Sono appena tornata. E già mi manca. Mi manca, questa terra che ti entra nel sangue, ti scoppia dentro, all’improvviso, con violenza.

E’ uno strappo, la Sicilia. Una lacerazione magnifica che rompe ogni abitudine precedente e ti porta via, ti porta via nei suoi segreti fatti di Acqua e di Fuoco, di alchimie sacre e di umanissimi languori.

Ne cerchi l’essenza e lei si fa avvicinare, si ferma, fugge in un vicolo, si nasconde, riposa nelle prime ore del pomeriggio, quando non senti nulla, solo il rumore del mare, e si sveglia di nuovo, si alza con i siciliani, cammina al loro fianco e ciondola fra le carezze del vento.

Da subito sono rimasta rapita. E’ una forza aspra e allo stesso tempo dolcissima, che profuma di zagare e gelsomini, di passione e indolenza, di sangue e d’anima.

Ho passeggiato per le vie di Trapani, mi sono infilata sulle nuvole di Erice, lassù, su quella montagna che regala ancora una spiritualità nascosta nei ruderi, nelle chiesette, nei vicoletti mai scalfiti da tempo.

Mi sono lasciata vincere dalla pigrizia di Favignana, con le sue casette bianche bianche e i sentieri per il mare. 

E mi sono commossa davanti alle rocce di Levanzo, isoletta piccola, selvatica come l’odore di mare, come quel sale che lì avvolge e insaporisce ogni cosa, la condisce di vita. Stavo sulla barchetta di un pescatore, circumnavigavamo l’isola. C’erano queste rocce mai tradite dall’uomo, attraversate dai battiti d’ala di alcuni gabbiani. A volte la bellezza "ferisce". Mi sono trovata piena di lacrime, sopraffatta dalla mia piccolezza davanti a quello scenario selvaggio, inviolato. E’ una ferita benedetta, quella della bellezza. Quella di ogni bellezza.

Sì. La Sicilia ti entra nel sangue. Specie se, con rispetto e pudore, provi ad annusarla con confidenziale piacere.

Ho fatto pochi bagni ma ho passeggiato tantissimo nei vicoli, cercando con lo sguardo la popolazione per carpirne gli umori.

E sono umori belli.

Ho sempre amato il dialetto siciliano. La lingua è uno dei "suoni" dell’anima, assomiglia a chi la parla. E’ una specie di "pelle cantata".  Per questo i dialetti si intonano con le caratteristiche delle persone, gli fanno da eco e da specchio. Attraverso il dialetto entriamo in contatto con il suono di un popolo. Ci sono dialetti cafoni, simpatici, arroganti…"A ciascuno il suo", come direbbe Sciascia.

Il dialetto siciliano ha un suono particolare. Parla di passione e di nobilità, di antiche eleganze e di umili dignità. Ci sono sia l’orgoglio che il pudore. E ci sono la dolcezza e le asperità, un po’ come i cannoli che ti invitano ad ogni angolo e il richiamo violento della tonnara.

Terra particolare, la Sicilia. Incrocio di Oriente e Occidente. Sento le voci antiche di arabi e spagnoli, che ancora oggi sussurrano negli angoli, lasciano tracce nelle architetture e nelle gastronomie, danno vita a quel carattere particolare che deriva dall’incontro di razze diverse.

Mi sono gustata ogni attimo. E quando sono partita, ho lasciato qui un pezzettino di nostalgia. Tornerò a riprenderla. Prima o poi tornerò.