Lo so, quando si tratta della lingua italiana divento rompiscatole.

Ma non sopporto proprio alcuni modi di dire "moderni".

Uno per tutti: il famigerato "h24".

Posso – con un grosso sforzo – tollerarlo nel ragazzetto con le chiappe di fuori e le mutande a strisce, la lingua bucata dal piercing e il cellulare ultima moda. Ma sentirlo pronunciare, come mi è successo, da una tizia della Protezione civile intervistata in  un talk show giornalistico, all’interno di un discorso serissimo e articolato…beh, mi sembra un po’ troppo.

Lei diceva "Lavoro h24". Io domando: "ma perché non dici "ventiquattro ore"? O "tutto il giorno e tutta la notte"? o "Sempre"?

Insomma, l’italiano le scelte ce la lascia. Accidenti, se ce le lascia.

Queste contrazioni del linguaggio vanno bene per un sms, una frase frettolosa scritta su Facebook, una ciarla su un blog…

Ma nel parlato proviamo a non farci corrompere dalla pigrizia.

Sembra che a parlare sia, che so, un replicante. O Hal 9000 (che nella sua ribellione usa invece un linguaggio articolato e certamente più "umano").

H24 è davvero brutto. Ha un suono metallico. Stride, nella fluidità di un discorso.

Purtroppo oggi le formule "mordi e fuggi" stanno invadendo il linguaggio.

Ma io continuo a ribellarmi.

E a coltivare le mie idiosincrasie.

Come quella relativa alle dita di chi ti sta parlando, i cui indici e medi improvvisamente si sollevano in aria per grattarne la superficie. Sì, mi riferisco alla famosa animazione del "tra virgolette".

Sembra che abbiamo i con i crampi alle mani…

 

Confesso: ho ceduto anche io alla tentazione. Sono su Facebook. Del resto, il mio lavoro si basa di comunicazione si basa anche sulle nuove tecnologie e i nuovi strumenti offerti dal web. Giusto, dunque, andare a dare un’occhiata.

Anche perché per visitare il sito devi essere registrato.

Così ho creato la mia pagina, provato a caricare qualche foto, cercato vecchi amici (ecco, di fatto su questo punto funziona davvero: ho ritrovato care persone nell’altra parte del mondo, sfumate nel tempo come accade ai titoli di coda).

Benissimo, bella esperienza. Con un click ritrovi vecchi amici. Ma poi? Che si fa su Facebook tutti i giorni? Si chatta, si chacchiera, si aggiornano le proprie pagine.

E così ho cominciato a imbattermi in frasi  assolutamente indispensabili:

"Mi sto facendo la doccia"

"Che palle questa pioggia"

"Ho fatto il test Che animale sei?"

"Vado al mare"

"Vado in montagna"

"Sto a casa e dormo"

Insomma, uno zibaldone di assoulta necessità, per me e per il resto del mondo.

E. a questo punto, mi sono ritirata. Non capisco, forse sono troppo involuta per questo modernissimo mezzo. Ma a me di commentare questi squarci di intensa autobiografia davvero non va. E di me non saprei che dire…Che scrivo?

Oggi ho fatto la spesa

Ma a chi interessa? A me no di certo: l’ho fatta.

Forse posso evocare dubbi filosofici, sociali o sistenziali, posso sollevare punti interrogativi…

"Se ho sette caramelle e me e rubano due quante caramelle mi restano?"

La "scribacchio-mania" che oggi imperversa ha aspetti interessanti ma, diciamocelo, anche aspetti del tutto inutili. Forse ci vorrebbe, che so, una specie di "raccolta differenziata" delle comunicazioni.-..

E poi c’è il solito, vecchio discorso: i rapporti virtuali sono anche una trappola. Anche se ci si conosce fuori dal web. Il test di "immunità"al riguardo? Basta vedere quanto tempo dedichiamo alle tradizionali, faticose e impegnative relazioni "fisiche" dopo le nostre incursioni sul web.

Per questo Facebook è anche un po’ Fakebook.

Ci sono tanti "falsi" in circolazione, e non parlo del fenomeno, certo inquietante, delle identità "apocrife" piazzate sul sito, ma del nostro modo di relazionarci agli altri attraverso l’immagine che si decide di dare, protetta dalla frontiera del nostro schermo e del nostro mouse.

E’ un discorso che abbiamo già affrontato più volte, qui al Mulino.

E quando su Facebook vedo gente incollata allo schermo, tutta intenta a produrre intensi commenti sull’amica che ha comprato la crema antirughe (wow! brava! adesso sì che prendi il sole!) mi domando se non sia meglio provare a vederli, questi amici. Specie se abitano nella nostra città.

Non so, ma io continua a piacermi il guardare le persone dritto nelle palle degli occhi.

E poi, ho sempre una domanda che circola liberamente nella mia testa: ma la gente non ha niente da fare???

