Eppure, in un certo senso, scrivere è un esercizio terapeutico, una proiezione di desideri inappagati, un surrogato della vita non vissuta e delle azioni non compiute. E per l’ispirazione faccio ricorso alla proposta di Baudelaire nei Diari intimi di "uno studio della grande malattia, l’orrore della propria cosa". Pochi sono al sicuro dalla virulenza di questa infezione, quella forza che ci fa cenno di avvicinarci all’ignoto. Spostarsi elettrizza, restare paralizza. Perché nel simbolo del Viaggio si ritrova il nostro principale dilemma. Dove sta la felicità? Perché il Qui è così insopportabile? Perché il Là è così invitante? Ma perché il Là è più sopportabile del Qui? "Cos’è questa strana malattia" si lamentava Petrarca con il suo giovane segretario, "questa mania di dormire ogni notte in un letto diverso?"

Bruce Chatwin, dai taccuini lasciati alla Bodleyan Library di Oxford.

 

Sarà banale, ma spesso i bambini insegnano. Io penso di essere cresciuto nella costante intimità con uno scenario preciso: la noia. Non ero più sfigato di altri, era per tutti così. La noia era una componente naturale del tempo che passava. Era un habitat, previsto e apprezzato. Benjamin, ancora lui: la noia è l’uccello incantato che cova l’uovo dell’esperienza. Bello. E il mondo in cui siamo cresciuti al pensava proprio così. Adesso prendete un bambino di oggi e cercate la noia, nella sua vita. Misurate la sensazione di noia che scatta in lui non appena gli rallentate intorno il mondo.

(Alessandro Baricco, i barbari, La Repubblica del 28 luglio 2006)

Vero. Ha ragione, Baricco. Non sempre simpatico, condivisibile, ma sicuramente incisivo e graffiante, quando ci si mette. Perché oggi non ci annoiamo più? Abbiamo perso purtroppo il senso "sacro dell’ozio", quel dolce far niente che cullava però anche la profondità dei pensieri che casualmente affioravano sostando con  lo sguardo su nuvole o monti. Chi non fa nulla non produce, questo è il problema. E se non si produce, non si è. Ecco allora che anche i bambini, oggi, devono allenarsi al "fare" frastornando i neuroni con videogiochi e tv. Attenzione al silenzio e alle sue minacce. Così, eccoli lì sempre indaffarati in un mondo rumoroso, a non dormire senza la tv accesa sul cartone animato o sul telefilm condito da mostri orripilanti (com’era bello, invece, Capitan Harlock) e principesse moderne che in realtà somigliano alle suocere dei nostri incubi. Questi bambini non si grattano più la pancia indagando con occhi curiosi il mondo circostante. Peccato. Peccato perché da adulti somiglieranno a noi, avranno le nostre stesse nevrosi. Vivere è diventato un tic, alla fine. Per tutti.

 

 

Scrivere il curriculum

Cos’è necessario?

É necessario scrivere una domanda,

e alla domanda allegare il curriculum.

A prescindere da quanto si è vissuto,

il curriculum dovrebbe essere breve.

É d’obbligo concisione e selezione dei fatti.

Cambiare paesaggi in indirizzi

e ricordi incerti in date fisse.

Di tutti gli amori basta quello coniugale,

e dei bambini solo quelli nati.

Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.

I viaggi solo se all’estero.

L’appartenenza a un che, ma senza perché.

Onoreficenze senza motivazione.

Scrivi cone se non parlassi mai con te stesso

e ti evitassi.

Sorvol su cani, gatti e uccelli,

cianfrusaglie del passato, amici e sogni.

Meglio il prezzo che il valore

e il titolo che il contenuto.

Meglio il numero di scarpa, che non dove va

colui per cui ti scambiano.

Aggiungi una foto con l’orecchio scoperto.

É la sua forma che conta, non ciò che sente.

Cosa si sente?

