La lettura è leggerezza. Anche quando è profonda. Somiglia un poco a quella "gravità senza peso" di cui parlava Calvino.

Essere buoni lettori è difficile, richiede impegno, attenzione, misura. Sospesa fra le parole, l’anima volta, poi plana sui personaggi, li immagina, li veste, mette loro addosso occhi e capelli. Parte di nuovo, si innalza in cielo per seguire le volute di pensieri che si librano in alto, a galla su una realtà invisibile fatta di sensazioni, parole non dette, tremori.

Ma è dopo, e veramente dopo, che cogliamo appieno il fiore della lettura. E’ quando, anni più tardi, la memoria incrocia una frase, una pagina; quando annusa l’odore di un personaggio, quando respira il messaggio sublime di qualche concetto che ha penetrato la pelle annidandosi dentro, in qualche luogo della coscienza.

Il buon lettore non dimentica mai nessun libro e allo stesso tempo li dimentica tutti.

Diventano "suoi" ma hanno bisogno di essere fecondati, come polline in cerca di fiori.

Li fecondiamo, quei libri, con l’elaborazione e la riflessione. Troppo spesso, invece, rimangono aridi esercizi di erudizione oppure, a seconda del tema, vacanzieri passaggi in giorni che tentano di evadere la noia.

I libri, che siano saggi o romanzi, hanno una vita propria solo se incendiano il cuore del lettore (il cuore, non la testa). Troppo spesso, invece, vengono usati come soldatini schierati sul campo presuntuoso dell’intelletto, che deve "mostrare" la sua inviolabilità culturale.

Ma loro, i dispettosi, fanno finta di piegarsi e invece si rifugiano più in là, ritirando dalle parole la linfa vitale. E le parole morte non servono a nessuno.

Le parole morte sono il corteo funebre che invisibile scorre accanto a ogni testa che le ha separate dal cuore.

 

 

 

 

Così, domenica dopo domenica, anno dopo anno, abbiamo imparato cose che a dirle sembrano ridicole tanto dovrebbero essere patrimonio comune: che c’erano due Italie e che non ce n’era per definizione una buona e una cattiva, che entrambe avevano cose che ci piacevano, che da tutte e due le parti c’erano persone per bene, che a destra, a sinistra, al centro si potevano trovare risate, affetto, belle chiacchierate, discussioni, disagio o tristezza. Di una cosa mi resi conto subito: che eravamo una famiglia che spiazzava, in modo positivo, rompevamo gli schemi. Quando con mia madre entravamo all’inaugurazione di una mostra etichettabile come di sinistra, ci poteva essere un attimo di gelo, ma non ce ne siamo mai preoccupati perchè poco dopo il clima cambiava, tornavano al centro le persone e allora la gente ci guardava con simpatia e forse rimetteva in discussione qualcosa.

(Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là)

 

 

Pinelli assassinato. 

Me la ricordo, questa scritta. Ero solo una bambina, ma quelle parole in carattere  stampatello, rosso, che riempivano il muro della scuola, non se ne sono mai andate via dalla mia mente. Perché anche i bambini hanno presagi, leggono e ascoltano le cose dei grandi e intuiscono, intuiscono l’orrore di un mondo adulto in cui nessuno ti protegge più.  In cui forse ti ammazzano.

E io all’epoca non sapevo ancora leggere.

Crescendo diventai più alta, imparai un sacco di cose sulla storia e sul nostro paese, cominciai a fare progetti per il mio futuro. E imparai a leggere. E la scritta divenne più minacciosa. Stava lì, sempre uguale. Solo il rosso, con il tempo, virò verso un rosato, come velato da una leggera nebbia mattutina. Ma allo stesso tempo resisteva, ostinato, alle piogge.

Così venni finalmente a sapere chi era Pinelli. E perché tanta gente era arrabbiata. E perchè avevano ammazzato, nel 1972, Luigi Calabresi.

In seguito mi appassionai molto agli anni di piombo (l’evidenza dell’impatto acerbo con quella scritta, e del fascino inquieto e misterioso che provocò su di me è ancora nitida). Lessi libri, giornali, cercai, come tutti, di capire.

Quegli anni mi hanno sfiorato con il vento leggero dell’infanzia, mentre altri sono stati invece colpiti dal piombo delle pallottole. Tanti, troppi morti. Ovunque.

