenze, insinuandovi il brivido del sospetto. Sospetto che le nostre certezze siano sbagliate, e che la Storia sia riposta nelle mani di un falsario abilissimo.

 

 

Se il sonno della ragione genera mostri, come diceva Goya, il sonno dei mostri non sveglia – a volte – la ragione…

 

Ki 6?

X il mondo 6 solo 1 nome, x me 6 il mondo. Nn dimenticartene mai.

Ankora graffi alla mia auto dimmi quando la smetti? che cosa vuoi da me? nn ti hanno ankora comunicato nulla? o n ti basta neancke q.sto? finiscila!

vale facciamo giov alle 13.00 al solito rist.? fammi sapere tvtanto b

Se 6 ki penso io meglio morta ke c. te! i miei fiori pref.? le rose bianche e q.lle rosa…nn lo sai!!!

Xké continui a frequentare gente marcia! Avevi promesso Xké continui!

Grazie di ttt questi baci! Nn è ke diventerò trpp dolce? Snz parole: sl grazie. 1 megab.one, simi

E chi sarebbe 1 amore tuo…q.lla alla q.le hai scritto? firmati o 6 troppo bastardo e codardo!!

Ma come l’amore nn era 1 altra cosa? mo l’hai trovato coglione chi ti ha incastrato! a me lasciami stare n ti v. cme te lo d.vo scrivere!!!

Oggi ci vediamo, ciccia!! porta q.llo!

Tra 3 gg parto con 2 amiche. vado in Ingh.terra. ci vediamo al ritorno!! tvb tnt bacione!

Come va con lei? Questo w.end ci vediamo??

Scioattola nn ti dimenticherò! 6 la donna + slpcl e imprtnt, Xk nn mi Kami ciao bacione!

Sono – sicura.

 

La lingua è vivace, dinamica. Cambia con il cambiare della società. Alcune parole cadono in disuso, altre fanno il loro ingresso (specie nell’ultimo secolo, con l’avvento dell’era tecnologica e l’uso degli inglesisimi).

E va bene. Oggi, però, gli sms sono davvero grotteschi.

Usati da tutti (ho visto perfino un settantenne che mandava un messaggio con il cellulare mentre alla posta ritirava la sua pensione), limitano e impoveriscono un linguaggio altrimenti versatile e ricco di possibilità quasi infinite.

Il problema è che i più grandi, come la scrivente,  hanno già imparato a usarne le potenzialità, le alchemiche combinazioni di sostantivi a aggentivi, le varianti della sintassi.

I più giovani, invece, sono sottoposti al tiro incrociato di sms che invadono l’etere da sera a mattina. E magari, a scuola, come mi raccontava, depressa,  un’amica che insegna italiano al liceo, continuano a usare quello stesso linguaggio mozzato, deforme e sterile.

Del resto siamo nell’era del mordi e fuggi, del fast food economico. E una certa sintesi ci ha impoverito, anche se viene proposta in modo vincente.

Quest’estate il tormentone pubblicitario mostrava come a costo 0 con un semplice No! inviato ripetutamente via sms si potesse perfino interrompere un matrimonio.

Così accade a Muccino Junior che, sulle note di Happy Hour di Ligabue, continua a "messaggiare" (termine orribile ma eloquente) la ragazza incontrata per un nanosecondo sul camion che ha caricato i due giovani autostoppisti, per convolare poi a giusta fuga dopo averla convinta,  tartassandola di No a costo Zero (promozione Tim o Vodafone, ho rimosso), a lasciare l’altare per fuggire sulla sua moto.

Molto romantico e lontano, oggi, il ricordo delle lettere inviate dal e al fronte. Certo, le mail ci hanno aiutato, soprattutto se due persone abitano rispettivamente agli estremi del mondo, ma hanno anche mutilato  alcune suggestioni.

C’era qualcosa di romantico, un tempo, nel  pennino che doveva cercare la giusta inclinazione per trovare la forma della parola,  e nello sforzo richiesto per tracciare le frasi sulla carta vibrava anche il suggerimento dell’importanza di quelle stesse parole.

C’era poi il momento di tensione estrema, quello in cui si infilava la carta assorbente tra un foglio e l’altro per  trattenere l’inchistro in eccesso attendendo che il resto si fissasse per sempre.

Nell’acrobatica attenzione rivolta alla scrittura era contenuto il significato stesso della sua preziosità. Era una fisicità era densa, carnale.

Ricordo la fatica per imparare a usare il pennino.

Può sembrare che la scrivente sia anziana, e invece ha solo avuto una maestra anacronistica ma geniale che aveva imposto l’uso del pennino e dell’inchiostro. Serviva "per imparare a scrivere bene", sosteneva, e fu sostituito dalla moderna penna biro solo in quinta elementare.

Allora non capivo perché dovessi fare quella faticaccia, con la punta del pennino che si spezzava in due se forzavo troppo, o i fogli disastrati, pieni di pozzanghere di inchiostro che sembravano tante macchie di Rochac (si scrive più o meno così, la memoria in questo  momento è fallace) che avrebbero richiesto, se fossero state tali, l’internamento immediato in un manicomio.

Maledivo la mia maestra perchè violentava, pensavo allora, la mia natura pasticciona,  eppure molto tempo ho dopo capito l’importanza e il senso di quell’esercizio impegnativo. E oggi le sono grata.

