Quest’estate ho finalmente messo la distanza necessaria tra me e il bellissimo Jules e Jim di Truffaut per permettermi di leggere il libro di Roché, da cui il film è tratto.
Quindici anni. Ci sono voluti quindici anni per smorzare la memoria di quelle scene meravigliose, con una Jeanne Moreau che domina tutto il film, e potermi dunque dedicare al libro senza subire l’influenza dell’opera cinematografica.
Purtroppo libri e film non vanno sempre d’accordo: se si vede un film, la lettura del libro ne risulterà condizionata, compromessa dalle definizione delle scene, dal volto dei personaggi che si impone su quello che avrebbe scelto la nostra immaginazione. Il ritmo di un film non corrisponde al tempo letterario del libro: si genera solitamente una delusione. Se si è letto il libro, vedere il film solitamente comporta insoddisfazione perché “inscatola” una visione: un libro ha spazi aperti, orizzonti meno segnati dalla linea di confine che separa la finzione dall’immaginazione; se invece prima abbiamo visto il film, la nostra lettura sarà comunque obbligata a un confronto in cui domina la pellicola che pretende di orientare e governare il nostro percorso immaginativo-mentale davanti a trama e parole.
Potendo scegliere, sempre meglio leggere prima un libro e solo in seconda battuta avvicinarsi alla trasposizione cinematografica. Saremo meno delusi. Un film ha sempre un potenziale più limitato, è forzato dal perimetro di scene già predisposte, con contorni e ritmi precisi che nulla lasciano alla magia dell’immaginazione: i volti dei protagonisti sono quelli scelti dal regista, non sono i volti della nostra visione, non sono i personaggi così come li immaginiamo, come li percepiamo noi. Quindi traslochiamo a casa del regista, ci mettiamo nelle sue mani, anzi nei suoi occhi.
Spesso questo trasloco ci costa caro. Ci costa l’insoddisfazione.
Pochi registi hanno saputo infondere nella loro opera filmica l’anima dell’opera letteraria. Un libro è faccenda strana, oggetto magico che vive in un tempo senza tempo. Ci è riuscito Luchino Visconti nel suo Gattopardo, che ha sposato le atmosfere della penna di Tommasi di Lampedusa senza usare violenza ai personaggi, senza piegarli al proprio Ego. Loro sono così, così come li percepivamo durante la nostra lettura, così come li aveva sentiti e vissuti il loro autore. Sono stati vestiti, hanno ricevuto -. come tramite l’insufflazione di un dio – occhi, pelle e capelli, hanno respirato e parlato, il loro cuore ha cominciato a battere per raccontare di nuovo la storia di una Sicilia che cambia per non cambiare.
In un film i protagonisti non vivono più in una dimensione a-spaziale e a-temporale nascosta nel bianco e nero bidimensionale di un libro, da cui si staccano man mano che il lettore poggia gli occhi su quelle parole che li fanno danzare in alto, precipitandoli in vortici sopra le pagine, sopra le nostre teste, nei territori sconfinati e impalpabili dell’immaginazione che li rende viventi, autentici, irripetibili per ogni lettore; in un film i protagonisti si muovono come noi nel mondo delle tre dimensioni, malgrado la bidimensionalità dello schermo ne livelli apparentemente le prospettive: di fatto li vediamo come noi, sono uomini e donne che si muovono in un mondo già prefigurato, esistente, reale. Discorsi diretti e descrizioni letterarie si trasformano in scene di vita, scelgono il ritmo del tempo orizzontale mentre il libro conserva alcuni arcani momenti di quel tempo circolare riservato agli dèi, a un altrove non terreno.
Quindi sono sottoposti a una trasformazione che a volte li infeltrisce, come accade a un maglione lavato in acqua troppo bollente.
Non è successo al film di Visconti come non è accaduto ad altre opere. Penso a Romeo e Giulietta di Zeffirelli, Excalibur (qui potete vedere un trailer>>)  di Boorman o al recente Il signore degli anelli.
Le storie, gli ambienti, i personaggi e il loro respiro sono in questi casi molto fedeli al loro doppio letterario, vibrano della stessa sostanza.
Ma si tratta di un’alchimia difficilissima.
E non è detto che il semplice rispetto di un libro finisca per determinare la sua felice trasposizione nel film. Accade ad esempio che in Sostiene Pereira il regista, Roberto Faenza, sceglie una traccia pedissequa senza tener presente la distanza enorme tra il ritmo letterario dell’opera di Pessoa che avanza lentamente, per sensazioni interiori più che per accadimenti, e il ritmo di un film che comunque chiede la presenza di eventi ( a meno che non si possegga il genio di un Bergman, fatto rarissimo). Ne risulta un insieme pedante, noioso, soggiogato al peso di un libro al quale, per troppa fedeltà, non riesce a rendere omaggio pur volendo, nelle intenzioni, non tradirne neppure un capello. E ci troviamo davanti a un passaggio cruciale: essere fedeli o infedeli? E’ un po’ come accade per la traduzione di un libro, sempre divisa da due scuole di pensiero: quelle che difendono la traduzione capillare, sempre rispettosa delle frasi originali, e quelle che privilegiano invece una rielaborazione in grado di traslocare le suggestioni e le intenzioni in una lingua che comunque, per sua matura, richiede a volte scelte lessicali, scelte di ritmi e di pause diverse.