Anni di ideologie, di lotte armate, di morti ovunque.

Ma la morte è sempre la morte. Non è di destra, nè di sinistra. E’ un fatto democratico.  Eppure, come avvoltoi, schediamo i morti e prontamente li mettiamo in fila, ordinati, etichettati. Invece il dolore dei parenti, quello è uguale per tutti. Proprio come la morte. Già, ci sono due cose che sfuggono alla danza delle etichette e delle commemorazioni: la morte e il lutto dei familiari. Uguali, senza colori e confini. Infiniti. Non importa se a morire erano fascisti o anarchici. Le famiglie piangevano lo stesso pianto, la vita di molti si sgretolava nell’attimo in cui il respiro di qualcuno si spezzava sulla soglia delle  sue labbra.

Il libro di Mario Calabresi è molto giornalistico, ricco di fatti, dati e citazioni. Ma racconta anche di un dolore privato che diventa pubblico, e di come quel "pubblico" nasconda anche ostacoli e delusioni.

Ma, soprattutto, è una storia d’amore. Verso un padre perduto e una madre che ha resistito.

Fino all’arrivo di Tonino, il pittore di sinistra che aiutò a colorare di nuovo i giorni foschi di quella famiglia. A questo si riferisce il brano che ho tratto. Non più destra, non più sinistra. Il mondo borghese incontra quello scarmigliato delle "comuni" e nasce un sodalizio vero, che attraversa i pregiudizi.

C’è qualcosa di meraviglioso in tutto questo. Un commissario ammazzato perchè diventato ostaggio di una campagna di linciaggio, un simbolo, suo malgrado, del potere reazionario e fascista. E un artista di sinistra che accoglie fra le sue braccia quella famiglia mutilata, e la aiuta a "spingere la notte un po’ più in là".

Anche per questo Mario Calabresi oggi è un uomo equilibrato, ricco di una misura che dimostra una vera elaborazione interiore.

Il piombo dal cuore non si solleva mai veramente. Ma si va avanti, e si cercano le ragioni. Le si cercano al di là degli schieramenti e dell’odio.

Così dovremmo fare, sempre. Con mente aperta, con cuore disponibile. Difficile, certo.

Io non so se Pinelli sia stato assassinato, non so se la polizia lo ha buttato dalla finestra, quel giorno.

Non lo so. Ma so che è morto.

Un uomo è morto.

E non so se Calabresi si trovasse davvero in un’altra stanza, come confermano alcune prove. Ma so che è morto, anche lui.

Un altro uomo è morto.

Pinelli e Calabresi, legati per sempre. Ogni morte prematura è una notte che piega il sole, lo depone in cantina. E quelle morti, le morti di piombo, sono una notte che appartiene a noi tutti.

Ieri come oggi, le notti di tutti noi.

 

 

A. morì in un giorno precoce. La sua vita ancora giovane si spezzò e cadde come un ramo in inverno.

A volte i talenti non ti salvano dalla distruzione operata dalle parti infere che, operose, lavorano dissolvendo, corrodendo, mutilando.

Era un bel ragazzo, A. Aveva tutto ciò che sembra necessario: era bello, aveva una famiglia ricca che non gli faceva mancare nulla, era pieno di donne.

Ma il suo dolore, dentro, se lo mangiò pezzo per pezzo. Usò l’eroina per farlo.

La sua vita si schiantò ai bordi di un’autostrada mentre andava a cercarsi una dose.

Conoscevamo da sempre lui e la sua famiglia.

Sapevamo delle lotte infinite di sua madre, eroina contro un’altra eroina, letale. Sapevamo delle sue speranze e delle suoi crolli angosciati. Oscillava come un pendolo, seguendo emersioni e ricadute del figlio. Tic Tac. Tic Tac. Tic Tac…

Fino allo schianto.

Mio padre le era sempre stato vicino, ne aveva raccolto le lacrime nelle mani a coppa.

Il giorno dei funerali – un giorno senza tempo, come quello di ogni funerale – ci fu la fila per le condoglianze. Facce tristi, sussurri alle orecchie della mamma rimasta sola, strette di mano.

Quando toccò a mio padre, lui fece qualcosa che è per sempre rimasto impresso nella mia memoria.

Si mise davanti a lei. Non le strinse la mano nè le baciò la guancia.

