Piccolo spazio pubblicità.

Ai tempi della crisi, si sceglie volentieri di menzionarla. E’ un esorcismo, un citare la parola incriminata per toglierle potere, per eliminare lo spauracchio, il bau bau, l’orco nero del nostro consumismo.

A me, personalmente, questa scelta non piace. Perlomeno, finora non ho trovato un modo elegante, efficace, nell’affrontarla inserendola negli spot. Che a volte finiscono per essere ancora più "falsi", più lontani dalla realtà, di quelle Borse che all’improvviso hanno rivelato la facciata bugiarda dietro la tracotanza, the dark side of the banks.

Stucchevole, posticcio, irritante. Mi riferisco allo spot della Coca Cola, quello che spara in scena Giulia, eroina post-consumista che alle vacanze in un resort preferisce la casa della nonna, alla pizza il sushi, al salame il caviale, al ristorante costoso un ragù fatto in casa…

Pare quasi un ritorno alla vita frugale, alle smarrite identità comunitarie. Un inno alla semplicità, al "fai da te fai per tre", ai valori tradizionali che si contrappongono a questa modernità così vuota, plastificata. Peccato che poi Giulia si tracanni litri di Coca Cola.

La prima volta che ho visto la pubblicità, che all’inizio mi aveva divertito, incuriosito (i disegni sono molto carini), alla comparsa ldella Coca Cola – sorpresa sorpresa! – sono rimasta basita. E mi sono sentita agguantare per i fondelli.

Non prendere, agguantare.

Perché davvero la Coca Cola è invece il marchio imperituro del consumismo, dell’omologazione, di tutto ciò che di global esiste al mondo. E’ perfino riuscita a venderci la sua immagine di Babbo Natale, che da allora – e per sempre, nei secoli dei secoli, amen – sarà identificato con il signore panciuto e rossovestito che gironzola nei nostri cieli tra renne e strenne. E che, ci scommettiamo, ha contribuito a tanti natali spendaccioni (a proposito: Giulia, a Natale che fai? vai a fare il cenone alla Caritas?).

Sento puzza di presa in giro. Sul serio, è ridicolo che una simile pubblicità sia propinata proprio dalla Coca Cola. E vada per le ricerche della felicità (molto diverse da quella del film di Muccino) a suon di lattine stappate, ma quest’ultima trovata pubblicitaria è veramente fuori luogo. Esageratamente fuori luogo.

Io mi sento presa in giro. Non c’è male, come "restyling" pubblicitario: dalle evocazioni di esistenze luculliane ed epicuree a una versione "saturnia", austera e rigorosa.

Beh, io di Coca Cola non ne bevo molta. Ma adesso ridurrò il suo consumo. Perchè voglio seguire i consigli di Giulia: invece di comprare lattine (che poi finiscono per inquinare) bevo solo acqua di rubinetto.

Giusto, Giulia?