Se non sono io per me, chi sarà per me?

Se non così, come? E se non ora, quando?

(Primo Levi)

Ogni volta che ho incrociato questi versi ho pensato al loro respiro gigante, universale.

E non solo per le tematiche a cui si riferiscono.

Ho pensato alla loro possibile estensione, al loro allungarsi sulla vita, sull’alba e sul tramonto di ogni destino, al loro catturare scintillii e rimandi.

Nessuno può essere per noi. Nessuno.

Anche se lo vorremmo, specie quando non ci piacciamo, quando le nostre azioni misurano il limite, quando lambiscono le nostre paure portandosi via pezzi di sicurezza.

In fondo, una parte di noi vorrebbe sempre che qualcun altro "fosse" e "facesse" al posto nostro, soprattutto nei nostri errori e nelle nostre incertezze.

Ci crediamo perfino, a volte.

Invece siamo solo noi. Nostro il peso delle conseguenze, nostra la responsabilità, nostre le gioie e i dolori.

Certo, a volte tendiamo a sgusciare via come anguille affidando ad altri il nostro destino salvo poi vedercelo riconsegnato in mano, e con gli interessi.

Perchè davvero, davvero non è possibile che qualcun altro sia per noi. Non possono esserlo padri, madri, sorelle, fidanzati, amici, colleghi, maestri…

E magari giriamo disperati, sempre alla ricerca di qualcuno che viva e che operi per noi. E ci sembra di trovarlo, questo qualcuno, ci sembra che possa sollevarci dal peso di essere.

Se siamo fortunati l’illusione crollerà in breve tempo. E’ comunque destinata a crollare, un giorno o l’altro.

Più avremo procrastinato l’appuntamento con la riconsegna del nostro destino, maggiori difficoltà avremo nel guidare nuovamente la nostra esistenza, conducendola fuori dai porti facili ma ingannevoli per affrontare il mare aperto, ignoto e pericoloso dell’essere.

In quel mare navighiamo incerti, fragili, appesi alle nostre speranze che inseguiamo come aquiloni nel vento.

Nessuno può navigare per noi.

E nessuno può farlo ieri. Nè può farlo domani.

Solo noi, solo adesso.

 

 

Il fumare lo aiutava molto davanti alle donne a cui il fumo piace anche perché lo ritengono, e magari con ragione, un gradevole presagio dell’arrosto.

(Carlo Emilio Gadda)

 

Ho smesso di fumare due anni fa, dopo venticinque anni di onorato servizio alla Sigaretta.

Avevo provato di tutto: granuli omeopatici, cisterne di cerotti e gomme da masticare alla nicotina (con il risultato che, con pelle e bocca farcite di nicotina, la sigaretta era comunque appesa alla mia bocca).

E poi l’agopuntura. E perfino una specie di elettroshock alle orecchie (pareva funzionasse. A me ha irritato così tanto per la sensazione metallica provocata dal contatto elettrico che, appena fuori dallo studio, tutta incavolata ho subito acceso una sigaretta).

E la mia coscienza rimandava il momento. Come quella di Zeno, ogni giorno si ripeteva che era l’ultima volta.

Fumare ha sempre una scusa pronta. Fumiamo quando siamo emozionati. Fumiamo quando siamo arrabbiati.Fumiamo quando siamo annoiati. Fumiamo quando siamo felici. Fumiamo prima di pranzo per fermare la fame. Fumiamo dopo pranzo perché abbiamo mangiato. Fumiamo dopo il caffé. E anche dopo il cioccolato. E dopo il sesso. Insomma, fumiamo perché viviamo.

Un giorno me ne andai a un seminario di Easyway, di Allen Carr.

Me ne stavo lì, insieme ad altre dieci persone, a prendere coscienza della mia difficoltà a smettere. C’era una tizia, una signora grassa grassa, che aveva la faccia piena di cicatrici: la notte, quando si svegliava, si accendeva una sigaretta e poi si riaddormentava, bruciandosi.

Il seminario fu interessante. E divertente. Ma non smisi. A quanto pare, fui l’unica di quel gruppetto, l’unica sfigata che non riusciva a mollare la sua stampella.

Eppure, eppure quel giorno Francesca, la tizia che teneva il seminario, disse una cosa che in seguito rimbalzò più volte nella mia mente. Ci chiese di ricordarci come eravamo prima di iniziare a fumare.

Come eravamo. Come ero? Oddio, non ricordavo. Già, non ricordavo. La mia vita di "adulta" era stata accompagnata dal fumo. Sempre. Prima di quel momento, ero stata solo una bambina con i ricordi di una bambina: le maestre, le bambole, il gioco dell’elastico in cortile, con le amichette.

