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NON LETTERA A BABBO NATALE

Babbo Natale, quand’ero piccola ti scrivevo letterine piene di desideri, e facevo un pacco enorme dove dentro mettevo i miei giochi più belli. Un regalo a Dio, dicevo. E lo appoggiavo fuori, in balcone, sul muretto che fa da ringhiera. A volte il pacco cadeva in strada, altre invece mia madre segretamente lo recuperava e lo nascondeva. Ma io, la mattina, svegliandomi, mi allargavo tutta in un sorriso, che Dio aveva accettato il mio dono. Insomma, una specie di Babbo Natale inverso, che dalla Terra porta i doni in Cielo. I bambini sono così, delizia innocente .Poi si cresce, arrivano gli affanni, le illusioni e le delusioni, la mente ingombra e il cuore si accantuccia in un angolo, dentro noi stessi, al riparo dalle bufere esterne. Così, da grandi vediamo il Natale come l’esaltazione commerciale in cui anche noi fibrilleremo con i nostri regali ricevi/dai. Ma oggi, Babbo Natale, oggi sono cresciuta e non c’è più, in terrazzo, un dono per Dio. E, se devo essere sincera, neanche ti scriverei più una letterina. Perché avrei troppe cose da chiederti, cose importanti, urgenti, che neanche Dio riesce a risolvere e allora come fa, a farlo, un vecchio stanco con la sua fila di renne invecchiate a forza di correre su e giù nei cieli del mondo? Qui abbiamo bisogno di tante cose che, guarda un po’, non sono quelle che ci regaliamo e ti chiediamo. Abbiamo bisogno di smetterla di farci la guerra, di debellare l’indifferenza, l’odio, il razzismo. Abbiamo bisogno di crederci meno isolati l”uno dall’altro, che “nessun uomo è un’isola” come diceva J. Donne. E invece, qui, ci crediamo tutti isolotti. Sì, alla deriva. Abbiamo bisogno di non farci più rimbecillire dalla pubblicità che ci ordina cosa dobbiamo desiderare (è lei la vera complice tua, caro Babbo) e di imparare a desiderare meno. Abbiamo anche bisogno di uscire dalla follia del nostro sistema fatto di Banche e Finanze che vogliono che tu abbia il debito enorme, così secondo loro sopravvivi, e che tu debba consumare consumare consumare per esistere, mentre tutti sappiamo, dalla natura, che il consumo virtuoso non è illimitato. Ci vuole il consumo necessario. Ecco, dobbiamo imparare che significa, di nuovo, la parola “necessario”. E abbiamo bisogno di Terra. Perché oggi la compriamo dai paesi più poveri per abbattere le coltivazioni e fare commercio di mais legato alla Borsa della Malavita (e così anche le energie “bio” finiscono per rubare terra all’alimentazione). La lista è lunga, e io non sono più la stessa bambina che impacchettava doni per Dio. Ma ho nostalgia di quelle sere segrete, chiusa in camera in consultazione con lui, per capire i misteri di un cielo che non finisce mai. Come fa un cielo a non finire mai? L’infinito era vertigine e fascino nella mia testolina di bimba, spingevo il naso più su, più su, sopra le nuvole e poi ancora, ancora e ancora…e quando il vuoto mi spaventava il naso finiva spiaccicato nel ventre di mia madre, con la sua convessità dolce e rassicurante, destinazione finale di ogni ansia e paura. E non funziona più neanche quello. Oggi so che il cielo è infinito, ma l’àncora che era mia madre non mi impedisce più di salpare verso tremori ignoti. E so che tu sei un’invenzione e che sei molto legato alla Coca Cola, che se la bevo una sera mi gonfio come un pallone (forse è per questo che la tua pancia è così grande). E Dio non lo so, credo ci sia qualcosa che ognuno chiama con un nome diverso, ma non appartengo a nessuna religione che mi sento subito stretta e costretta. ma c’è una cosa, da allora, che è rimasta. La fiducia nel mondo invisibile che in qualche modo ci contiene tutti. E se, da bambina, giravo la testa di scatto per vedere finalmente l’angelo custode (che se era alle mie spalle allora se mi giravo di botto gli facevo “tana” no?) e tutti ridevano ridevano delle mie astuzie terrene per rubare un pezzo di Cielo. Oggi non giro più la testa di scatto, non lo cerco più. Ma a volte sento, dentro, un calore ne cuore che mi racconta che, dentro e fuori, c’è molto altro. Ma non ci sei tu, caro Babbo Natale della Coca Cola. E le lettere più belle, sai, sono quelle che scriviamo su un filo di