Il lusso di leggere. Com’era bello quando ero ragazzina, e avevo tutti i pomeriggi della mia vita per leggere.

Ficcavo mente e pancia in ogni libro.

Pazza per la letteratura francese, ubriaca dei russi, sospesa nelle atmosfere inglesi, quelle in cui ciondola il tempo, si dilata e poi scoppia, esplode in una bolla che si porta via le ore.

Mi ricordo di  quella domenica mattina in cui lessi, senza interruzioni, lo giuro, M.me Bovary. Tutto d’un fiato. Cinque ore. A pranzo avevo finito di sbirciare nella sua vita clandestina, e lei di guardare dalle pagine del libro i poster della mia stanza.

Il tempo della mia adolescenza, della nostra adolescenza, è cadenzato dai libri in cui anneghiamo. E’ allora che prende forma quella tentazione di esistere nelle pagine che fissano i moti dell’animo, rovistano nel sottosuolo, cercano di trafiggere il cielo.

Un’"età lirica", per dirla con Kundera, in cui i nostri amori carnali convivono con le passioni della mente che fiorisce, man mano, e dona i suoi frutti maturi, riscaldata dal sole dei gusti letterari che andiamo scoprendo.

Alcuni di noi hanno avuto la fortuna di sentire il "brivido alla colonna spinale" di cui parla Nabokov,  quel tremore che coglie chi varca la terra dei buoni lettori.

Ma la vita scorre, si cresce. Le passioni a un certo punto devono convivere con la necessità di misurarsi con il mondo, quello stesso mondo che, letto, fa un altro effetto, più rarefatto, meno "cattivo". Sì, meno cattivo. Malgrado Dostoewskj e i suoi demoni, i suoi incredibili, magmatici sotterranei.

Il mondo "vero", là fuori, lui sì, conosce la spietatezza del boia.

E ricordi con nostalgia com’era bello quando avevi i pomeriggi interi da sgranocchiare leggendo i tuoi autori. Quando sei grande, anche se fai un mestiere culturale, anche se hai la dannazione e il privilegio di farlo, non è più come prima.

Le fanciulle in fiore sono cresciute, non ti salutano più con la manina dal molo.

E così, quando ti ritrovi con un libro in mano, il gatto rannicchiato nella piega del gomito mentre fuori piove (è banale, lo so, ma dannatamente bello, bello e basta), ti ritrovi a pensare ai giorni del tuo tempo perduto.

Com’è facile, a dire il vero, leggere e filosofare. Esercitare la sensibilità mentre senti che l’anima preme sul petto quasi cercando, là fuori, quel soffio divino di cui, dicono, è respiro. Respiro del suo respiro. Come sangue del sangue, come un figlio.

Leggere nobilita, fa sentire migliori.

Come sarebbe bello non lavorare. Trascorrere le giornate osservando gli scatti cromatici del cielo in cui si disegnano gli umori del tempo, passare in rassegna con il dito il filare di libri esitando sui titoli comprati e magari mai letti, per poi distendersi annusando la pagina come fosse un feticcio, con il suo odore di stampa che copre le puzze del mondo.

Però il mondo, là fuori, c’è lo stesso. E se la lettura è un momento fondamentale, è solo  là fuori che veniamo temprati.  Non con il liuto e con l’armonica, ma con il ferro e il fuoco.

Certo, camminare sui carboni ardenti del quotidiano sembra far tutto tranne mangificare la nostra anima, svegliarne la sensibilità.

Il mondo è duro, rozzo, impietoso. Ogni giorno provano a farti male, e devi lottare, lottare fino alla radice della tua esasperazione, misurarne il limite e superarlo. Egoismi, arrivismi, nepotismi, qualunquismi, banditismi, menefreghismi…Una galassia di ismi in cui ti perdi, inghiottito da un buco nero.  

Lì però, esattamente lì, e non altrove, le tue belle letture vengono messe alla prova.

Non la prova effimera della sofisticata, aurea conversazione intellettuale in cui qualunque animo sensibile, educato alla lettura, si cimenta con eleganza, imbellettando pause e parole.

E vengono fuori i tuoi limiti, "là fuori", nella parola vissuta e non letta, non scritta.