Mi resi conto, fra stupore e dolore, di non conoscere il mondo senza il filtro della sigaretta.

Sì perché la sigaretta rappresenta un confine, una frontiera tra noi e il mondo. Buttiamo fumo fra noi e ciò che ci circonda. Perchè ci aiuta, ci protegge, ci dà l’illusione della forza. Crea una nebbia che vela, come nella terra di Avalon.

Fu questa la molla che mi fece cambiare. Fu il fatto di non sapere come ero prima di una stupida sigaretta.

E piano piano, lentamente, l’idea di scoprire la mia "nudità", fatta solo di pelle senza tabacco, mi portò a quel mattino del 2006 in cui smisi di ficcarmi in bocca le sigarette. Non fu facile. Quattro giorni con la voglia di dare craniate sul muro, con il vuoto nella pancia dopo ogni pasto, con quel senso di lutto per una parte di te che se ne va.

E poi un mese duro, durissimo. Non è vero che smettere è facile. E’ difficile. Ma ne vale la pena.

La sigaretta è un’amante terribile, viene e si piglia tutto. Liberarsene vuol dire legarsi a sé stessi, come Ulisse fece con l’albero, e proseguire la navigazione.

Ma adesso sono libera. Di respirare, di annusare, di essere.

Penso a quante illusioni, a quante idee sbagliate. Come tanti, legavo al fumo la mia creatività. Quando scrivevo, ogni volta che dovevo elaborare un concetto strategico, o posizionare una parola difficile, mi accendevo la sigaretta.

Fu per questo che quando scrissi un libro, lavorandoci notte e giorno davanti a grattacieli di cicche sul posacenere, alla fine del viaggio i miei pomoni iniziarono a sibilare.

Non è vero, non è vero che le idee passeggiano sul fumo della sigaretta.

Tolto il fumo, le idee, libere, cominciano a correre a perdifiato.

E la scrittura ha proseguito. Le false illusioni sul fumo sono tantissime. Ma sono illusioni.

Non dico di aver vinto, sono prudente. Sono una che "per ora" non fuma. Ma dentro di me so di avercela fatta. Come? Lo so perché accetto il fumo degli altri, perchè a casa mia, o nel mio studio, chiunque può fumarsi la sua sigaretta. Quando sconfiggiamo davvero qualcosa, smettiamo qualunque crociata. L’intolleranza nasce sempre da qualche paura irrisolta. Chi diventa nemico giurato del fumo forse nasconde una tentazione inconscia, forse è ancora sedotto dalla sua amante tradita.

A me non fa più paura, il fumo.

Se qualcuno vuole fumare, lo faccia pure.

L’unica cosa che chiedo, magari, è di aprire la finestra per sentire il profumo dei gelsomini in fiore.

Quello sì, buono davvero.

 

 

Mi insospettiscono sempre un po’ le persone che se ne vanno in giro a sentenziare angelicamente quanto tutto sia splendido e meraviglioso e pieno di luce. Quando incontro persone del genere mi viene una voglia travolgente di uscire e andarmi a comprare una pistola. Gente simile contribuisce a  propagare un falso ideale. Non mi riferisco al silenzio che circonda percettibilmente un monaco tibetano, il quale davvero è quel silenzio; mi riferisco a quel tipo di bontà esibizionista, vistosa, sbattita in faccia, sulla quale andrebbe appeso un cartellino: "attenzione, pericolo". Per citare il proverbio: troppo bella per essere vera.

(Donna Fahri, Lo Yoga nella vita).

 

Finalmente, finalmente qualcuno che la dice tutta. Ce ne sono pochi, così, in giro, nell’era delle comunità di Osho, dei weekend new age dove ti illumini tutto e diventi tanto, tanto buono. Tutta la cacca che ti avvolge crolla immediatamente al tocco del guru di turno, si squaglia nel canto con i compagni, svanisce  anche nel bel gruzzoletto di soldi che sborsi per comprarti un pezzettino di cielo spirituale.

Peccato che l’anima non si compri (anche se la Chiesa ci ha provato più volte, e non solo con la vendita delle indulgenze).

E peccato che tu, invece di acquisire il misterioso, magico sorriso del Buddha, il sorriso di chi ha compreso l’inganno del gioco di maya e che lo ha trasceso, ti infili in un sorrisetto beota, quello dell’uomo "buono", anzi "buonista", quello dell’uomo che è stato spiritualizzato dal tocco magico (e costoso) di qualche guru durante uno dei suoi raduni in pizzo a qualche monte o in qualche bella vallata nostrana.

E così ti identifichi (tu, che dovevi smascherare le identificazioni e le maschere) nel tuo nuovo personaggio spirituale, e non molli più quel sorrisetto beota ad imitatio Buddhi con il quale vai in giro, rinnovato.