Visto che il tempo è sempre carente, mi domando quanto ne resti, dopo queste prolungate soste su Facebook, per fare ciò che ci piace. E, soprattutto, incontrare esseri umani "dal vivo". C’è ancora la stessa differenza che passa tra l’ascolto di un Cd e un concerto dal vivo. Almeno credo. O no?

 

 

Mentre Giulia beve la sua Coca Coca a casa della nonnina e gioca a carte con la sua famiglia, in giro per il mondo c’è gente che cena per aria, da Dubai a Tel Aviv.

Si tratta dell’ultima trovata "celeste" trovata in fatto di mode. E’ così trendy, ora, partecipare a una di queste lussuose cene che stanno riscuotendo un successone, alla faccia della crisi.

Personalmente, non vedo che piacere ci possa essere nell’essere issata insieme a una marmaglia elegante-vestita su una piattaforma, legata a una sedia (già, perché chi casca diventa una polpetta…non commestibile), a tavola con forchette e coltelli ben ancorati al tavolone, e tirata su a 50 metri di altezza.

Eppure, "fa fico".

Questa nuova, bizzarra trovata sta spopolando. Basta visitare il sito ufficiale spulciando menù, chef volanti, aereo-video e fotografie.

Bah. Boh. E ancora bah.

Semplicemente, trovo cretino spendere 15.00 euro – questo il prezzo dell’"altissima, purissima, costosissima" cena in alta quota. Una cena durante la quale non puoi nemmeno muoverti (ma come si fa a fare pipì? Si apre una botola sotto la sedia?), inchiodata come non capita neanche a quei noiosissimi raduni gastronomici per comunioni, matrimoni, anniversari e quant’altro.

Non pagherei mai 15.000 euro per stare incollata alla sedia. Manco fossi un politico!

A questo punto, preferisco quella "falsa" di Giulia. Io vado a mangiare da sua nonna. E voi?

 

 

Non mi occupo di polica ma di comunicazione. E devo dire che, malgrado tutte le sacrosante critiche al logo varato dal Pdl e presentato dalla Brambilla, non riesco a non pensare che in fondo si tratta di un logo…"onesto".

Onesto, sì. Perché rispecchia perfettamente quell’Italia oleosa e patinata che smerciamo all’estero. Quella delle cartoline, degli "spaghetti pizza e mamma mia", delle tovaglie a quadrettoni e dei mandolini strimpellati per gli stranieri.

L’Italia "estera" delle "fettucine Alfredo" ("who’s this Alfredo?" domandavo a tutti disperata, quando vivevo in America) e del "ragù with meatballs" (laddove le meatballs sono polpettone da mezzo kilo), della pasta scotta e delle salse di ketch up rovesciate sopra con disinvoltura.

L’Italia della gestualità estrema, ridicola, quela dei provoloni che acchiappano le straniere per strada…

Insomma, l’immagine posticcia che tanto piace ai paesi stranieri. Quell’immagine turistica e massificata, come quella delle statuine che affollano i negozi di Via della Conciliazione, come quella dei Centurioni davanti al Colosseo (prego – cheese – sorridere please)…

In fondo, a Berlusconi, uomo tipico della macchia mediterranea, vero "caratterista" della commediola italiana più spicciola, non dispiace questo logo così banale e scontato, come le sue comunicazioni.

 

 

Ricordate il mieloso, televisivo e domenicale "Ciao, da dove chiami?" pronunciato dalle labbrucce espanse di Mara Venier?

Beh, adesso tramite Google è possibile far sapere a chi vogliamo la nostra esatta posizione sul pianeta. Il nuovo servizio si chiama Latitude, e permette – tramite un cellulare o uno smartphone – di informare i nostri amici sul punto esatto nel quale ci troviamo. Non è un po’ troppo?

Insomma, Google gestisce le nostre email, le nostre ricerche, mostra la nostra abitazione sulle sue maps, ora conosce i nostri cellulari e sa pure dove ci troviamo???

A me pare un’esagerazione. Ci stiamo impigrendo. Consegniamo, preda dell’accirdia totale, tutta la nostra vita ai sistemi informatici, addormentando i nostri neuroni che finiranno imbalsamati. Insomma, abbiamo ancora la voce per comunicare la via esatta del ristorante in cui ci siamo dati  appuntamento, e comunque probabilmente il nostro amico avrà il suo "timoniere" satellitare, il navigatore che metterà in porto sicura la sua barca che avanza fra i flutti della metropoli.

Piano piano, Google sta diventando il nostro Grande Fratello. Anzi, il Grande Fardello che se apparentemente ci libera in realtà ci rende schiavi.

Io, da parte mia, preferisco che nessuno sappia dove mi trovo a meno che non sia io a comunicarlo direttamente, con la mia voce e la mia sintassi e il mio linguaggio ancora umano.

Non sarà che stiamo diventando delle mummie viventi?