Ho spostato un granello di sabbia.

E ho modificato il Sahara.

(J.L.Borges)

 

Ho sempre amato la sintesi di Borges. Poche, eloquenti parole. Maestro di minimalismo, di arte della sottrazione. Sempre elusivo, impalpabile, leggero quanto profondo.

L’immagine di un deserto mutante, fatto di tanti minuscoli granelli di sabbia, ha la stessa sostanza del sogno: un disegno che cambia, un disegno fatto di enigmi, di tracce svelate e poi ricoperte, di orme smarrite e oasi ritrovate, di tempeste e silenzi, di notti abbaglianti in cui le stelle giacciono insieme alla luna fino al mattino e poi, come in una fugace danza onirica, svaniscono lasciando uno scintillio misterioso, una traccia diafana eppure persistente.

Sono un po’ come i sogni, i deserti.

Conosci forse il punto in cui parti ma non sai dove arrivi, né dove sosti.

Incontri arsure e piccoli capolavori di vita, come certe piantine.

Non l’ho mai attraversato, und deserto. Non ancora.

Ma lo penso così, apparentemente disordinato ma in realtà tessuto da trame precise, mutevole e denso di significati arcani, di guazzabugli e rivelazioni. Come un sogno.

In fondo anche di notte, in mezzo al vuoto della ragione, il mondo si popola di tanti granelli di sabbia che compongono le montagne che attraversiamo: fragili, mutevoli, destinate a cambiare forma al primo soffio di vento, o al primo risveglio.

E ogni risveglio è il ritorno da un viaggio.