Ci sono sempre stati conigli, nella mia infanzia. Un po’ come in quella di Alice, con il suo Bianconiglio sempre in corsa dietro il fuggevole tempo. Anche io avevo i miei paesi delle meraviglie, quei paesi che, come tutti, ho smarrito da adulta, malgrado qualche piccola avventura libera e scavezzacolla che ancora riesco a regalarmi guardando dentro il mio albero (ognuno ha il suo, di albero).
Ci sono sempre stati conigli, dicevo. Sì. Avevo quasi otto anni quando zio Roberto – un omone grandissimo e larghissimo, la cui circumnavigazione della vita richieda un certo impegno – mi regalò il coniglio delle mie meraviglie. E’ strano perché è uno dei ricordi più nitidi che conservo della mia infanzia, quasi sempre occupata a giocare a nascondino con la memoria. Ricordo il negozio di giocattoli a Roma, dove andavamo a trovare i parenti, nonno nonna e zii, due volte all’anno (durante le feste comandate, ovviamente). Di zio Roberto in particolare non ricordo quasi nulla. Anzi, di tutto quel periodo ho solo immagini che stanno in punta di dita: i tramezzini morbidi morbidi del bar di piazza Vescovio, vicino casa dei nonni, io seduta su un gradino nell’immensa piazza da dove le statue del Vaticano osservavano l’ardire dei miei collant fucsia che rompeva il bianco della gonnina (mi vergognavo un po’, conciata da bambina “buona” con tanto di scarpe alla bebè, di vernice), la bustina magica che riempiva l’acqua di bollicine quando a tavola la nonna agitava la bottiglia, la concentrazione di uomini sulle colline romane dopo il rapimento di Aldo Moro, io mamma e mia sorella che facciamo le facce buffe agli animali dello zoo, oggi “civilissimo” bioparco.
Ricordi in ordine sparso. Ma su tutti scintilla quel pomeriggio quando zio Roberto mi invitò a scegliere un peluche. Gli scaffali erano pieni di animaletti ammassati, una vera galleria zoologica. Io a un certo punto lo vidi. Era là, vicino a un delizioso cerbiatto che però ignorai, forse perché Bambi mi aveva fatto versare tutte le lacrime quando gli avevano ammazzato la mamma. Era lì, splendido nel suo pelo bianco e nero. E i suoi meravigliosi occhi blu, liquidi e profondi come il mare in un giorno di sole, mi innamorarono all’istante. “Lui, lui!”. E lui fu mio. Era enorme, e io me lo misi in braccio tutta orgogliosa per quel regalo inaspettato (non faceva mai regali, lo zio Roberto). Da allora diventammo inseparabili. Dormivano insieme la notte. Lui era il coniglietto dei miei sonni d’oro, il totem che mi proteggeva dalla forze oscure che minacciano la notte dei bimbi, era il confidente delle mie malinconie quando litigavo con la mia sorellina. Sì, un membro della famiglia a tutti gli effetti. Della mia famiglia. Ognuno di noi ha avuto il suo “animale guida” speciale, il suo compagno d’arme e di giochi. Il mio era lui.
Accadde però che a furia di strofinarmelo addosso e per tutta la casa, con il passare del tempo il bel pelo di Fuff (questo il suo nome) si annerì, divenne opaco. Così mia madre mi consigliò di farlo lavare dalla signora Silvana, che sotto casa nostra aveva la sua lavanderia. Fece fatica a convincermi, ma chi meglio di una signora lavandaia avrebbe saputo restituirmelo tutto pulito e brillante?
Ma accadde l’irreparabile. Quando Fuff tornò a casa, aveva perso i suoi bellissimi occhi blu. Nulla, al loro posto non c’era nulla. Si erano sciolti durante il lavaggio ad alta temperatura, mi disse quell’assassina della signora Silvana. I suoi bellissimi occhi, dal taglio a mandorla e la pupilla nerissima, erano persi per sempre. Ero inconsolabile. Fu una di quelle tragedie che ti ricordi per sempre, da adulto. Il mio coniglio senza occhi. Il mio coniglio cieco. La mamma ci mise una toppa e fece fare due grandi occhi di panno celeste. Ma erano occhi privi di vita, senza espressione. Non erano più come il mare in un giorno di sole. Erano occhi "piatti", occhi qualunque.