La grammatica di un libro è la sua anima. Va trattata con attenzione e rispetto. Personalmente, faccio parte di coloro che pensano che qualche rielaborazione possa essere fatta, anzi sia necessaria, in modo da restituire nella nostra lingua la sensazione e l’intenzione (più che l’esatta sequenza di parole) dell’altra lingua, che conosce cifre diverse. Un esempio su tutti è il famosissimo incipit della Ricerca di Proust.
“Per molto tempo mi son coricato presto la sera”, recita la traduzione – bellissima – di Natalia Ginzburg, non a caso scrittrice.
Esiste anche un’altra traduzione: “Per molto tempo la sera sono andato a dormire presto”. Ora, quale suona migliore? Più convincente?
Quando sono gli scrittori a tradurre gli scrittori accade un fatto meraviglioso: entrano nel linguaggio, ne leggono l’anima e la traghettano in un’altra terra profumandola con gli stessi colori che però hanno le sfumature locali. Bisogna anche ragionare, poi, sul fatto etimologico che la traduzione, come la tradizione, rappresenta un tradimento (tradere, tradire). Ma un tradimento necessario a riconsegnare e far sopravvivere.
Ora, tornando al rapporto tra libri e film, già la scelta di una faccia per un personaggio, o l’accelerazione di un episodio del libro è già un “tradimento”, come un tradimento è di per sé stesso il passaggio da libro a film, vera trasmutazione, autentico passaggio in cui una natura cambia radicalmente.
Ma il regista in gamba conosce, come il buon traduttore, l’anima di ciò che sta trasformando, e quest’anima, nella sua essenza, non cambia né può cambiare.
Paradossalmente, il “tradimento” di un rispetto pedissequo come quello di Faenza, che ignora gli universi differenti di un libro e di un film con la pretesa di mantenere tutto uguale, senza intervento né rielaborazione filmica, è maggiore di quanto fa un regista come Truffaut che “sente” l’opera e la racconta – personalizzandola ma non violentandola – consapevole del tempo e del ritmo di una storia che procede per immagini viste e non lette.
Il modo migliore per rispettare un’opera nella sua trasposizione cinematografica è avere con lei confidenza, carpirne l’anima, penetrare la mente dell’autore e quella dei suoi personaggi. E anche così, comunque, sarà sempre stagliata, all’orizzonte, la possibilità della delusione per il lettore che si trova a dover vivere i “suoi” personaggi, le “sue” storie attraverso gli occhi di un altro. Ma se questo altro è stato vicino allo scrittore, ne è diventato amico intimo, quasi un confessore, allora ecco che la delusione sarà mitigata, favorita dall’apertura verso un’altra rappresentazione del libro, quella voluta non da noi ma da un altro lettore particolare, il regista, che come un demiurgo ha la capacità di muovere la ruota rendendo viventi le immagini proiettate nello spazio e nel tempo del film.
Sicuramente chi vede un film senza o prima di aver letto un libro lo apprezzerà maggiormente. Sarà più libero di muoversi, di esplorare, di godere di quella visione. Ma chi dopo aver letto un libro sancisce il successo del film, apprezzandolo, rende omaggio al regista che ha saputo entrare in comunione con lo scrittore, ne incorona il talento che ha saputo navigare tra rispetto e tradimento, traducendo la scrittura in un film che ne incarna l’essenza. E tuttavia, tuttavia come lettori siamo e saremo sempre condizionati dal libro che abbiamo letto e che abbiamo fatto vivere nelle stanze della nostra mente, una volta e per sempre.
Allo stesso modo, un film si imprime nella memoria impedendoci la libertà di inabissarci nel libro seguendo le inclinazioni della nostra immaginazione con il suo taglio personale, unico, irripetibile. Ecco perché ho dovuto mettere tanto tempo tra il Jules e Jim. Truffaut era troppo forte, troppo ingombrante dentro di me.
Ora, dopo tanti anni, le sue scene si sono attenuate, confuse, accavallate. E così ho potuto apprezzare la penna di Roché, quella stessa penna che anni fa incantò il regista francese ispirando uno dei film più belli della storia del cinema.
Non facile, per noi, dividerci fra libri e film. Due mondi incantevoli, magici, dotati di arcane corrispondenze ma anche di differenze radicali.
I matrimoni riescono, in questo caso, solo a patto di conoscere bene entrambi i territori.
Truffaut ce l’ha fatta. Ma era Truffaut.

