particoare-ste-chapelle[1]

Succede che anche se vai fuori per lavoro, puoi sempre trovare il modo di vedere una città. Puoi evitare di ridurla a una serie di abbuffate nei ristoranti e dormite in albergo.
A me è successo. E' successo a Parigi.
Organizzata bene la mia fuga dalla Fiera, mollate le persone allo stand, ho raggiunto il centro e…mi sono persa.
Sì. Mi sono persa nelle strade di un novembre parigino, con il suo cielo grigio e piovoso (chi mi conosce sa che amo la pioggia), le sue architetture straordinarie, i bistrot., gli alberi spogli… Mi sono mangiata una crepe alla cioccolata mentre volutamente ignoravo ogni direzione. Sì, perchè se ti dai una meta allora non si assapori bene una città. Devi invece perderti per trovare lei, dimenticare mappe e tappe, lasciarti guidare dallo zingaro che è in te e che sa, conosce la non direzione in cui tutto compare. Così, conosci una città.  E Parigi è davvero la  Città.
Di notte, le sue luci sfavillanti celebrano esattamente quella "festa mobile" di cui scriveva Hemingway. A confronto, Roma sembra illuminata, nelle sue serate notturne, da lampadine di 40 watt.
Parigi no. Lei  illumina le facce e i palazzi, gareggia con le stelle, muove il suo respiro invisibile nei bistrot, si infila nello spazio sacro della verticalità gotica, ascolta le chiacchiere infinite allungate nel tempo sospeso di un bistrot. La notte, a Parigi, brulica di luci e colori. E tutti fuori, sparpagliati nei caffé, a ignorare il freddo coprendolo con le voci, con i sorrisi, con le bevande fumanti. Ripenso a Sartre, a Simone de Beauvoir, a tutti gli intellettuali che dei caffé facevano il mondo. Noi, noi invece abbiamo recluso nei salotti la nostra cultura, l'abbiamo asfissiata con i vezzi del dotto, ne abbiamo fatto oggetto di vanto e non di scambio. Respiro l'aria dei caffé mentre immagino quelle voci lontane che volevano cambiare il mondo, che si interrogavano, parlavano, passavano ore seduti girovagando su tutto, consapevoli che l'intellettuale vero è quello che si sporca le mani, come diceva Pasolini. E che discute, che non fa del suo universo l'unica certezza di vita.
E li rivedo tutti, i miei amori passati. In quelle atmosfere parigine vedo  Balzac passare in carrozza, e sento la meraviglia di Proust davanti a una nuvola in corsa. E Flaubert, e Victor Hugo. E tutti, tutti coloro che ho amato sono lì, accanto a me, nella mia passeggiata in cui il giorno diventa notte. Fermenti, sospiri di una città "vera", lontana dal provincialismo che attanaglia le nostre presunte metropoli che, ahimé, della metropoli hanno il caos ma non l'essenza di quell'umore sottile che come un vento qui passa ovunque e allarga i confini. 
A noi  manca quel respiro internazionale, quella brezza dilatata che soffia sulle cose e che, almeno per me, conta tanto.
E mentre cammino per ore mi accompagna la sensazione di essere a casa. Qui mi sento a casa. Mi riconosco.
E la sensazione culmina nella Sainte Chapelle. Non voglio descriverla perchè le parole sarebbero un gesto superfluo. E'. Semplicemente.
Dico solo che la bellezza mi ha trafitto come una lancia e che ho pianto. E che ho sentito un richiamo antico, che attraversava il tempo.
Un istante, ed era già volato via.
Avrei voluto restare lì per sempre, ma il tempo è tornato, mi ha chiamato, mi ha riportato al lavoro che avevo abbandonato.
Eppure ce l'ho fatta. Ce l'ho fatta a regalarmi un pezzo di libertà. A incontrare, anche se per poco, l'anima di una città che si è impressa nel cuore. Mi sono ricordata di quando, tanti anni fa, ci avevo trascorso la gita di scuola. Ricordi smozzicati che riaffioravano. Come quando davanti a Notre Dame mi ero commossa. Intendiamoci, mi sono commossa anche stavolta, Notre Dame è Notre Dame, per carità. Ma è la sainte Chapelle che mi ha rubato il cuore.
Per sempre.