Si affacciano i mostri, le resistenze, le piccole vigliaccherie di ogni giorno. E accanto a queste, la fiaccola della coscienza cerca di non perdere mai quel sentiero che sta seguendo, sentiero di elevazione dall’umana miseria.

Ma è lì, nell’orribile, meraviglioso e difficile mondo, che tu sai chi sei veramente. Lì non "leggi" i demoni dostoewskjani, lì incarni.  E sempre lì subisci la tentazione di Anna Karenina, e puoi decidere se inclinarti verso l’istante fatale oppure incamminarti  sulle orme di un più saggio pensiero.

E come i Malavoglia conti ogni giorno quanti lupini hai nel sacchettino.

Lupini, stupidi lupini. Ma ne abbiamo bisogno per vivere.

La nostra bella biblioteca deve fare i conti con la fatica di essere scagliati ogni mattina in un mondo che a volte pare il risultato non di un sogno divino ma dell’incubo di un fauno che ha appena ucciso le ninfe e le ha fatte a pezzi con il coltello.

Quel mondo, quel mondo che ti ruba le ore, declina le giornate programmando il quotidiano furto della tua libertà, è anche l’arena in cui scopri te stesso.

Il viaggio, qualunque viaggio, non lo si legge. Lo si fa.

E allora se da un lato hai perduto la cuccia ovattata in cui l’anima si rannicchia sognando di fare il grande salto in cerca del suo respiro latteo, stellato, come i sentieri delle stelle notturne, dall’altro lato senti anche che la tua crescita si misura attraverso la sfida dell’impatto del mondo sulla tua pelle. Oltre la tua pelle.

Il libro è un fedele, taciturno compagno. Non usiamolo per schivare la vita che per sua stessa natura è fatta di relazione con l’altro. A volte è più  facile amare un albero, o un gatto, piuttosto dell’uomo.

Così come è più facile consegnarsi all’icona di un "io lettore" che cercare di verificare con la bilancia della giustizia quanto ciò che leggiamo fa parte di noi o rimane un coltissimo, delizioso corredo mentale.

Ci vuole una spada, nel mondo. I tuoi compagni di carta e parole sono lì, ma l’esercito sei tu stesso, così come sei, in fondo, anche il nemico.

Troppo spesso i buoni lettori usano il libro non come spada ma come scudo, come difesa, una pelle per coprire ferite tremanti che vengono avvolte nella carta, suturate dall’inchiostro delle parole.

In quei momenti, la sera, quando spegni la luce sul mondo senza aver letto una sola pagina del libro che hai accanto al divano, pensi che si tratta semplicemente di un altro tempo che non coincide più con gli amori sfrenati della tua adolescenza, neanche quelli rilegati o cuciti a filo refe.

Ora è il tempo di fare i conti con le asperità di un mondo fracassone e selvaggio, d’accordo. Ma che importa?

Solo così capisci che ci sono un solo libro, un solo lettore. E nessun libro, nessun lettore.

 

 

Nelle persone che amiamo, c’è, immanente in loro, un qualche nostro sogno che non sempre sappiamo discernere, ma che perseguiamo. Era stato il mito di Bergotte, di Swnn, a farmi amare Gilberte; il mito di Gilberto il malo a farmi amare la duchessa di Guermantes.

E quale vasta distesa marina era stata riservata, per quanto doloroso, geloso, individuale esso potesse apparire, al mio amore per Albertine!

Del resto, proprio per queste qualità individuali su cui ci accaniamo, i nostri amori per le persone sono sono già aberrazioni.

 

(Marcel Proust, Alla ricerca del Tempo perduto, vol. XVI, Il tempo ritrovato, Einaudi)

 

Oggi pomeriggio, mentre stavo trafficando sulla mia biblioteca alla ricerca di un libro (sono disordinatissima, purtroppo), mi sono imbattuta in Proust.

Una vecchia, straordinaria conoscenza. Anni fa, approfittando della sosta forzata dovuta a una malattia che i medici non riuscivano a diagnosticare, ho avuto il privilegio di leggere tutta la Recherche.