 

Io non guido spesso la macchina. Anzi, non lo faccio mai. Preferisco, a Roma, il motorino. Certo, un po’ adolescenziale, un po’ centauro urbano, ma tanto, tanto comodo.
Quando d’estate vivo nelle Marche, invece, uso la bicicletta, cioè il motorino al quale è stato sottratto il soffio “vitale” del carburante a favore delll’energia muscolare. E tuttavia a volte mi capita di usare l’auto di mia madre, deliziosa e soprattutto facile da guidare: una Citroen automatica, con tanto di tettuccio decappottabile (non ricordo il nome del modello, per me le auto possiedono una cifra segreta, sono sconosciute quanto il più remoto dei sogni).
Bene, con questa Citroen decido di andare sulla riviera del Conero. Chi conosce le Marche sa che si tratta di un posto speciale, con la montagna che cola a picco su un mare terso, trasparente, pieno di scogliere magnifiche e spiagge popolate da sassi bianchi. Ricorda la Sardegna, anche se è meno aspra, selvaggia. Qui la terra incontra il mare disegnando un’architettura perfetta di boschi, vallate, baie e promontori. Non ci andavo da moltissimi anni, dunque mi decido per l’avventura.
E mi trovo a fare i conti con stradine piene di tornanti, di salite immediate e altrettante immediate, impreviste discese. Ogni volta che arrivo a una rotatoria il tempo di scelta della direzione diventa interdentale, un pugno di secondi per giocare una destinazione altrimenti, dietro, le auto degli altri turisti ti strillano nei timpani facendone poltiglia.
E comincio a scocciarmi. Non sono pratica dell’auto, non la guido ogni giorno. E qui nessuno è calmo, nessuno è disposto al tempo marginale di una breve attesa, rapida come un respiro.
In più è difficile guidare con quest’andatura da serpente ubriaco che si sposta continuamente a destra e sinistra rasentando alcuni strapiombi che, sebbene protetti, sono sempre abissi sul vuoto. E io soffro di vertigini, perdio. Così, tra il caldo, le curve, le salite e le discese comincio a inquietarmi. Anche perché nei pressi di Portonovo parcheggiare la macchina diventa cimento da Olimpiadi. Tra pendenze e piccoli piazzali sul fianco del monte, le macchine si infilano una dietro l’altra a mo’ di sardina mentre i placidi parcheggiatori ti chiedono “solo” 5 euro per giocare al massacro sul bilico delle rocce che portano giù, verso il mare.
A un certo punto, in salita, circondata da una schiera di auto che mi fissano accaldate mentre cerco di infilare la mia in uno spazio lillipuziano ai margini di un piccolo strapiombo boscoso, mi viene una crisi di nervi. Mi sento in trappola, in trappola ai piedi di una montagna che sputa turisti come noccioline. Ma ci riesco, alla fine, a conquistarmi un bagnetto in una baia. E certo che l’acqua è meravigliosa, con i fondali che mostrano la sabbia modellata dall’acqua. Poi riparto, cercando di arrivare nel paesino di Sirolo. Ma di nuovo curve, dossi, tornanti, salite, discese…
Non so mai cosa mi trovo davanti, mi agito, mi innervosisco. E penso, in quel momento, a quanto la paura dell’ignoto sia una cosa concreta, vicina.
