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Manifesto

Effetti collaterali: Nessuno. Dosaggio: ripetuto, fino a 50 volte al giorno. I soggetti che soffrono di diabete devono evitare i libri di Susanna Tamaro, quelli con insufficienza epatica, i libri di Bruno Vespa. Somministrare anche i bambini di età inferiore ai 10 anni, se possibile in abbinamento con vitamine illustrate. Non sono noti casi di sovradosaggio.

 

A volte leggendo il mulino qualcuno sarà spiazzato perché troverà argomenti diversi fra loro, raccontati a volte in modo ironico, quasi sfacciato, altre volte  terribilmente serio. Ma c’è un accorgimento per leggere Il mulino di Amleto, ed è quello della curiosità, e della misura analogica che coglie le affinità in esperienze diverse che hanno denominatori comuni (non sempre rintracciabili solo dalle categorie logico-razionali, per fortuna).

Il mulino di Amleto non appartiene a nessuna famiglia ideologica, purtroppo. In questo è molto "solo". Non è di destra, non è di sinistra, non è tradizionalista, non è modernista, non è ateo e non è religioso. Ma ha anche a che vedere con le faccende che riguardano tutte queste "famiglie". Solo che cerca di affrontarle da un punto di vista difficilissimo da praticare: l’intelligenza. Quella viva, duttile, non irregimentata in pre-giudizi che filtrano le cose del mondo. Inciampa spesso, intendiamoci. Ha tutte le sue fragilità.

Certo, fra queste famiglie ha le sue "simpatie". Ma è pronto anche a metterle in discussione. Perchè l’assoluto non è di questo mondo.

 Le persone tassative, categoriche, tutte intelletto privo di cuore o sentimenti, non ameranno mai questo blog. E neppure quelle che tifano sempre e soltanto  per qualcuno o qualcosa.

Perché si possono amare le tradizioni e allo stesso apprezzare alcuni segni moderni, si può leggere Platone insieme a Sibilla Aleramo, ascoltare i vespri in latino dei benedettini a Sant’Anselmo, sull’Aventino, e comprarsi un cd dei Pink Floyd o di Carmen Consoli, andarsene in cima a un monte soli soletti e godersi una cena fra amici in trattoria, proprio in centro. 

 La vita è ricchezza, possibilità. Dividere il mondo in bianco e nero agevola i nostri sonni sereni ma impoverisce la comprensione delle cose che ci circondano.

Attraversarlo invece, cercando di annusare i profumi (e le puzze, ovviamente), e farlo senza appellarsi agli-ismi (fascismi, comunismi, tradizionalismi, modernismi, spiritualismi, globalismi, no-globalismi, occidentalismi, orientalismi e via…ism-ando) rende un po’ orfani, un po’ cani sciolti (senza il collare o ci perde o ci si trova oppure, se si è fortunati, le due cose diventano una) ma è una delle strade possibili. In fondo, oguno sceglie la sua.

Ogni volta che usiamo un particolare suffisso, -ismo, perdiamo qualcosa della completezza che ci circonda. Dagli -ismi derivano gli -isti (fascista, comunista, buddista, pacifista, ecc.) e tutti insieme ordinano il mondo per categorie di appartenenza. Tuttavia l’intelligenza, perdonateci l’accostamento, "soffia dove vuole" e non può essere imbrigliata se è frutto di curiosità autentica, se è figlia di quella complessità che fa capire, prima o poi, che viviamo tutti nel grande gioco delle proiezioni, e che ciascuno (gruppi, persone) trattiene un pezzettino del mosaico globale che consente alla vita di manifestarsi. Senza Mordred i cavalieri di Artù non possono mostrare le loro virtù, così come senza Giuda Cristo non può compiere la sua missione salvifica. C’è sempre un "nero" che fa da controparte al "bianco".

Quindi cercare di abbandonare gli -smi e e gli -isti (il che non equivale a riuscirci, intendiamoci bene) è stimolo e fonte di ispirazione per l’intelligenza di cui parlavamo. Non a caso l’intelligenza, nel mondo antico degli dèi greci e romani, aveva a che fare con Ermes-Mercurio. Inafferrabile, rapido, sempre in moto. Mercurio non può essere fermato né tantomeno costretto in una gabbia. Significherebbe ucciderne l’essenza, cosa peraltro impossibile.

