A volte basta davvero poco per stare meglio. Basta guardare per aria.

Lo faccio sempre, e sempre ne ricavo un respiro dell’anima, una dilatazione, un dolce sconfinare in luoghi che non so dire, e che per questo "sono".

Anche nel cielo invernale, in queste fredde giornate che anticipano la quiete delle giornate post-natalizie, mi perdo nei colori del cielo, lo faccio mentre cammino, o mentre attendo lo scatto di un semaforo con il mio scooter, lo faccio dalla finestra, accompagnata dallo sguardo acciambellato del mio gatto intento nel suo soave oziare. Lo faccio e mi sembra di allargare i miei confini, di essere meno "terra" e più "cielo", di scansare per un attimo, un attimo troppo breve, la gravità di questa materia che ci fissa, ci aggancia, ci radica ma allo stesso tempo ci tiene prigionieri nel suo divenire.

Ogni cielo, invece, dietro la mutevolezza dei suoi chiarori e delle sue nuvole di cotone, racconta di un tempo immutabile, di uno spazio senza perimetro, di altezze convesse e di magici destini.

Adoro alzare gli occhi per cercare il cielo. Ne seguo i giochi di luce fino a sera, fino a quando ogni stella si accende.

E mi sento felice. Così, senza motivo.

E’ come se i polmoni si allargassero, il cuore si dilatasse, e la testa penzolasse giù, finalmente inerte, ammutolita.

Il cielo della città va cercato, annusato. Sopra i palazzi, sopra gli scorci di grandi e piccole vie, ha i suoi angeli, come a Berlino.

Me li immagino lassù, a guardare i nostri piccoli, grandi affanni.

L’incapacità di fermarci, oggi, li ha resi ancora meno visibili. Ma a occhi chiusi, nella pausa di qualche profumo portato dal vento, può capitare di sfiorarne per un attimo l’arcana bellezza.