Percorrere strade diverse da quelle che solitamente battiamo significa aprirci alle possibilità di incontri sconosciuti, profumati di inedito. Ma possiamo incontrare mostri o madonne, in quei tragitti. E ne abbiamo paura. Quando la nostra guida è consolidata, quando sappiamo esattamente fra quanto semafori dovremo infilare la destra per arrivare alla meta, ecco che allora siamo tranquilli, coraggiosi, tesi a invocare lo sconosciuto. Ma quando arriva sul serio, lo sconosciuto, ci viene il panico. Insomma, questa metafora stradale mi ha aiutato a capire come, di fatto, siamo legati alle nostre abitudini, a ciò che ci aspettiamo di trovare, a ciò di cui conosciamo confini, odori e sapori. In certi momenti mi sentivo davvero a disagio seguendo quella rotta nuova, difficoltosa, a bordo di un mezzo diverso da quello che uso solitamente.
Molto più facile fare le vecchie vie. Per questo la mente, quando sbagliamo un tragitto la prima volta, solitamente lo sbaglia per sempre: non è mica scema, lei. Ama le cose comode, prevedibili, per questo indossa le sue belle pantofole collaudate. Cambiare quell’”errore” è difficilissimo, lei tende comunque a girare, mettiamo, a sinistra anche se ormai sappiamo che è necessario proseguire invece dritti. La prima volta è quella che determina ogni percorso futuro, per lei, su quel tracciato che ormai “legge” in un certo modo.
Spesso annunciamo di voler cambiare, di voler sfidare l’ignoto (sentimentale, professionale, geografico, spirituale…). In realtà pochi di noi ci riescono. Abbiamo paura. I sentieri diversi dai nostri ci incutono timore, sono un po’ come i viaggi nelle grotte dell’inconscio, dove si muove, nell’ombra, tutto ciò che non conosciamo. Vorremmo essere capitani coraggiosi, come Ulisse, e ci troviamo a battere i denti per la paura, come un coniglietto braccato dai cani.
Ma non importa. Ciò che conta è prenderne atto. Conoscere l’estensione e la profondità di quel mare che separa il “dire” dal “fare”.
L’ignoto ci trasforma in cacasotto. Bene, si parte da qua. Poi, piano piano, possiamo iniziare timide avventure, mescolando stupore e spavento.
La mia piccola gita impervia mi è stata utilissima per toccare i miei limiti, per provare il tremore dell’agnello che batte sotto il petto di leonessa che avanza spigliata nei traguardi consolidati.
Cambiando la guida, la prospettiva e il percorso, ci si misura – anche filosoficamente – con parti profonde, poco frequentate.
Avventurarsi con mezzi sconosciuti (l’auto lo è, per me) in terre difficili è un’avventura. Una piccola sfida che prelude però a conquiste diverse, tutte misurate dall’ansia di “non sapere”.
E la mente, lenta-mente, si adegua. Si fa più audace, anche se controvoglia. Perché poi, durante il percorso, può capitarle di mettersi in un cantuccio e ascoltare lo stupore di un “Oooooh!” nell’attimo in cui l’ignoto smette di farci paura e si fa accoglienza, carezza, calore.
Ogni cosa remota, allora, si fa più confidente.