Il fragore delle macchine che tritano la carta.

(Szymborska, Gente sul ponte)

 

Come sempre, la poesia della Szymborska è lapidaria, ironica, graffiante.

Anzi, non dovremmo neanche chiamarla "poesia" dato che nel nostro immaginario a questo genere solitamente associamo intimismi, echi romantici, atmosfere impalpabili.

Più vicina alla prosa, l’opera della poetessa polacca si distingue per le sue incursioni nel mondo moderno, perlustrato in modo sagace e restituito, attraverso la sua penna che detesta convenienze e inchini al sistema, di qualunque natura sia, in una produzione artistica che non trattiene mai una vis polemica nei confronti di un mondo viziato dalla forma che corrompe – spesso e volentieri – i contenuti.

Ha ragione, la Szymborska, nel mettere a fuoco la burocratizzazione di un mondo che all’essere umano preferisce i distintivi, le "specializzazioni".

C’è una sola, importante specializzazione verso la quale dovremmo aspirare. Ed è quella di diventare "esseri umani di valore".

Con più cuore. E meno carta.

 

 

 

Einstein diceva: "Non cercate di diventare esseri umani di successo, ma di valore". Purtroppo invece, lo sappiamo tutti, oggi si cerca soprattutto il successo. Così abbiamo molte persone di successo che magari non sono di valore, e persone di valore che nella vita non hanno alcun successo. Ma  il successo è fragile,  e all’ascesa può seguire il declino. Quando invece sei una persona di valore – e costruisci la tua vita su questo principio – lo rimani per sempre. Senza magari avere successo, ma che importa?

 

Cos’è necessario?

É necessario scrivere una domanda, e alla domanda allegare il curriculum.

A prescindere da quanto si è vissuto

il curriculum dovrebbe essere breve.

É d’obbligo concisione e selezione dei fatti.

Cambiare paesaggi in indirizzi

e ricordi incerti in date fisse.

Di tutti gli amori basta solo quello coniugale,

e dei bambini solo quelli nati.

Conta di più chi ti conosce

di chi conosci tu.

I viaggi solo se all’estero.

L’appartenenza a un che, ma senza perché.

Onoreficenze senza motivazione.

Scrivi come se non parlassi mai con te stesso

e ti evitassi.

Sorvola su cani, gatti e uccelli,

cianfrusaglie del passato, amici e sogni.

Meglio il prezzo che il valore

e il titolo che il contenuto

Meglio il numero di scarpa, che non dove va

colui per il quale ti scambiano.

Aggiungi una foto con l’orecchio scoperto.

É la sua forma che conta, non ciò che sente.

Cosa si sente?

Il fragore delle macchine che tritano la carta.

(Szymborska, Gente sul ponte)

 

Come sempre, la Szymborska nelle sue poesie moderne, lucide, graffianti, ironiche quanto spietate, ci offre spunti di riflessione sulla decandenza dell’era moderna, sul vuoto coperto solo da "macchine che tritano carta" al posto di valori saldi e soprattutto umani.

In effetti il mondo è oggi un tiro incrociato di curricula pieni di titoli, lauree, esperienze e collaborazioni. Ma la persona? Ma le persone?

Davvero i pezzi di carta segnalano un uomo? Ci raccontano chi è?

"Ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare", diceva il replicante morente in Blade Runner, sotto una pioggia maliconica che scandiva il suo addio.

E noi umani, rispondiamo, abbiamo visto cose che voi replicanti, o alieni, non potete neanche immaginare.

Abbiamo visto aerei da guerra in fiamme verso l’Afghanistan,

e torri crollare in Occidente,

abbiamo visto persone scavalcare i cadaveri dei loro fratelli

navi affondare sulle soglie del porto di Lampedusa

e foreste abbattute sotto il peso dell’economia.

Abbiamo visto tutto questo,

e abbiamo visto anche curricula che sostituivano le persone

recandosi al lavoro al posto loro.