L’altro giorno, ferma a un semaforo nel solito can-can epilettico delle giornate romane, mi sono imbattuta in un carro funebre. Dietro, la bara. Dentro, sui sedili, quattro uomi che ridacchiavano e scherzavano. E ho pensato che la vita è proprio così, qualcuno ride mentre qualcun altro muore. Certo, il vederlo insieme, nella stessa auto, è stato un po’ "forte".  La macchina di lì a poco sarebbe arrivata in una casa piena di gente in lacrime, in un giorno di lutto, di assenze, di malinconie. Per loro, invece, era una giornata come tante. Tante giornate passate a portare bare, a vedere facce stravolte, a vestire salme e sigillare bare. Già, perchè in fondo l’ultima cosa del mondo che un morto "vede" solo loro, i signori delle onoranze funebri. L’ultima finestra sul mondo, prima che la bara sia chiusa per sempre, si affaccia su uomini sconosciuti che con perizia e distacco sistemano il coperchio che farà calare il buio.

E questi uomini si abituano, alla morte. Ci sono così abituati che trasportare una bara o cartoni di latte diventa la stessa cosa. Per forza. Altrimenti crepi anche tu,  a vedere ogni giorno i morti e loro distrutti parenti.

Non deve essere facile, comunque. Vivere in mezzo alla morte. Ma forse ti dà anche una vera dimensione di vita, come sanno bene i tibetani con il loro bardo Todol (per loro la vita è una preparazione al morire).

Io non ce la farei, a fare questo lavoro. Mi si annoderebbe l’intestino. ma sicuro è un lavoro che non conosce crisi. Si muore, ogni giorno. Si muore tutti. E non c’è differenza di ceto sociale, di razza, di colore. L’impiegato e il politico, la massaia e la star del cinema, il postino e il manager. Tutti crepiamo. E allo stesso modo: rendiamo l’ultimo respiro a quella vita che abbiamo amato. La morte è l’unica faccenda veramente democratica, che non conosce élite e non fa distinguo. In fondo, quello di questi uomini è un lavoro sicuro. I morti muoiono. E le bare servono, e le onoranze. Anzi, il prezzo di questi servizi è anche assai esoso (ecco, qui la democrazia si incrina di nuovo, fatalmente).

Fosse per me, vorrei essere sepolta in un bosco, con una piccola lapide di marmo, o una semplice croce. Nella nuda terra, come dovrebbe essere. Quest’estate ho visitato, in montagna, un piccolo cimitero semiabbandonato. L’ultima lapide risaliva alla prima metà del Novecento. Fra muschi, edere, erbacce, quei volti antichi, ingialliti dal tempo, mi guardavano quasi bucando le fotografie. Avevano un sapore antico. E la morte sembrava più…morte. Cioè più vera, più natuarale. Oggi, nei condomini di marmo dei cimiteri moderni, fatico a sentire il respiro del sacro. Perfino il suono del silenzio perde ogni forza, lì.

Somigliano, questi cimiteri, alle nostre brutte, asfittiche città.

Per questo, in Scozia come a Praga, ho visitato cimiteri antichi, fatti di tombe e di erba.

La morte che abita questi luoghi mi dà un senso di pace. Di collegamento con un altro mondo.

Ripenso di nuovo alle facce allegre degli uomini in macchina. Forse non sono così blasfemi come sembra; in alcuni paesi la morte viene celebrata come una festa (in fondo, è anche una liberazione, per chi ci crede, e un dirigersi in luoghi di luce e d’amore).

Io non ci sono mai riuscita. Davanti a ogni caro perso per sempre mi sono distrutta, e ho odiato quegli uomini vestiti di nero che arrivavano come intrusi, asettici come mascherine ospedaliere, pronti a fare del morto una statua di cera, e della bara un sigillo perenne.

Non deve essere facile, per loro, vivere questa intrusione, essere fissati quasi con odio dagli occhi gonfi di pianto di chi circonda le bare. Ma ci si abitua, ci sia abitua. Solo che quando a morire è qualcuno che ami tutto cambia all’improvviso. Come sempre, l’esperienza diretta fa la differenza.

Forse, quel giorno non rideranno.

Perchè la morte, la grande Signora della Democrazia, non guarda in faccia nessuno. Non fa sconti. E non concede fughe.

Eh già, a volte siamo davvero tutti uguali.