Ci racconta di piccoli salti nel vuoto, spazi aperti fra le chiusure delle nostre abitudini.

 

 

Stamani mi sono svegliata qui, a Senigallia, nella mia casetta vicino al mare. E ho pensato che, malgrado anni vissuti in città, quel profumo particolare non si dimentica. Te lo porti addosso, come una memoria cucita nel cuore.

Ti manca, in città, davanti a quelle sentinelle d’acciaio e cemento.

L’assenza del mare è assenza di Acqua, di sale, di orizzonti smarriti nei pastelli dei cieli.

"Gente di mare", si dice. Ha un senso.

Non è forse poi così diversa dagli altri, la "gente di mare".

Ha solo l’abitudine delle notti che pizzicano sulla pelle, dei pescatori di telline che salutano l’alba nei loro stivaloni di mare, delle serate appesi su uno scoglio ad ascoltare il racconto di un’onda.

Conosce i moti selvaggi del mare, conosce i suoi scuotimenti quando si arrabbia e prende tutto, risucchia cose e persone ostinandosi a non restituirle se non dopo tempo, quando la foga di Nettuno, placata, permetterà alle acque di specchiare nuovamente i riflessi del giorno.

Il mare mi vuole bene. Sa che anche se me ne sono andata in città non lo dimentico. Mi è compagno, amico, fratello. Segue le orme dei miei respiri per ricordarmi, nella tristezza, il continuo andare e venire delle sue onde, che arrivano e scompaiono, come le cose della vita.

Il mare mi accarezza anche d’inverno, nei colori freddi della metropoli. Mi insegue con la memoria di un bisbiglio, di un’impronta nella sabbia sussurrata dal vento.

Ogni anno torno qui. Metto i piedini nell’acqua, inseguo il profilo dell’orizzonte. E mi ritrovo.

 

Rebus di limiti illimitati, l’infanzia. Di confini malcerti, magnificati dalla piccola statura (proprio come le magiche parole, compilate a rilento nel libro delle fiabe). Era il dosso, vellutato da una linea di sole e inaccessibile ai passetti minuti, oltre i quali doveva stendersi il prato incomparabile, la radura di Brocelianda. Era il cancello sempre chiuso, il boschetto solo sfiorato, il viale senza termine. Era, durante la passeggiata al crepuscolo, la rovina di un castello vertiginoso e statico che girava tramutando con i tornanti della strada. Era la grotta, appunto, il muschio indovinato, l’acqua nascosta. Era la fin du parc.

(Cristina Campo, Gli imperdonabili).

Lettura travolgente, questa. Cristina Campo ti seduce, ti fa girare la testa con la sua tensione verso l’estremo dell’universo, ti copre di stelle cadenti che, come la polverina magica di Peter Pan, alleggeriscono il peso di ogni metallo. E all’improvviso ti ritrovi nei magici regni della fiaba e dello spirito, incantata dalla danza delle metafore che suonano i loro campanellini d’argento. Tintinna anche la testa, al loro suono si apre il varco della percezione profonda, quella che viaggia sopra e sotto ogni emozione, tappeto volante tessuto di ricami arcani.
La fiaba insegna. “Il derviscio separa con le due mani un fumo d’incenso e attraverso quell’apertura il prigioniero può uscire in un giardino”.
Ritrovare quei giardini in cui, liberi dalla nostra consueta prigionia, danziamo la danza del derviscio significa tornare nei meravigliosi, aurei regni infantili, quando ognuno di noi aveva la sua fiaba speciale, il suo archetipo particolare che sempre tornava a sussurrare al cuore.
“Racconta, nonna, Raccontami ancora quella storia”.
E così la donna anziana, la saggia che nelle mani e nella bocca teneva la misura del tempo senza tempo, misteriosa conservatrice dei segreti di ogni àugure, trasferiva le indicazioni verso i sentieri di conoscenza che un giorno, da adulti, avremmo cercato ancora.
Oggi purtroppo questa sapienza e questi segreti sono destinati al declino. L’antico cantastorie non trova più spazio nel regno della materia, della linea retta, della ragione priva di cuore.
L’esile filo di Arianna che ci collega alle stelle, e del quale la fiaba è un segno e un richiamo, resiste agli urti ma diventa fragile, evanescente, cadaverico, esposto a una luce lunare non più magica ma ingannevole, come mostra la carta dei Tarocchi.