Continuai a prendermi cura di Fuff malgrado l’orrenda mutilazione, ma dentro di me ho sempre ricordato quel paio di occhi magnifici su cui si posavano i sogni della mia infanzia.
Ci fu un altro coniglio importante, un coniglio letterario stavolta.
A dieci anni ero già ero una lettrice famelica. Un giorno mi regalarono un libro che ho stampato nel cuore: Quando Hitler rubò il coniglio rosa, di Judith Kerr.  Racconta delle avventure di Anna, una ragazzina ebrea che, insieme alla sua famiglia, deve lasciare la Germania per vivere in Svizzera dopo l’insediamento di Hitler. Anna può portare via solo un peluche dalla sua casa e lei sceglie quello nuovo, un cane, lasciando per sempre il suo vecchio coniglietto. Ma si rende conto di avere sbagliato: il cane è nuovo, senza “storia” né condivisione di affetti. Anna rimpiange il suo coniglietto convinta che adesso sia finito nelle grinfie di quel signore antipatico coi baffetti, che magari ci gioca tutti i giorni nella sua stanza.
E’ un libro bellissimo, uno di quelli che hanno segnato la mia vita di lettrice. La storia di Anna e della sua famiglia in giro per l’Europa narra di difficoltà e nostalgie con delicatezza e umorismo. Ho un’immagine, dopo tanti anni, davanti. La pagina che descrive la faccia di Anna appiccicata su una vetrina di dolci, gli occhi fissi su una magnifica pasta al cioccolato. Quando in pasticceria mi compravo il tartufo, fatto di biscotto e cioccolata, pensavo sempre alla povera Anna gustandomi ogni briciola della mia fortuna.
In quel periodo ci fu un altro coniglio ancora. Un coniglio che mi impedì di mangiare questo animale per tutta la vita.
Io e mia sorella passavamo spesso il weekend in campagna, a casa di Maria e Alfredo, una coppia di contadini che ci ospitava volentieri. Così vivevamo libere, correvamo sui prati e facevamo merenda con pane, olio, aceto e sale (buonissimo), la sera guardavamo le fiamme del camino ma soprattutto giocavamo con tutti gli animali. Galline, pecore, maiali, cani e conigli.
Un giorno stavo davanti alla casa, incerta sul da farsi, quando voltandomi all’improvviso vedo Maria (una donnona brusca ma buona, molto affettuosa) che tiene nella sua mano ruvida un coniglio bianco, afferrandolo per le orecchie. Lui zampetta disperato, quasi avesse capito cosa sta succedendo. Nell’altra mano Maria ha un’accetta. I due, donna e coniglio, si trovano accanto a un albero tagliato quasi alla radice, trasformato – ora all’improvviso capisco – in un altare sacrificale. Caccio fuori un urlo terribile, comincio a piangere implorando Maria di smettere i panni del boia, all’improvviso il cielo azzurro è pieno delle nubi della mia disperazione, ma lei mi guarda e alza l’accetta scansando i miei urli. In fondo è naturale, uccidere gli animali e mangiarli. Una contadina non può comprendere il cuore di una bambina che vede un’anima ovunque, ed è giusto, una contadina rispetta il ciclo di vita e morte che onora ogni giorno. Ricordo quel momento come fosse adesso. Giro il collo, strizzo gli occhi e mi tappo le orecchie ma non riesco a non sentire il rumore secco del metallo che scende veloce sul tronco. In mezzo, in quello spazio trafitto, le zampette non si agitano più.
