Vacanza.

Eccomi di nuovo a Senigallia. La mia terra natale. Come tutte le estati, il mare rinnova la sua quiete, quella che mi accoglie la mattina presto, quando il cielo conserva ancora la freschezza della notte, oppure la sera tardi, prima che la coperta di stelle copra le onde che muoiono sulla riva.
Peccato che, in mezzo, la ressa sulla spiaggia distrugga questo benvenuto torpore, in cui i sensi, languidi, planano sulle giornate di sabbia e di sole.
Anche quest’anno gli ombrelloni, sempre più aggressivi, dominano la spiaggia lasciando poco spazio al riposo degli occhi. Una caciara allegra, colorata, disordinata, abita quegli spazi condominiali in cui ognuno ricava la sua piccola abitazione estiva, tra una sdraio e un lettino.
Ma a me non piace. Non mi piace questo turismo “palestrato” condito con musiche e giochi da spiaggia. Non mi piace questa spiaggia pettinata, stirata, sciupata da un’accozzaglia di costruzioni.
E il pensiero vola verso luoghi più deserti, in cui il mare è mare. Libero, selvaggio, appoggiato su spiagge silenziose abitate da sassi e conchiglie.
Ma noi lo vogliamo così, il mare. Simile a un palinsesto televisivo, ricco di programmazioni ludiche per dimenticare la beatitudine di un’ozio in cui la mente si perde in se stessa.
Ci fa così paura, il silenzio. Ci spaventa anche se è accompagnato dalle onde del mare.
E ci fanno paura gli spazi liberi. Forse perché ci ricordano i nostri vuoti. E allora via, a riempirli di cose e persone, a consumarli come un cheeseburger.
Io non ci sto. Ed è per questo che al mare vado la mattina presto e la sera tardi. Insieme ai vecchi e ai bambini. Non a caso, le creature più sagge.