Quando eravamo bambini davanti alle fiabe avevamo occhioni ardenti, e bocche dischiuse come un bocciolo a primavera. Avidi, ascoltavamo quelle letture così particolari in cui gli eroi si perdevano, compivano percorsi circolari incontrando travagli di ogni tipo per poi tornare a casa, una casa dalla quale l’anima non si era mai allontanata, inviando l’Io alla ricerca della sua origine.
Tempo meraviglioso, tempo di dame, di draghi, di eroi e cavalieri.
Il libro della Campo mi riporta, con una vertigine, a quell’alba dorata, mistero e origine di ogni fiaba.
La tristezza si inclina senza speranza, va giù, scivola verso il basso pensando ai bambini di oggi,esposti al rapimento di quei mondi fatati legati a un filo di Arianna sempre più occulto.
Senza il recupero di quello stupore non conosceremo mai il nostro regno interiore.
E mentre guardo mio nipote negli occhi penso che oggi gli parlerò ancora delle fate (lui le adora, ne sente il richiamo sottile e penetrante) e di come, in silenziosi boschi lontani, se l’uomo tace, il vento racconta.

Il suo sguardo mi guida con mano sicura verso i segreti della mia infanzia. Luoghi che ho solo dimenticato, come tutti. Ma che tuttavia, tuttavia stanno sempre lì, pazienti. Pronti a ricordarci i nostri stupori.

 

 

 

 

 

 

L’amore fa paura. Perché enormemente sopravvalutato come soluzione alla solitudine, perché implica mettersi in gioco, perché si pensa che si potrebbe soffrire troppo se l’altro ci lasciasse (spesso le immagini che vi si associano sono di tessuti lacerati e sanguinanti). Paura è il nome che diamo alle nostre incertezze, alla nostra sicurezza che proiettiamo sull’altro, che facciamo diventare un nemico pericoloso. Allora sogniamo amori idealizzati e perfetti, fuori dal reale; oppure scegliamo persone sbagliate per continuare a emozionarci restando autonomi”.
(Umberta Telfener
)