La fissò con occhi disperati e dolci, alzando le sopracciglia a chiesetta sopra un sorriso triste.  Scosse delicatamente la testa sulle spalle sollevate, con le braccia allargate a dimostrare l’impotenza nel dire o nel fare qualunque cosa.

Come se tutto fosse troppo grande per dire o fare qualcosa di davvero sensato.

Come se quel gesto racchiudesse tutto il suo amore e la condivisione di quel dolore.

In quell’attimo, lo amai di un amore profondo. Fece l’unica cosa possibile. Vera. 

Infatti non puoi consolare una madre alla quale la droga ha rubato il figlio. 

 Ma c’era, nei suoi occhi, nel suo sorriso triste mentre la guardava, anche un’intesa profonda, quella di un genitore che sa e che ha condiviso parte di quella battaglia perduta.

Lei ha ricambiato quello sguardo speciale, ha annuito per poi procedere con le strette di mano e i baci sulla guancia che si affollavano e pigiavano dal fondo.

Non ho mai scordato quell’attimo.

Ricordiamo le persone attraverso gesti piccoli, infintesimali. Da subito, ho saputo che quello era uno dei momenti speciali che avrebbe custodito, nel tempo, la memoria di mio padre.

grillo Del Movimento 5 stelle si parla molto, ma è bene  sugli unici punti in cui è davvero attaccabile, in cui mostra tutta la sua debolezza.
Li riassumiamo, per comodità.

Un movimento  che ha come unico luogo deputato un blog di proprietà privata non è democratico. La democrazia prevede il dibattito, il confronto, la sintesi di risultati nati dalle discussioni. Ma né il blog, né il logo, entrambi di proprietà di Beppe Grillo, aderiscono ai fondamenti di un partito che si proclama democratico e soprattutto “nato dal basso”. Ma quale basso? Il “basso” esiste a livello territoriale, locale, ma la politica nazionale desta ben altri…pruriti. Ed è lì che il Movimento rivela le sue falle maggiori.

Il famoso portale per la democrazia diretta, promesso dal 2009, non è ancora arrivato. Possibile? Ma decidere in due è più semplice che decidere in ventimila. E qui né Grillo né Casaleggio dimostrano buone intenzioni. Strano, poi, che un partito che inneggia agli open source, al free web e affini sia così dispotico e blindato proprio nel suo nucleo essenziale: i sistemi di voto e partecipazione diretta degli attivisti. Non si crederà alla favola delle parlamentarie, così come si sono svolte? Un pugno di utenti e un pugno di voti non certificati da terzi.

Chi ha controllato? Manipolare, sul web, è molto semplice. Lo sa bene Casaleggio, con i suoi influencer e con i fake.

Dunque meglio calare dall’alto una piattaforma DOC, ovvero a Direzione Ovviamente Controllata. Ed è quello che arriverà.

I soldi. Se si pretende la trasparenza, bisogna anche essere i primi a mostrarsi inappuntabili. Quali sono gli introiti del blog? E’ con quei soldi che si autofinanzia il partito? sappiamo bene che girare con i camper a suon di pane e mortadella non basta… ed è qualcosa che sa di radical chic e soprattutto di finto.

Il giorno in cui tutti potremo conoscere le cifre della trasparenza, allora forse il Movimento avrà fatto un passo avanti.

Ma Casaleggio, se vuole uscire dal conflitto di interessi che somiglia tanto a quello di Berlusconi, con il quale condivide una massa di gente in mano a uno (due, qui) leader carismatico, deve chiudere la sua azienda. Punto e basta.

E piantarla di usare il sito di Beppe Grillo trasferendoci tutto. Anche le attività del parlamento, ovviamente sono lì. E ogni clic sul sito sono soldi, indicizzazioni, fama e potere.

Casaleggio vuole fare politica, come ha mostrato già dal 2004 candidandosi con un successo condominiale? Bene, lo faccia. Lo sta già facendo. Ma non mescoli interessi pubblici e privati. Per 20 anni abbiamo già subito un manager che voleva fare la (falsa) rivoluzione. Ora basta.

La frode. Possibile che nessuno degli attivisti si sia insospettito quando Casaleggio al Corriere ha dichiarato di essere il co-fondatore del Movimento? Per anni hanno creduto fosse “un semplice tecnico” (parole loro, non mie). Beh, qualcosa non va.