E annunci a tutti che il mondo è bello, è buono, è stupendo. Dispensi abbraccini e bacini (ci sono perfino ritiri in cui si insegna ad abbracciare il prossimo), tutto felice della scomparsa del vecchio Io fragile, triste, pieno di problemi, in favore di questo Io scintillante, angelico, che lustri ogni giorno come una macchina nuova.

Ecco, d’ ora in poi il Mulino Bianco non è solo un’illusione pubblicitaria. E’ la tua realtà. Via i brutti, via i mostri, via i cattivi. Via, via, via (ma non fanno così anchd i bambini?). Non c’è, il brutto nel mondo, quello che ti fa paura, non c’è. E soprattutto non c’è più il bau bau interiore, quello che ti spaventava perché ti chiedeva di guardare in faccia anche i mostri,  cioè le paure, le ombre, i fantasmi, i limiti che ognuno si porta dietro. Ma che ti importa adesso? Non c’è bisogno di fare alcuna discesa agli inferi, nè di guardare l’ombra. Non c’è più, l’ombra.

Oggi sono tante, troppe le persone anestetizzate da questi vademecum spirituali pronti per l’uso. E sono false, sì, hanno qualcosa di artificiale.

Qualche hanno fa ho frequentato un gruppo, attratta da alcuni insegnamenti filosofici orientali.

Tutti belli in circolo, con i loro sorrisi ieratici e quel "volemose bene" alla rinfusa, quello che mi faceva pensare a una vecchia scena di un film di Verdone, in cui lui faceva l’hippy che tra una canna e l’altra biascicava teorie di fratellanza universale.

Pacche sulle spalle, denti mostrati a destra e a manca, postura da "persona felice" (c’è pure quella).

Peccato, però, che se qualcuno osava fare domande strane (tipo: ma il Cristo allora era meno o più illuminato? Era un maestro anche lui o no? ) tutti i sorrisi Durbans dei vari Boccasana scomparivano per lasciare spazio a un’agitata difesa…dei confini permessi.

Ergo il sorriso non veniva turbato a patto che non si scomodasse il giardinetto sul quale si era seduto.

L’altra cosa bizzarra era che, appena usciti fuori, molti di questi "sorrisi" sfanculavano subito l’impavido pedone che osava attraversare arrestando la corsa del loro motorino. "Figlio di! "Tiè!" "Tu e li mortacci…"

Alla faccia del sorriso del Budda. Alla faccia dei fiorellini nel cuore aperto che non conosce più odio aggressività e altre bassezze varie. Ma non importa. Questo è solo un "incidente", l’altro è "verità".

Il "buonismo" spirituale può diventare una fucina di ombre irrisolte che, cacciate nell’ombra, appunto, diventano sempre più scure…

La vita non è solo bella e meravigliosa e piena di luce e di magia. La vita è anche terribile, dura, spietata, piena di crudelità e ingiustizie. Non si può essere sempre felici, quindi. Solo un idiota ci riuscirebbe. Il distacco spirituale è ben altra cosa. Ma  è per questo che non ho mai visto nessuno…sorridere come il Budda.

Tra l’altro, maggiore è la foga con cui difendiamo la nostra felicità spirituale, con cui attacchiamo alle frasi fatte dei guru di turno, maggiore è il terrore che qualcuno ci guardi dentro, ci guardi davvero dentro e colga tutto ciò che abbiamo sepolto.

Ma è da lì che si parte. "Se i miei demoni se ne andranno, temo che anche i miei angeli mi lasceranno" scrivera Rilke.

Invece eccole, queste "Angelopoli" che fioccano qua e là, rintuzzate da ritiri, raduni, libri (il marketing spirituale è uno dei più potenti, in questo inizio millennio).

Peccato che io penso che gli antichi avessero ragione, e che non a caso nell’oracolo di Delfi avessero scritto una cosa terribile, che mette a fuoco e fiamme ogni nostra illusione:

Nosce te ipsum. Conosci te stesso.

E quel conoscersi ha bisogno di un tutto, non di una sola parte. Di nuovo, cerchiamo di barare nella scacchiera universale, cerchiamo di eliminare i neri senza neppure averci mai giocato davvero.

E quando cantiamo, tutti felici, tutti contenti di aver schivato il Male o quantomeno di averlo archiviato in modo veloce veloce, in linea con i tempi moderni che chiedono di non perdere tempo, dovremmo ricordarci cosa canta Battiato:
"E lo sapeva bene Paganini/ che il diavolo è mancino/ e suona bene il violino…"

Nosce te ipsum. Conosci te stesso.