Amare o discutere cose tanto diverse fra loro produce, dicevamo, danni alla quiete notturna e altri effetti collaterali, però ha anche un pregio: ne vale la pena. E ne vale la penna. I blog sono spesso usati soprattutto per sfoghi narcisistici (IO ho fatto colazione e ho pensato a come era bella la nuvola che mi passava sopra il cielo. Punto. Sono fico, eh?), personalissimi. In realtà invece può diventare un diario che usa piccole cronache, appunti quotidiani, riflessioni di altri, per interrogarsi su cose che abbiano un interesse trans-personale.

Ad esempio oggi l’era della globalizzazione o produce l’annullamento dell’identità locale (più facile) o la esaspera fino a provocare una chiusura in difesa (più difficile). Bene, bisogna avventurarsi e riflettere su entrambi gli atteggiamenti. Ci sono, di nuovo un esempio, cose "positive" in una comunicazione moderna più allargata (insomma, se io condanno e basta  gli eccessi tecnologici poi non dovrei usare la mail, né tantomeno un blog) che però viaggiano insieme a quelle "negative", fanno parte del principio della doppia valenza che pervade ogni cosa. E sono anche un po’ come Mordred e Artù, hanno ognuno bisogno dell’altro. Il problema è che quando prendiamo posizioni troppo severe ci condanniamo un po’. E trasformiamo il mondo in un tribunale. Questo non signfica non prendere posizione, ma guardare – o cercare di farlo – i doppi, tripli risvolti da ambo le parti.

Le idiosincrasie e gli episodi raccontati in modo ironico servono a far pensare, noi per primi, a quello che diciamo, alle riflessioni da cui prendiamo spunto. Ma prendere posizione, per noi del Mulino, non vuol dire mettere la cera alle orecchie e il prosciutto sugli occhi.

Non si tratta insomma di "buonismo" (che schifo, per carità) né di "ecumenismo" concilia-tutto accetta-tutto (molto New Age, mamma mia…), ma solo di renderci conto, al di là delle nostre simpatie e antipatie a volte tranchants, della quisquilia del nostro essere in relazione a una vastità che possiamo appena cercare di comprendere.

E di divertirci nell’attraversare luoghi diversi in cerca di sintonie o antipatie non guidate da un’appartenenza assoluta.

Ma torniamo al Mulino di Amleto. Se qualcuno dovesse essere spiazzato dai guizzi diversi tra loro, in campi diversi, scritti con linguaggi differenti, può domandarsi se per caso in sé stesso non viva, rannicchiata da qualche parte, una analoga complessità.

In fondo tutti a volte siamo divertenti e altre filosofi, a volte profondi e altre invece attaccati tenacemente alla superficie per fare un po’ di surf dopo le nostre immersioni, a volte ci sentiamo viaggiatori e altre pantofolai. A volte siamo forti, altre basta un soffio di brezza ad affondare la barca nel mare in cui navighiamo. A volte ci sentiamo vicinissimi a un’idea, altre volte ne vediamo i limiti. Insomma, per fortuna siamo esseri umani animati dalla possibilità di indagare il mondo e di misurare, di volta in volta, le nostre idee senza avere una confezione già preparata. Per fortuna o per sfortuna, certo. Ma per alcuni di noi è così.

L’avviso ai naviganti riguarda lo stile del Mulino di Amleto che nel suo "non stile", nella sua voluta "non identificazione" con un -ismo o un -ista è in realtà caratterizzato da una scelta precisa: la navigazione perenne in mezzo alle isole che circondano il mondo, salpando qua è là in cerca di riflessioni pronte però a "redimersi" davanti a un’idea o a una proposta diversa. Perché possiamo sempre cambiare idea, fino alla fine. Che bello, forse è la nostra vera libertà.

p.s. nota di bordo:

Il mulino di Amleto non ha niente a che fare con Il mulino Bianco. Ma di questo parleremo nel prossimo post