Mi viene da vomitare. La cruda realtà di quel momento spezza gli incantesimi della campagna, irrompe nel mio rapporto affettuoso con tutti quegli animali che, non posso far più finta, finiranno un giorno sul piatto. Anche sul mio.
E’ una scena che non mi ha più lasciato.
Non sono mai stata capace di mangiare un coniglio. Me lo hanno proposto in tutte le salse, ma nulla.
In quegli ossicini minuti rivedo ancora le zampette che si agitano al vento. E, chissà, in quei piatti rifiutati cerco ancora gli occhi di Fuff. Quei bellissimi occhi blu, perduti per sempre.

 

 

 

Di solito i blog sono tematici. Si occupano di letteratura, politica, viaggi, cucina, aziende…Chi studia i blog consiglia sempre di caratterizzarli attraverso la trattazione di argomenti specifici.
All’inizio, con il Mulino, volevo fare lo stesso. Volevo fare un blog che si occupasse di giornalismo e scrittura, che trattasse del mio mestiere che ha a che fare con la parola scritta.
Ma non ci sono riuscita. Perché il blog ha finito per somigliare alla padrona di casa.
Nella sua personalità è inevitabilmente confluita la mia. Ed è diventato un luogo eclettico, certamente vitale ma molto disordinato, come la mia abitazione che sembra piuttosto un suk.
Me ne rendo conto.
Ma non poteva non essere come me, il blog. Sarebbe stato artificiale, “falso”.
So che adesso è un luogo un po’ strano, spiazzante. Si parla di tante cose diverse, dai libri alla società passando attraverso la filosofia, la metafisica, perfino l’astrologia.
Anche lo stile subisce variazioni: a volte è letterario, altre volte più immediato, prosaico. A volte si attarda nei paraggi della malinconia, altre volte vira deciso verso luoghi umoristici.
Ma il blog è come me.
Non riesco, non sono mai riuscita, a seguire sempre e solo una direzione. Sono “una, nessuna e centomila”, come scriveva Pirandello.
Mi piacciono cose diversissime fra loro. Ho un’anima gitana e una stanziale. Una antica e una metropolitana. Una progressista e una tradizionalista. In me convivono la "filosofa" che ama le stelle e l’avventuriera che della terra esplora profumi, suoni, colori. Non a caso, tempo fa, sono inciampata nell’astrologia (intesa come Scienza Sacra e non come “brankologia” a uso e consumo di furbacchioni) mentre, di giorno, insegnavo a giovani aspiranti redattori come lavorare sui testi degli autori contemporanei.
Questa “scissione” è dolorosa, ma è anche foriera di libertà.
Due anni fa scrissi una sorta di manifesto a cui sono molto legata. Si intitola”Anima e cozze”  e racconta di come ci siano istanze diverse, nell’uomo, e di come sia difficile viverle e integrarle tutte.
Certo, ci si sente come cani sciolti, alla fine. Non si appartiene definitivamente a nulla e a nessuno.
Ma la libertà è anche solitudine. E’ soprattutto solitudine.
Il non riconoscersi in nessun luogo socio-politico o culturale significa anche avere sempre la possibilità di scegliere, di volta in volta. Di cercare ciò che risuona con noi e ciò che invece vive sull’orlo della distanza.
Quando iniziai l’avventura di Silmarillon, la rivista online che deve molto anche ai preziosi contributi di molti blogger (grazie Pieffe, Kusanagi, Parlardi, Ettorrissimo, Heraclitus e Dreca), non riuscii a evadere da questo modo di essere.
Infatti Silmarillon è una rivista trasversale, non facilmente identificabile.
Sapevo di correre il rischio di incontrare resistenze e difficoltà, immettendo in Rete un progetto culturale non caratterizzato da una decisa inclinazione ma solo ispirato dalla curiosità, senza frontiere politiche e schieramenti di sorta.