Ricordo di avere passato notti e giornate intere con gli occhi incollati sui libri.

Semplicemente, Proust aveva sovrapposto il suo tempo al mio.

Mi aveva trascinato in una zona remota, priva di confini materiali, sospesa tra cielo e terra.

E mi sono innamorata. Della sua scrittura, della sua sensibilità, del suo pensiero. Mi sono innamorata di quelle descrizioni pittoriche in cui sembra di muoversi all’interno di un quadro impressionista.

Malgrado siano passati vent’anni, ricordo ancora con impressionante nitore la minuziosa descrizione del sole che gioca sul vestito bianco di Odette, mentre lei tiene in mano il suo grazioso ombrellino, e sorride, mentre sull sfondo il parco la trattiene in una cornice. 

 

Cercavo proprio quel passaggio (grazie all’abitudine, poi smarrita nel tempo, di segnare con un lapis blu le frasi più belle dei libri che leggevo) e invece mi sono ritrovata fra le mani l’ultimo volume della Recherche.

Aprendo le pagine a caso, ecco che sosto su questo passaggio che allora, come oggi, mi aveva colpito.

Quella di Proust è un’opera immensa in cui i percorsi individuali si fondono ai ritratti sociali (come quelli che avvenivano nel salotto dei Verdurin), in cui la riflessione filosofica incrocia una sensibilità estrema tesa fino alla curva del cielo.

Eppure l’amore, in ogni sua variante, rimane il tema di fondo da cui parte ogni sinfonia.

Pochi hanno saputo osservare il caleidoscopio dei sentimenti con la sua stessa sensibilità.

Tutto pelle, Proust. E cervello, tanto cervello.

Gli amori narrati nel suo libro sono dolorosi, estatici, a volte clandestini (l’omosessualità del barone di Charlus). 

Ma tutti sono dotati di un’anima, quella che la penna di Proust ha plasmato dalla creta del suo pensiero.

E svicolano dalle maglie del tempo perché vivono in un altro tempo, quello stesso tempo analogico che rappresenta il filo di tutta la Ricerca.

Aprire il libro, dopo tanti anni, per ripercorrerne alcuni passaggi, è stato un po’ come dare un morso alla mia madeleine.

Ho sentito affacciarsi una malinconia profumata che però è rimasta sospesa sulla finestra della memoria, allontanandosi senza fare rumore.

Non si può tenere fra le mani in un libro di Proust senza ritrovare il nostro tempo perduto.

 

 

Etty Hillesum

 

Molte persone sono troppo ristrette, troppo chiuse nelle loro idee e così, educando i figli, li legano a loro volta.

Da noi era sempre il contrario.

Mi sembra che i miei genitori siano stati sempre più sopraffatti dall’infinita complicazione di questa vita, e che non siano mai stati in grado di fare una scelta.

Hanno lasciato troppa libertà di movimento ai loro figli, non potevano offrirci nessun punto d’appoggio, dato che non ne avevano mai trovato uno per sé; e non potevano contribuire alla nostra formazione perché non si erano mai trovati una forma.

Capisco sempre meglio il nostro compito: è quello di permettere ai nostri poveri talenti, dispersi senza forma e riposo, di crescere, di maturare, e di trovare la loro forma in noi.

Per reazione alla loro mancanza di forma, assenza di vera generosità, disordine e insicurezza – cattiva amministrazione, per così dire, e forse talvolta, anche se non ultimamente, aspirazione spasmodica verso unità, inquadramento, sistema.

Ma l’unica vera unità è quella che contiene tutte le contraddizioni e i momenti irrazionali: altrimenti finisce per essere di nuovo un legame spasmodico che fa violenza alla vita.

(Etty Hillesum, Diari, Adelphi)

 

 

Ho spesso letto e riletto, negli ultimi dieci anni, questa bellissima pagina di Etty Hillesum.

La trovo di un’intensità che ogni volta mi turba, mi commuove.

Etty è morta ad Auschwitz a trent’anni, eppure nei suoi scritti vibra una dilatazione della sensibilità che incrocia con felice movimento un passo intellettuale maturo, diretto verso vette del pensiero che i più fra noi non raggiungono mai.

