Ho avuto la fortuna, quest’estate, di guardare uno di quei rari cieli che si accendono in una notte priva di luci artificiali.

Quei cieli che all’improvviso illuminano la notte, la trasformano in una festa di luci brillanti circondate da una scia bianca, che le avvolge come un mantello. La Via Lattea. Quasi impossibile vederla, di notte, in città. Le stelle si occultano quando le luci artificiali manifestano la loro presenza. Quasi a sussurrare che il segreto del cielo si coglie solo nel mistero della natura, in luoghi lontani dalle metropoli e dalle campagne abitate.

Mi ha ricordato un altro cielo, in un altro luogo, anni fa.

Come allora, anche stavolta mi sono sentita in compagnia di ali celesti, di quelle voci degli dèi che raccontano, lassù, la strada delle stelle. Miti, leggende e simboli per infilare un briciolo di consapevolezza in quell’abisso di conoscenza.

Mi sono persa un poco fra i sentieri stellati, dimenticandomi perfino di cercare le stelle cadenti (che proprio per questo motivo mi hanno poi elargito generose donazioni di luci guizzanti), smarrita in quel cosmo così grande, così palpitante, così sacro. Penso a una poesia di Borges, che parla della Luna dicendo che le antiche genti l’hanno colmata di antico pianto.

Così come, aggiungo io, hanno colmato quel cielo di antico stupore.

E io, tra poco, sarò di nuovo nella miseria di notti metropolitane che hanno spazzato via quel manto stellato.

Tuttavia l’antico stupore sta sempre lì, a portata di cuore e di occhi. Ma bisogna andarlo a cercare…