Di tutti gli amori conosciuti, solo alcuni sopravvivono consegnandoci il sigillo di un mutamento irrevocabile, una trasformazione indelebile malgrado la danza dei mutamenti li abbia poi allontanati fisicamente.
Sono gli amori “veri”, quelli che ci fanno capire quante balle spesso ci raccontiamo quando diciamo, o crediamo, di amare.
Questi amori spesso sono così potenti da essere fragili, precari, esposti alle tempeste quotidiane di eventi fatali che sembrano accanirsi contro il profumo speciale di quel prato fiorito.
Vivono sul brivido di un soffio, sulla carezza rubata all’alba, sul colore vermiglio di un tramonto che estingue il sole invitando alla contemplazione notturna.
E sono disperati. Della disperazione attonita, lacerata, incapace di compimento. Struggono l’anima,  come canta Jacques Brél nel suo bellissimo
Ne me quitte pas, ascoltatelo qui>> con i suoi versi intrisi di una poesia dolente che si fa scavo, lama, coltello.
Sono amori che non muoiono mai, anche se “formalmente” archiviati, seppelliti, messi in un angoletto a favore di altre destinazioni.
Chi ha vissuto questo tipo di amore ne conosce l’odore che appartiene a un luogo lontano, iperuranio, sospeso nelle curve degli universi. E allora capita a volte che altre carezze che vorremmo fare per rassicurare chi ci sta accanto si arrestano sulla superficie, rotolando giù solitarie, confuse, consapevoli di una soglia  che non possono superare. Hanno anche loro un profumo, ma non ha la stessa qualità. Fortunato è chi l’ha conosciuta, questa qualità, anche solo per brevi momenti.
Questi amori speciali sono specchi, compimenti del cuore e dell’anima. E sono rari, rarissimi. Accade quando due persone combaciano, quando ogni interstizio penetra in quello dell’altro, quando gli occhi aprono porte in cui brilla l’eternità di un momento.
Purtroppo la profondità di una bellezza che procede a doppio passo di danza a volte comporta instabilità, smottamento, perdita di tranquillità fisica e mentale. Del resto, ogni gioiello interiore si raggiunge pagando un prezzo. A volte, se è troppo alto, si fugge, si migra. Ma non si dimentica.
Questo è l’amore che sazia l’anima, che le offre le ali anche se poi, come Icaro, si può cadere per sempre. Senza rialzarsi più.
Poi ci sono gli amori “ordinari”, quelli che non nascono dalla magia del complemento, dall’arcana specularità in cui rimandi e fusioni permettono l’attraversamento dell’altro e di sé.
Ma a modo loro sono belli anche questi. Scaldano, permettono soste o accelerano dissensi, invitano comunque alla scoperta della diversità. Ci insegnano a misurarci. Importanti, anche loro. Ma di una qualità differente. Certamente più vivibili nell’estensione ordinaria del tempo.

E poi, invece, quanti calessi scambiati per amori. Una moltitudine.
Ognuno di noi è pronto a fare di un rapporto il castello di Camelot, trasformando il suo amante nel Graal.
Paure, desideri, bisogni, proiezioni.
Amori idealizzati, perfetti, mai scalfibili (perché scalfirli significherebbe aprire gli occhi sull’imperfezione di questi amori, sul loro far parte delle cose del mondo, appunto imperfette). Icone sacre su cui installiamo la nostra religione amorosa, la liturgia della coppia, recitata ogni giorno con santa devozione. Amen.