Anche per quello che riguarda i post. Che sono stati spacciati per post di Beppe Grillo. Solo i più accorti si erano resi conto già da qualche anno che quello stile, e alcune raffinatezze, non erano di Grillo. E a me, personalmente, non piace questo “Vangelo apocrifo” (lo chiamo Vangelo non a caso, dato che loro, nei social, esortano a “spargere il Verbo”). I post sono di Casaleggio. Il Richelieu che dietro le quinte si muove davvero come un cardinale.

L’illusione della democrazia diretta.

La democrazia diretta propinata agli attivisti è un bel concetto, una bella idea, ma lo sappiamo, come lo sapeva Platone, che a noi, che viviamo nel mondo della Carverna, arriva solo il riflesso distorto e illusorio di quell'idea.

Perché  è un’idea realizzabile su scala nazionale. Per molti motivi. La contrapposizione creata tra democrazia diretta e rappresentativa è funzionale all’abbattimento di ogni mediazione, che serve a decidere, utile per fare e disfare a proprio piacimento dando alla massa l’illusione di una effettiva partecipazione. Che a livello locale è importante, ma su scala nazionale rischia di essere un pugno di mosche. E lo sa bene Casaleggio, uomo di marketing e, soprattutto, manager con lunga esperienza aziendale.

Ma veramente crediamo che i cittadini passeranno ogni giorno a discutere di decreti leggi e faccende internazionali orientando il parlamento, il governo?

La vera soluzione sarebbe un mix:  una democrazia diretta che realizza uno stretto ed effettivo controllo sui rappresentati eletti direttamente, suscettibili di ricambio in caso di provate inadempienze e disonestà (una chimera, ancora oggi).

Tuttavia l’alta partecipazione dei cittadini comporta una cosa che il Movimento 5 stelle si è ben guardato dal fare: la formazione.

Al di là dei tavoli locali di discussione, mancano, sono mancate e mancheranno proposte formative per attivisti e cittadini.

Non si può parlare di democrazia diretta senza formare le persone sulle questioni importanti.

Che non solo politiche. Del resto, Grillo è il primo a mancare di questa formazione. Divide il mondo in bianco e nero (lui è il bianco, ovviamente) proiettando anche rabbie personali (non mi si venga a dire quanta gente andava ai suoi spettacoli: l’ego narcisista vuole ben altro, in fondo anche le televisioni e i giornali di Berlusconi andavano benissimo… ma lui è sceso in campo comunque, guarda un po'). Il suo ingiusto allontanamento dalla Rai ha creato comunque una V (for Vendetta) che finalmente vede la possibilità di placarsi. E non è consapevole (o se ne frega, ma io opto per la beata ignoranza, in questo caso) dell’influenza di un leader/padre (ogni leader diventa un  padre, con tutti i fantasmi e le proiezioni annesse) sugli elettori/figli che impareranno, così:

il non confronto

la denigrazione del “nemico” e la sua non legittimazione all’esistenza

la non tolleranza verso un pensiero diverso

l’uso della volgarità come norma

l’aggressione come unico mezzo di relazione con gli altri

 

Bella responsabilità. Se Berlusconi ha generato una massa di amebe, Grillo rischia di opprimerci con un esercito di piccoli Stalin. Non so, ma anche il quel “cittadino” al posto di “onorevole” sento echi stalinisti. Non è un cittadino o un compagno che fa la differenza.  Anzi, ho sempre paura di quel “cambiare tutto per non cambiare nulla”.

In  fondo, perché non lasciare “onorevole” assumendosi l’onere…di esserlo sul serio?

 Sicuramente grillo e Casaleggio sanno come cavalcare le masse. E scendere in piazza. Peccato però che spesso inneggino alle agorà greche dimenticandosi la grande lezione di civiltà che ci hanno impartito. Lì si discuteva, nel rispetto di un confronto democratico….Qui si impone, si urla davanti a una folla di “adepti” per poi sottrarsi a ogni dibattito e confronto (mandando altri, a pugni chiusi, che manifestano la stessa arroganza). Il pensiero diverso viene bandito.

