CARL GUSTAV JUNG

 

L’individuo può sforzarsi di raggiungere la perfezione, ma deve patire l’opposto delle proprie intenzioni per la salvezza della propria consapevolezza.

(C.G.Jung)

 

Questa frase mi ha accompagnato spesso. Un po’ come il "memento mori" degli antichi romani.

Per quanto ci sforziamo, l’integrazione passa per la conoscenza dell’ombra, esattamente come ricorda un detto alchemico medievale:

Affinché i rami di un albero giungano al cielo, le sue radici devono scendere all’inferno.

Jung e Freud hanno avuto il coraggio di guardare nel sottosuolo, sbattendolo in faccia alla società perbenista, adagiata sulle certezze e sulle presunzioni circa la natura dell’uomo.

Non a caso Jung rimase affascinato dai messaggi dei miti e delle leggende, dai segreti dell’alchimia (che lui appena sfiorò in una conoscenza intellettuale, ma che certamente gli regalò chiavi preziose).

E così, l’uomo che stava sulle foglie all’improvvisò scoprì che doveva guardare in basso, laggiù, dove le radici affondano nella terra priva di calore e di sole.

Ed ebbe paura.