Ma se siamo fortunati, allora un giorno uno tsunami ci colpirà facendoci aprire quegli occhietti strizzati che non vogliono vedere la verità delle cose, li sbarrerà fissando le palpebre con due stecchini finché non lacrimeranno, costretti alle forme reali, quelle che restano dopo la fuga di ogni immaginazione, di ogni consistenza proiettata e dunque effimera nella sua natura.
Ma c’è un’altra via di fuga dal contatto reale, profondo, con l’amore: “ scegliamo persone sbagliate per continuare a emozionarci restando autonomi”.
Idea magnifica, eccelsa. Strategia sublime e, temo, molto diffusa. Le nebbie emotive che sembrano catturarci nella nostra Avalon sentimentale in realtà sono gioco, inganno, finzione che permette di vivere la passione senza bruciarsi. Ma non c’è nessun fuoco che non brucia, qui sulla terra. Il “Fuoco che non brucia”, l’unico capace di farlo, appartiene alla verticalità degli spazi spirituali.
Dunque far finta di giocare agli amanti appassionati senza bruciarsi, senza mettere in gioco se stessi, funziona pure fino a un certo punto, fino a quando si sente il desiderio di uscire – anche solo per un istante – dai confini della propria pelle per un fugace incontro con l’altro. Ma lì, in quel crinale che separa due mondi, lì si deve perdere l’autonomia, abbandonando la magnifica corazza che blinda ogni nostro poro e che, invisibilmente, mette muri e distanze nel momento dell’inabissamento nell’altro, nel momento di un incontro reale che è per forza annullamento di sé e di ogni autonomia. Fa paura. Ma è l’unico modo per conoscere davvero qualcosa dell’altro. E di noi.
Ci sono coppie felicemente cementate da abitudini condivise, da sodalizi sereni, da giochi delle parti in cui ognuno assolve alla sua funzione nei confronti dell’altro e del mondo. Coppie abilitate a resistere al mondo facendosi forza a vicenda. Ma l’amore come conoscenza profonda di sé è forse un’altra cosa. Di amori ne esistono tanti. La qualità del rapporto tra due individui poggia su una vasta gamma di opzioni, tutte più o meno piacevoli e tutte comunque importanti, anche se in misura diversa, funzionali nel traghettarci alla scoperta di noi.
Il rapporto fra un uomo e una donna è qualcosa di misterioso, ineffabile. Perfino nelle sue varianti più superficiali, carnali. Perché è l’incastro che del due torna a fare l’Uno.
Quell’Uno che per la paura ti fa fare la cacca addosso nei pantaloni, se lo sperimenti non nella sua idea, nella sua elaborazione mentale ma nella sua esperienza vitale, vibrante, priva di appigli intellettuali.
Sconfinare nell’altro è il sogno di tutti. Riuscirci, privilegio di pochi.
Ma è solo continuando a cercare – attraverso ogni forma, ogni rapporto, ogni amore – che avanziamo nella conoscenza profonda di noi.
Perché, come diceva Jung, nulla ci tira fuori chi siamo realmente come l’amore. Nulla fa emergere ogni ombra inconscia come l’amore.
Perché ci tira giù le brache delle nostre difese, perché fa  affiorrare le nostre ombre e le visite dei nostri fantasmi, perché chiama a raccolta il bambino che tutti siamo stati.  Quel bambino che magari non ci piace e che scansiamo abilmente alla luce del giorno.
Com’è facile avere una buona immagine di noi stessi  quando svolgiamo bene i nostri mestieri. Quando facciamo un lavoro che ci piace, ci gratifica, ci fa sentire sicuri e “bravi”, stimati e applauditi dagli altri, la nostra autostima attraversa mari e montagne. Lì siamo lucidi, lì viene fuori il meglio del nostro essere (così pensiamo) perché quel confine strano, così sottile e rarefatto, quella pelle che ci divide dal mondo in realtà non è mai nuda, mai esposta al brivido che scuote i nostri abissi interiori.
Siamo più “mentali”, organizzati, capaci di decidere dinamiche e strategie.
Il nostro Io professionale è un bel personaggio, ben piantato a terra; non rischia di essere stregato dalle notti lunari e dai giorni solari di un amore “vero” che porta con sé anche le eclissi. I personaggi che abitiamo hanno maschere coi fiocchi, tutte personalità forti, tutte immagini vincenti, luminose.
Ma è solo dall’incontro con i vortici delle emozioni, con l’irrazionalità dei sentimenti, con la precarietà di una relazione fatta di scoperte e confronti (e se siamo molto molto fortunati, con quell’amore vero, autentico, speculare) è solo – dicevo – da questo incontro (nelle sue varianti di gradi differenti che però tutte spingono a una maggior conoscenza di sé) che emerge la natura profonda, spirituale, delle nostre radici. Che deve però passare attraverso le forze ctonie, conoscerne la potenza. E’ lì, in questo incontro d’amore che siamo scossi, che i personaggi abilitati ad agire felicemente per noi crollano tutti come birilli, rivelando le nostre follie, le nostre contraddizioni, i nostri infantili capricci e le nostre fobie.
Forse è per questo che oggi schiere di uomini e donne di successo quando, la sera, si tolgono cravatte e tacchi a spilli insieme alle loro certezze avvertono un buco allo stomaco, un pungolio che è “fame” di quel qualcosa che toglierebbe loro tante sicurezze in cambio di un po’ di verità.
All’uomo si ricopre di strati con cui affrontare una vita fatta necessariamente di ipocrisie e compromessi solo un’incontro d’amore reale regala la possibilità di smettere qualche strato per cercare l’essenza. Che è sempre piccina e allo stesso tempo grandissima, immensa. Fragile e potente. Vulnerabile e forte.
Palpita dentro e sotto la pelle. Aspetta, trepidante, di essere ri-conosciuta.