L’intelligenza collettiva della Rete.  Si sente sempre più parlare di intelligenza collettiva della Rete. Come se fosse un ente a sé stante, un Golem che vive di vita propria. Invece è una semplice somma. Se ho tanti deficienti, avrò una deficienza moltiplicata. Borges scriveva “Temo due cose, gli specchi e la copula, perché moltiplicano l’uomo”. Beh, in questo senso, io temo anche la Rete. Specialmente osservando i commenti dell’utente medio, da facebook a twitter, dalle faccende culturali a quelle politiche.

Dunque la somma funziona se i singoli hanno maturato davvero una coscienza, cosa sulla quale bisogna ancora lavorare, mi pare.

La Rete, per Casaleggio, è una nuova Religione. Diffidate sempre di chi vede solo le luci, e ignora le ombre. Vanno di pari passo.

Ora, i due sono comunque bravissimi. Anche nella scelta del logo, con  il famoso richiamo a V for Vendetta.

Ma di Anonymous c’è poco o nulla, i  quanto qui si tratta di un’organizzazione verticistica, blindata, chiusa a ogni dissenso interno ed esterno.

Insomma, io diffido del nuovo Verbo di Grillo. Che tanto nuovo, a parte i mezzi usati, non è.

 

 

 

C’è un attimo che cambia il nostro destino per sempre. Si gioca sul filo di un sussurro di vento, oppure arriva come un terremoto imprevisto. A volte ha la forma di un’ala di colomba che si trasforma in falco non appena la preda, fiduciosa, abbandona le sue zampette a terra; altre volte si mostra da subito come una tentazione luciferina alla quale non ci si può sottrarre, alla quale si deve necessariamente soccombere.
Arriva d’inverno, con la sciarpa e i guantoni di lana, oppure d’estate, a bordo di una barchetta a vela che si ciondola sulla brezza marina.
Ma quando arriva, la nostra vita cambia per sempre. Da quel momento, da quell’esatto momento, ci saranno un prima e un dopo. La vita si spacca in due parti, come una mela tagliata, e una parte resta lì, avvolta nella formaldeide della memoria, ora esaltata ora rimpianta ora maledetta; l’altra parte invece avanza traballante in cerca di una nuova forma che lentamente troverà. Ma quella zona di confine, quella lama di coltello su cui si è diviso il nostro destino, resterà sempre come l’incisione fatale che ci portò via la quiete del tempo che libero fluisce, introducendo invece l’amaro spazio dello ieri e dell’oggi.
Ognuno di noi ha un prima e un dopo. Due vite, due vite che si sfiorano a volte, ma senza mai toccarsi più davvero, come accade a Lady Falco e al capitano Navarre in
LadyHawke (film romantico senza molte pretese, ma suggestivo). Come nella scena del ghiaccio, quando Navarre-lupo sta per affogare e Isabeau non si è ancora trasformata in un falco. Ma ecco che arriva il mattino, l’attimo, l’unico, in cui i due amanti possono vedersi per un istante nelle loro vesti umane; un istante per ricordare ciò che era e non sarà più. Il sole avanza, Navarre tende la mano verso Isabeau che però vola via, di nuovo falco per tutto un nuovo, lungo giorno.
Un po’ come per questi due amanti, le nostre vite spezzate da quell’istante in cui il demiurgo girò un’altra ruota rotoleranno altrove, e solo nella memoria, solo nella ferita del sole che si introduce nella notte, sapranno ricordare chi erano.
Ma se per Isabeau e Navarre si tratta di un incantesimo d’amore che sarà sciolto alla fine, per l’uomo, solitamente, l’essere separato da ciò che era (ciò che amava, che credeva) introduce una nuova vita le cui possibilità conducono a varianti imponderabili che dovrà imparare a conoscere.
E anche un domani lontano, quando saremo di nuovo felici (o infelici, perché se la mano del destino traduce la nostra nuova vita in gioia non è per forza detto che questa debba permanere: l’inganno della Ruota procede), ricorderemo sempre l’attimo fatale in cui qualcosa di noi si spezzò dentro, e morì.
Morì come un uccellino in un parco invernale: sotto i fiocchi di neve, ai piedi di un albero. Tremando, senza fare rumore.

Chi lo ha sperimentato sa cosa significhi parlare di una vita precedente, e non semplicemente di “noi nel passato”.
Significa morire e rinascere. A volte fa male. Ma non c’è altra strada possibile. E un giorno, un giorno ci renderemo conto che ne è valsa la pena.