 

Qualche giorno fa, qualcuno mi ha rimproverato di esitare troppo ad avviare un progetto che sto curando nei dettagli da molto tempo e che ho momentanemante parcheggiato, attendendo che si muovano i fili giusti. Si tratta di un progetto importante, difficile, che prevede una struttura articolata e capillare che si occupi di ogni dettaglio costituendo una vera e propria catena produttiva.

Questa persona mi diceva che avrebbe preferito iniziare subito, anche se in modo imperfetto, piuttosto che attendere.

Io, invece, seguo il principio del giardiniere.

L’importante è seminare e poi avere la pazienza di attendere i frutti. Sempre.

Se ci lasciamo prendere da ansie e fibrillazioni, se forziamo i tempi quando sappiamo che non sono ancora maturi, allora ci consegniamo alla seria possibilità che le cose non vadano bene.

Quando un bimbo nasce prematuro è sempre fragile. Deve stare nell’incubatrice per essere protetto e difeso.

Quando è troppo prematuro, a volte non ce la fa. Gli organi non sono ancora formati, faticano nel trovare la giusta espansione richiesta dal dover vivere privato della culla acquatica in cui ondeggiava, attendendo di esistere fuori, nel mondo.

Allo stesso modo, se i frutti di una pianta vengono colti troppo presto, allora saranno verdastri, duri, in commestibili.

Quindi preferisco aspettare, nella vita. Nel lavoro e non solo.

Per un’impaziente come me, è un grande esercizio.

Ma so che il principio del giardiniere ci regala il giusto ritmo.

E questo ritmo vale per tutto, sia per le cose belle che per quelle brutte.

C’era chi diceva: "Siediti sul fiume e attendi che passi il cadavere del tuo nemico”.

Esatto. Anche se verrebbe voglia di ucciderlo subito, questo nemico.

Verrebbe voglia di incendiargli la macchina o saltargli alla gola. Mollargli un ceffone.

Invece bisogna sedersi e aspettare.

Nell’universo esistono regole matematiche che ci proteggono o ci ostacolano (a seconda delle azioni che abbiamo prodotto).

Non si scappa.

Tornando alla metafora del giardiniere, ecco che allora, una volta piantato il seme, dobbiamo attendere i segni della maturazione. Nulla di ciò che facciamo va perso.

Alcuni frutti arrivano presto, altri sono tardivi. Ma arrivano.

Le forzature non producono mai nulla di buono.

Purtroppo, però, nella società del prendere-correre-consumare, questa filosofia può suonare stramba.

L’attesa a volte  è vista come una perdita di tempo. Invece no.

Anche perché…non c’è nessun tempo da perdere.

Non c’è nessun tempo, alla fine.

 

 

Stanotte ho sognato gatti. Forse un sogno non molto felice. C’era un cucciolo di tigre che assaliva Anakin-  il mio bellissimo micione grigio – e poi si avventava su un altro gatto ancora, un gatto frutto della finzione onirica. Bianco, bellissimo. Cucciolo anche lui.

A un certo punto mi accorgo che il gattino bianco è ferito: sul suo pelo immacolato, lucente come le distese di ghiaccio, spunta una macchia rossa dalla ferita aperta. E mostra uno squarcio di carne che si apre nella profondità del corpo.

Il contrasto tra il rosso e il bianco mi ha molto colpito.

Mi ha fatto pensare a una scena antica, vista tanti anni fa in televisione.

Un coniglietto ferito da un predatore lasciava macchie di sangue sulla neve, con la quale condivideva il bianco assoluto.

Quelle gocce rosse, stagliate sulla distesa di neve, scandivano gli intervalli del sangue, dando un ritmo sinistro ma allo stesso tempo affascinante a quel bianco privo di forma e di tempo.

Ecco, ho provato di nuovo la stessa sensazione.

E ho pensato alla magia del bianco e del rosso. Uno simbolo di purezza, l’altro di passione.

Echi alchemici si affacciano nella memoria mentre rivivo, a occhi aperti, il bagliore di quel contrasto.

E penso che i sogni sono così misteriosi. Hanno un codice universale e al contempo privato, di cui ciascuno possiede la chiave.

Sognare i gatti, poi, è un po’ faccenda da strega.

Sono esseri strani, misteriosi. Legati alla luna, all’eros e ai misteri notturni.

Una mia amica sostiene che se una persona detesta i gatti o i piedi nudi siamo in presenza di un inconfutabile indizio di problematiche legate alla sessualità. Senza scomodare Freud,  sono certa certa che questa creatura ha a che fare con significati sottili e profondi.

E oggi, nell’ora di veglia, il gatto bianco, il gatto ferito, torna a trovarmi.

E mi sembra che quel bianco e  quel rosso abbiano qualcosa da raccontarmi…