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Riflessioni

cuore Quando eravamo piccoli, immaginavamo il mondo dei libri come un mondo popolato da persone aperte, tolleranti, con un cervello gigante, spazioso come le praterie degli indiani d'America.

Editori, scrittori, redattori...

Un mondo di gente colta, di gente che sa spaziare oltre i suoi confini.

Io poi sono cresciuta, e in quel mondo ho iniziato a lavorarci.

E ho capito che il mio era solo un sogno.

Perché i libri vivono solo nella testa, in questo mondo. Non vivono nel cuore.

E, senza aprire le pagine sul cuore, un libro rimane solo "lettera morta". Buona per fare "ammasso di cultura", per fomentare l'egopatia, il narcisismo.

Per far finta di essere in "missione" divina. Quei libri, sulla testa, non servono in realtà a nulla.

Devono scendere, diventare "umani", sporcarsi di sentimenti condivisi sul serio, condivisi con uno scopo sociale.

La "bella letteratura" aiuta le nostre giornate, alimenta il nostro intelletto, ma non migliora di certo il mondo.

E siamo arrivati un un momento critico, decisivo per il futuro dell'umanità.

Se non tiriamo giù i libri dal cuore, se non li mettiamo in mezzo al mondo, fra la gente, usandoli come un'arma di pace, non servirà a nulla essere buoni editorii, buoni lettori, buoni scrittori.

Se non si legge molto, in questo paese, forse la colpa non è solo del ventennio berlusconiano, della televisione, delle tecnologie...

Forse la colpa è anche nostra, è anche di quegli operatori del settore che si accontentano di un "cenacolo per pochi eletti" (anzi, di un "cenacolo per pochi letti").

La frattura tra il libro e la società sta anche nella testa. E si salda solo passando attraverso il cuore.

 

specchi

 Ogni persona ci fa da specchio. Cosa rispecchia? La moltitudine che ci abita dentro. Alcuni specchi tirano fuori le nostre parti più ispirate, nobili, coraggiose e creative. Altre, invece, specchiano i nostri limiti e le nostre ombre. Se e' vero che per essere completi abbiamo bisogno di tutti gli specchi, e' anche vero che dobbiamo cercare chi amplifica le piccole luci che ci brillano dentro. Chissà perché, allora, molti di noi rimangono attaccati a quelle persone che ci rimandano l'eco di un vizio, un difetto, una nociva ostinazione. La libertà da uno schema fisso e familiare vuol dire cercare di rompere prima di tutto i vincoli interni per cercare, oltre agli specchi 'sani' quel mare bianco in cui ci guardiamo mentre l'anima osserva se stessa. Narciso e' affogato dietro di noi, e non lo salveremo.

 

 

Ogni volta che penso al tema del cambiamento vado un po’ in crisi, lo ammetto. Si può cambiare? Possiamo realmente cambiare noi stessi? E se sì, fino a che punto?
Se guardo indietro, trovo sempre la stessa Francesca con il suo carattere passionale impulsivo, poco incline all’ordine e agli ordini, Eppure, eppure qualcosa è cambiato. E nell’accostarmici incontro la malinconia. Non può non essere così. Con gli anni, la prima cosa che cambia (per fortuna) è il dimagrimento di quel senso di onnipotenza che a vent’anni ci vede sul tetto del mondo. Scesi (o rotolati giù) dal tetto vediamo le cose in modo diverso, siamo più fragili ma sicuramente più veri. Ma ciò che cambia davvero è solo il nostro modo di guardare le cose, ed è già un gran cambiamento! Vedere il vecchio con occhi nuovi: che salto.
E invece, certo, vorremmo cambiare ben altro, dentro e fuori. I nostri vizi, le nostre ombre, le nostre paure… Si possono affrontare meglio, ma non se andranno. Noi, non ce ne andremo. La nostra storia, fisica e psichica, respira con noi, ci accompagna. Liberarsene è impossibile. L’unica cosa possibile è accoglierci, così come siamo, e tentare disperatamente di allargare lo sguardo, cercando di spingere un po’ più in là l’orizzonte.
Il resto, è illusione.
Il tempo e il dolore sono maestri, si dice. Vero: ci insegnano i limiti delle cose, la  relatività di questo mondo.
Capire questo è un bel cambiamento. Non pretendiamo troppo da noi, ma nemmeno poco.