Nella calligrafia, che usa una forma svolazzante oppure greve,  parole tondeggianti o schiacciate, piene di ghiribizzi, giravolte, segni grafici estesi o troncati, verticalità oppure orizzontalità, si cela la personalità di chi scrive, come mi insegna un’amica esperta calligrafa.

Nella forma delle nostre parole è dunque racchiusa la nostra individualità psico-emotiva. Affascinante. 

Invece oggi esercitiamo la calligrafia solo per firmare…carte burocratiche e assegni.

Il resto è omologato dai caratteri, che siano Arial,  Garamond oppure  Verdana. Anche questa è globalizzazione.

Certamente le mail sono importanti, lo abbiamo detto. Hanno agevolato la comunicazione, reso possibili risposte "in tempo reale". Eppure abbiamo perso qualcosa.

Ricordo, da ragazzina, il sapore dolce dello scambio epistolare con l’amica del cuore che abitava a Milano. Le sue lettere, animuccia bella, era perfino accompagnate dal suo profumo, con quel pizzico di lesbismo (inteso come erotismo velato) che caratterizza la simbiosi femminile con la confidente  preferita, la compagna di ogni nostra avventura, l’Amica.

Poi, più tardi, il brivido davanti all’attesa delle lettere del fidanzatino che abitava a Bologna (sì, sempre distanze, nella mia vita), lo sconcerto davanti alla casella postale vuota intorno alla quale si  stringevano i palpiti del mio cuore dolente.

Già, la casella postale, tormento e delizia di quei giorni lontani in cui il postino era atteso come un Messia.

In più le poste italiane, si sa, non hanno mai  brillato per efficienza, e molte di quelle attese non significavano certo che l’amore stava sbiadendo. Le mie lettere stavano solo giacendo, dimenticate, in qualche tratta intermedia fra le Marche e l’Emilia.

Com’è caro, oggi, il ricordo di quelle lettere. La vita epistolare conservata nei nostri scatoloni impolverati conserva qualcosa di magico che le mail stampate non possiedono.

Si tratta dell’unicità di quella carta, della forma unica e irripetibile di ogni singola scrittura, della persona evocata, immaginata nell’atto di posare penna e parole su quella carta, cercando di procedere dritta in assenza di righe o quadretti, con  l’indice e il medio dolente per il prolungato sforzo.

Nell’atto della scrittura ci si attardava a scegliere la parola giusta, quella che avrebbe reso unici, per noi e per il destinatario, sentimenti e pensieri.

La comodità omologata, oggi, ha raggiunto invece un apice abominevole con gli sms.

Lapidari, grotteschi, troncano le parole per creare frasi brevi, stitiche (cmq nn so se posso venire), a metà tra lingua italiana e matematica (6 andato a scuola? x favore no…siamo in 2 o 3 a cena?).

La legge è quella dei supermercati, prendi 2 paghi 3, risparmia e ottieni lo stesso risultato. Però, porcamiseria, c’è risparmio e risparmio.

Qui non si tratta di risparmio, ma di…scippo autorizzato. Le parole vengono stuprate, deformate, per la solita assenza di tempo che governa il mondo moderno.

Tuttavia sorge un dubbio: cosa succederebbe se si sprecasse qualche secondo in più per scrivere interamente una parola? O per trovare un modo di dire più originale, personalizzato, specie nelle frasette d’amore che si abbattono sui cellulari degli adolescenti?

Solo No? Solo Sì? Poco..

Anni fa uscì un bellissimo libro, raccolto in due volumi pubblicati da Einaudi, che conteneva le epistole d’amore più belle della storia della letteratura (come le lettere tra Sibilla Aleramo e Dino Campana, tanto per fare un esempio).

Ora, sicuramente questi signori avevano una certa dimestichezza con le parole di cui avevano fatto un mestiere, una vocazione. Ma mi domando oggi come e cosa avrebbero scritto usando come mezzo di comunicazione un cellulare.

Non credo, però, si sarebbero piegati alla S-Grammatica dell’Sms.

Non c’è più spazio per il purismo, non ci sono più Accademie della Crusca, d’accordo. E sappiamo tutti che è giusto che un linguaggio si trasformi con il trasformarsi di una società. D’accordo, anche qui.

Ma siamo sicuri che sia proprio necessario devastare così il nostro linguaggio?

Se si deve usare un sms lo si faccia pure, lo faccio anch’io. E anch’io a volte, confesso, se ho  molto da fare uso  i vari cmq o nn. Però lo faccio solo se davvero necessario, solo se gravata da un’urgenza. E altrove so comunque scrivere in un italiano diverso.

Anzi, in italiano.

Ma alcuni di questi ragazzini, che peraltro non leggono neanche molti libri, come dimostrano le statistiche editoriali, poi finiscono per non avere alternative, e scrivere in un tema in classe "Ke dire della Rivoluzione francese"…

Gli sms inoltre sono farciti di punti esclamativi, chissà perché. Si crede che aggiungano enfasi e forza a quanto viene detto.

Mentre in realtà a volte rendono un messaggio molto più debole.

Lo sapeva bene Carver, il quale diceva che nulla trafigge di più di un punto.

Punto e basta.