In una pagina, una sola pagina, ci regala una lezione di umanità di cui dovremmo fare tesoro, come figli. 

Chi di noi è diventato genitore a sua volta, non può fare a meno di notare l’assunto tremendo, consapevole ma mai affetto da livore, da cui parte Etty: inutile pretendere "una forma" da chi non ce l’ha.

E tuttavia non è educando successivamente i propri figli secondo schemi troppo rigidi, risultato di un’azione reattiva, contrapposta all’anarchia priva di forma, che si scansa il fardello dell’assenza.

Solo nella compassione, nella carità, si trova un approdo che è anche una nuova partenza.

Perché "ogni legame spasmodico è una violenza alla vita". A questa violenza, purtroppo, ci siamo abituati. Tutti.

 

 

 

La padrona di questo blog non scrive ogni giorno.

C’è però un motivo preciso, oltre al suo tempo…interdentale in cui riesce a stento a cucinarsi un piatto di pasta, almeno in questo periodo.

Il motivo è che il post quotidiano, se da un lato risponde al criterio con cui, nel 1999, sono nati in America i primi blog (web log), esplosi da noi nel 2001, dall’altro rischia di sottrarre spessore alle riflessioni, di sfiancarle senza dare il tempo di "metabolizzare".

Perlomeno in un blog come questo, soggetto a  una cronica tentazione giornalistica ma soprattutto  al desiderio di riflettere su alcuni argomenti, socio-culturali e non (ne ho parlato nel post precedente).

Non è, insomma, il classico blog monotematico, nè tantomeno un diario personale (dignitosissimo, intendiamoci. Ma non è questo il caso).

La blogosfera è un mondo complesso, affascinante, ricco di scoperte (ma anche di tanta mondezza, sia chiaro).

Oltre all’egosurfing, che rappresenta il vero demone del blogger (e che come tale va tenuto a bada… o al guinzaglio, come facevano le damigelle di Paolo Uccello con i loro draghi), ci sono anche alcuni casi in cui "l’ansia da prestazione di post" rischia di generare effetti spiacevoli.

L’altro giorno, con la mia amica Luisa Carrada, di cui certamente conoscete il  bellissimo sito, discutevamo di blog e derivati. 

E abbiamo coniato due espressioni piuttosto eloquenti a proposito di alcune varianti sul tema.

Una riguardava i blog collage, ovvero quei blog pieni di pezzettini sparsi, come parmigiano spruzzato su un’amatriciana,  senza nessun filo rosso che faccia da guida (come un patchwrok cucito da un ubriacone), l’altra quei blog striminziti pieni solo di frasi un po’ stitiche ma "ad effetto", ovvero i blog bonsai, come li abbiamo ribattezzati.

Fare un blog in realtà è tutt’altro che semplice, specie se ci si affranca dal diario personale e si cercano altre strade, altri contesti, altre scritture.

I post solitamente si scrivono ogni giorno? In teoria sì, anche se in pratica le persone impegnate non postano più di due, tre cose a settimana.

Poi ci sono i blogger di razza, che postano cose interessanti ogni giorno. Ne conosco diversi. 

Per gli altri, si rischia di inciampare nella postmania (con danni sulla qualità, per i blogger meno brillanti) mentre dovremmo pensare, forse, di scrivere solo quando abbiamo davvero qualcosa da dire.

Che faccio io con il mio blog? mi sono chiesta.

Al di là del tempo (solite scuse, a volte) perché non scrivo ogni giorno?

E mi sono trovata una risposta: credo sia importante, in un mondo che corre, fermarsi un po’ su un tema, creando, se possibile, un dialogo intorno all’argomento, che possa arricchire me e i vari avventori della locanda.

Un modo per coniugare le risorse del web, e dei blog in particolare, con l’amore per l’approfondimento e per quella conversazione intelligente che una minuscola community, fatta anche solo di due o tre persone, riesce magari a far fiorire.

Anche solo nello spazio acerbo di un paio di giorni.

Alcuni blogger, qui, ne hanno dato una fulgida prova.

 

 

Chiudiamo l’anno raccontando una leggenda bellissima narrata nel libro Il mulino di Amleto di Giorgio De Santillana.