Le persone profonde fanno fatica a stare a galla. Vero. Sono  inseguite dal disagio, dal dolore, da quella punta irritativa che buca sempre la pelle. Questo mondo, così com’è, come lo abbiamo voluto, è fatto per i superficiali. Per quelli che ancora credono che vivere sia un tuffo nella “Milano da bere”, una passeggiata nel Mulino Bianco con i suoi biscottini fatati, mentre  tutto intorno a me, a te, la Vodafone. Ma che c’è, lì, tutto intorno a noi? Un sacco di merda. Ed è quella merda che, come un alchimista, devi trasformare in oro. Sempre che tu riesca a creare un varco nel cerchio di Mediolanum, eh già, perché tu sei un puntino al centro, circondato, anzi accerchiato, da quelle associazioni a delinquere chiamate Banche, circondato da questo mondo economico e finanziario che casca a pezzi, come l’intonaco di una vecchia casa che non vogliamo cambiare. La crisi economica, forse, in mezzo a tanta angoscia ci aiuta a togliere i totem che ci hanno anestetizzato per anni, tanti, troppi anni. E ancora crediamo in un mondo fatto di successi ( o su – cessi?) patinati, pettinati, fatti in serie come una Coca Cola? Quelli che si sono svegliati a ceffoni adesso stanno accanto a quelli che, anche quando le vacche avevano la ciccia addosso (che grasse grasse, da noi, non sono state mai), dubitano, dubitano di un mondo fatto solo per i narcisi, i menefreghisti, gli acrobati, gli artisti dell’individualismo e del qualunquismo, del furto al prossimo perché importa solo arrivare alla meta.

Il circo è scoppiato. Bene, forse ritroveremo il sapore antico di qualche valore finito nel sottosuolo. O forse no, forse, come adesso, cercheremo di pensare che tutto tornerà come prima, e che il Produco Consumo Ergo Sono proseguirà, indenne, la sua corsa folle contro un muro che non sarà fatto di gomma.

In tutta questa ansia per il futuro, forse la vera domanda da porsi è la solita, vecchia domanda: chi sono? Dove vado? Ma, ancora meglio: dove sono? Dove sono, ora, dentro di me?

I disadattati, quelli che sembrano sempre gli eterni perdenti perché non si trovano a proprio agio nell’oceano di squali, hanno almeno capito la grande truffa di un sistema che all’uomo ha tolto la cosa più preziosa: la sua umanità. Einstein diceva: “dobbiamo diventare campioni di umanità”. Prima ancora che eccelsi scienziati, professori, manager, comunicatori… dobbiamo essere campioni di umanità.

Invece siamo  diventati come i Replicanti, sordi a qualunque test emotivo.

Campioni di umanità. Il dolore, quello vero, ha due strade: o ti chiude per sempre dentro te stesso o ti rende solidale. Peccato che, per noi, la solidarietà nata da una comune tragedia ha gli stessi tempi di un lutto, che nel giro di un anno viene comunque elaborato psichicamente; poi, tutto torna come prima.

Come per l’11 Settembre, “siamo tutti americani”. Siamo tutti uniti, solidali. E, alla fine, ciao, arrivederci, è stato un piacere. Perché è sempre così, che funziona. Le grandi tragedie creano una empatia con scadenza. Come uno yogurt che a un certo punto diventa rancido e va buttato via.

Peccato, perché se ci ricordassimo, ogni giorno, quel senso di unione, di dolorosa unione, forse saremmo quei campioni di umanità che, alla fine, sono davvero più preziosi di tutto.

Le persone intelligenti, sensibili, faticano a trovare gli spazi in un contesto che sgomita, sgomita, e opprime il prossimo per portare avanti se stesso.

Io, Io, Io.

I Pad. I Pod. I Phone.

E invece ci sono anche gli altri. Basta aprire gli occhietti per vederli. Camminano accanto a noi, ogni giorno.

Solo che, mentre corriamo, non li vediamo.

 

(Francesca Pacini)