Non a caso questo blog si ispira proprio alle suggestioni di alcune narrazioni mitologiche che attraversano il tempo e che "parlano" all’uomo ancora oggi, malgrado la società moderna non sia più in grado di recepire coscientemente gli archetipi eterni di cui siamo intessuti.

La leggenda del mulino, dicevamo.

Moltissimo tempo fa, in un’era lontana, le popolazioni scandinave di Amlodi erano governate dal re Fròdi, proprietario di un mulino favoloso dalla cui macina uscivano pace e abbonadanza.

Nessun uomo poteva muovere il mulino magico, ad eccezione di due fanciulle giganti, Fenja e Menja, reclutate dal Re.

Chi conosce l’universo del mito, o gravita comunque intorno alle orbite dei classici, non faticherà a riconoscervi l’Età dell’Oro di cui parla Esiodo.

Un periodo aureo, appunto, in cui l’uomo non aveva ancora conosciuto la guerra, la fame, le carestie.

Si trattava di un Tempo circolare governato da Saturno, dio austero ma anche primordiale, connesso alla non moltiplicazione dell’essere (qui pensiamo a una frase magnifica e terribile di Borges, certamente cara ai lettori che ne conoscono la vertigine filosofica: "detesto gli specchi e la copula, perché entrambi moltiplicano l’uomo").

Potremmo dire che l’uomo viveva ancora l’alba dei giorni, prima che il tempo fosse.

A un certo punto, però, iniziò un periodo di decandenza.

Ogni leggenda ha le sue varianti, anche questa.

Alcune, come quella di Snorri,  narrano della crescente avidità del Re, punito dalla profezia delle mugnaie giganti.

Il mulino inziò a macinare sale. E il re fu ucciso da "un’improvvisa schiera di armati" sbucati fuori all’improvviso.

Mysingr, che aveva fatto uccidere il Re, ne prese il posto caricando su una nave anche le due gigantesse, che continuavano a macinare attendendo che uscisse di nuovo l’oro, e non più il sale.

Ma il mulino cadde in fondo al mare, e nel suo macinare rocce e sabbia creò un gorgo vastissimo, spaventoso, chiamato il Maelstrom ("la corrente che macina").

"E da allora c’è nel mare un gorgo dove l’acqua precipita dentro il foro della macina. Fu così che il mare divenne salato"

In realtà il mulino è anche un’affascinante metafora. E’ rotazione e cielo allo stesso tempo, il cui perno è fissato nella Stella Polare.

Questa stessa leggenda vive nelle storie di moltissimi popoli antichi. Ha solo diversi nomi. Si traveste, cammina attraverso la curva del globo, striscia nelle foreste congiungendo le punte degli alberi dell’Amazzonia con quelle dell’Asia.

Sempre, nel mondo antico, si racconta la storia di un ordine universale improvvisamente corrotto, spezzato.

L’Axis Mundi si spezza, la spada di Artù si inclina.

L’armonia viene interrotta mentre l’unità con il cosmo inizia a vacillare.

Senza addentrarci negli abissi simbolici che derivano da questa leggenda, non possiamo fare a meno di notare, in questo tramonto dell’anno, come il mulino, dal fondo del mare, continui a "soffiare" sul maestrom il cui gorgo diventa sempre più grande, più minaccioso.

Se questa mattina un presidente americano, che vanta la democrazia migliore di ogni mondo possibile, si entusiasma davanti al nemico che ha fatto ammazzare (lavandosi le mani come Pilato, certamente) e, per quanto quel nemico fosse esecrabile, non guarda in faccia nè l’umana pietà nè l’ennesimo danno che questa vendetta gratuita arreca al futuro mondiale, beh, allora il Maelstrom rischia, un giorno o l’altro, di risucchiarci.

Non c’è ombra di fazione politica, in questa riflessione. La vita non è di destra nè di sinistra, appartiene a tutti. E vale per tutti, ma proprio tutti.

Del resto, il mulino che giace in fondo al mare non fabbrica più oro da tanto, tantissimo tempo.

Ed è ora che ci accorgiamo del turbine provocato da questo gorgo infernale.