Faccio parte di quei matti che cominciano a pensare sul serio che la “decrescita felice” sia l’unica virata possibile (ammesso che sia ancora possibile virare) per salvare noi stessi e il pianeta.
Il consumismo è  la vera, grande illusione di massa del passato millennio. L’idea che per “essere” devo “produrre” e  “consumare” è terribile. Ed è, soprattutto, falsa. Tutto, intorno a noi, riesce a consumare quanto necessario: piante e animali vivono in modo “sostenibile” (ecco, ci tocca pure trovare espressioni assurde per spiegare il nsotro assurdo modo di vivere: se dico che esiste un modo “sostenibile” ammetto, con evidenza, ,a “non sostenibilità” del comune modo di vivere). Solo l’uomo, il grande virus che infetta il pianeta (siamo il batterio killer più pericoloso, con buona pace degli hamburger francesi), riesce a distruggere a dismisura crescendo sulle rovine di ciò che ha devastato. Così fanno i parassiti, di solito.
Siamo a un bivio? Probabilmente quel bivio è stato superato. Forse siamo a bordo del Titanic, adesso, e continuiamo a ballare nei saloni mentre, nella nebbia, avanziamo verso l’iceberg che ci affonderà. E niente scialuppe, stavolta, nemmeno per la prima classe.
Quando la natura si ribella, diventa davvero democratica: classe unica, biglietto gratis per tutti.
Per “crescere”, in realtà dovremmo “decrescere”. Sembra un paradosso, nell’era dell’opulenza, del lusso arrogante, delle nuove grandi potenze che copiano il nostro distruttivo modello accelerando la fine.
E’ buffo, sì. Per crescere bisogna decrescere. In fondo, anche per andare avanti bisogna tornare indietro. Eccola, l’altra grande illusione: la vita è una linea retta. No, la vita è una curva di Gauss. Le linee rette, priettate verso l’alto, esistono solo nelle pubblicità.
Dunque è possibile imparare a rinunciare per vivere? Beh, sì. Basta buttare via le illusioni. Eppure il nostro sistema di false credenze è tutto centrato sull’asse Produzione/Consumo.
Ma più “ho”, meno “sono”. Lo sapevano bene, gli antichi saggi.
Tuttavia, ‘idea di “spossessarci” delle cose ci atterrisce. E proseguiamo, accumuliamo cose, oggetti, rifiuti indifferenziati di cui, ipocritamente, ci liberiamo gettando nelle discariche anche la nostra coscienza.
L’esistenza globalizzata invita a chiudere gli occhi, a non guardare. C’è chi si è accorto, però. Chi mette in dubbio che la succulenta bistecca di Matrix (ricordate?) sia solo la proiezione illusoria di un falso benessere. Cominciare è difficile. Fa male, all’inizio, rinunciare alle cose. Liberarsi è tremendo proprio in virtù dei nostri attaccamenti.
Tanti anni fa, in America, nei supermercati vedevo le prime distese di alimenti declinati all’infinito (tanto per fare un esempi: un intero scaffale di “latte”: latte kd, latte k, latte alle vitamine C D E Y Z, latte al cioccolato, alla vaniglia, latte di soia, latte di soia per magri, latte di soia per grassi, latte di soia per depressi, latte senza grassi, latte senza latte e via delirando).  In Italia, si sa, le cose “americane” da noi arrivano con un decennio di ritardo, dunque all’epoca avevamo “solo” quattro o cinque tipi di latte, ma abbiamo recuperato, accidenti, se abbiamo recuperato). Ecco, quell’esempio si è impresso nella miamente, quel paese di Balocchi in cui ci tufiamo dando la mano al nostro Lucignolo ci farà finire…nel ventre della balena.
La fatina non c’è. L’abbiamo consumata, come facciamo con tutto.
Sarà finita nell’ennesima discarica abusiva.
Non possiamo continuare a pensare di farla franca. I conti, si sa, arrivano sempre. E più tardi arrivano, più aumenta il tasso di interesse. Ma stavolta non c’è banca, né americana né cinese,  che risolvi i nostri poblemi di “liquidità”.
Perchè quindi non privare a decrescere? Perchè è faticoso. Perché bisogna demolire le nostre abitudini, i nostri comodi sistemi di pensiero. Ci siamo fatti fregare. Da cosa? Da un sistema che inneggia alla dispersione, al furto, al saccheggio. Le risorse della terra non sono infinite. La terra non è al nostro servizio. Disponde di energie ma anche di equilibri che, se non rispettati, ci piovono addosso come pietre dal cielo.
Non vogliamo vederli, tutti i segni che arrivano. E l’iceberg si avvicina.
Alcuni, più coraggiosi, hanno deciso di svegliarsi e cominciano a vivere con meno, e scoprono di vivere meglio.
Del resto, cosa faccio con tre case e due barche se ogni settimana rischio il collasso lavorando giorno e notte  inquinando, inquinando, inquinando. Compro, consumo, butto, spreco. Cresco, ma cresco come cresce un virus, mi moltipico sulla distruzione della vita. Il povero virus viene fermato, a un certo punto. Noi no.
Ma se per un giorno, un giorno soltanto, proviamo a contare tutte le cose inutili di cui ci circondiamo, forse, dico forse, ci accorgiamo che “meno” è “meglio”. La scommessa è svegliarsi in un mondo che dorme. Pillola azzurra o pillola rossa?