Di solito chi si occupa di cultura sta a sinistra, polticaemnte parlando. Lo fa a causa di un processo storico, di un percorso quasi naturale, spontaneo.  Lo so perché vengo da una scuola precisa, quella di Storie, la rivista che ospitò i miei primi passi nel mondo del giornalismo letterario romano. Una rivista a cui penso sempre con gratitudine. Ma mi stava stretta, alla fine. Come un maglioncino di cotone lavato in acqua bollente. Troppa l’appartenenza, lo schieramento.
Io, io sono un cane sciolto. E sono migrata.
E sono anche cresciuta. E crescendo mi accadeva qualcosa di strano: i confini si spostavano, gli schemi si sgretolavano, gli opposti si attraevano.
Nel frattempo l’incontro, anzi lo scontro, con la “tradizione” intesa come quel sistema antico che orienta l’uomo rendendolo consapevole delle sue radici spirituali. E fu così che la militante laica, "progressista", incrociò il mondo delle antiche Scienze Sacre. E se ne innamorò. Scoprì le meraviglie dell’alchimia, della spiritualità di diverse latitudini e longitudini, dei simboli primordiali di cui è tessuta ogni cosa. Esplorò le terre dei miti e delle leggende. E si riconobbe.
Questo modificò molti assetti interiori e produsse tante, tante domande.
Meglio avere molte domande che molte risposte, comunque. Quelle, le cerco ancora.
Non mi piacciono mai le ricette, nella vita. Alle cose arrivo per vie diverse, tutte mie. Ma non seguo mai esattamente i passi di altri. Un vizio, questo. Tutt’altro che un pregio.

Per questo non sono mai stata neanche una tradizionalista doc, per quanto quel mondo, il mondo degli Antichi, sia stato e sia tuttora, per molti versi, “casa”. Ma da quella casa parto comunque, per altre incursioni. E mi ribello quando non condivido. Quando il mio anarchico essere trova difficoltà nel coniugare le pulsioni più selvagge con la loro sublimazione. Quando i miei metalli, troppo pesanti, mi precipitano nella materia facendomi passare la voglia di lavorarli.  Quando l’istinto voga contro la volontà. E la "pancia" e la "testa" lottano, scambiandosi man mano la guida.

In più c’è un problema. Tradizionalista, progressista, buddista, socialista, comunista, fascista, ista ista ista…
Ogni “ismo” alla fine è anche arresto, censura, impossibilità di confronto.
Quanta finta dialettica, in giro. Quante “democrazie” fasulle che servono solo a farci sentire buoni, falsamente aperti al prossimo. Mentre in realtà misuriamo il pensiero di altri prima ancora che sia formulato, lo parcheggiamo in modo strategico nei confini della nostra aiuola, lo sistemiamo in modo che i fiori delle nostre credenze non siano mai minacciati. Eppure a volte il concime “diverso” aiuterebbe davvero quei fiori che, protetti dai nostri schemi mentali, finiscono arrostiti sotto il sole cocente delle nostre convinzioni.
E si essiccano. E muoiono anche se a noi sembrano così “vivi”.
Quanti musei delle cere, oggi. Soprattutto nei nostri salotti culturali (per questo rimando a un vecchio editoriale pubblicato altrove), che dovrebbero essere invece fucina di creatività, speranza di nuovi orizzonti, apertura della coscienza.
Ma torniamo a Silmarillon (come al solito, sono partita con un itinerario in mente che man mano negli incroci ha abbandonato la strada maestra, incuriosito da vicoli, curve e perfino strade chiuse). Silmarillon, dicevo, ha finito per somigliare al salotto del Mulino, e il salotto del Mulino alla sua padrona di casa.
E’ un mulino che macina idee e cose in ordine sparso.
So che questa “non caratterizzazione” può spiazzare o far sentire qualcuno estraneo, a volte.
Mi è capitato di scrivere alcuni post che scavalcano le appartenenze e sono stata tacciata, a volte, di conservatorismo, anche quando l’intento era molto diverso. Come nel caso della lettera a un bambino nato  o quando ho parlato in un certo modo dei fatti di Genova .
Non erano, questi post, abbastanza “schierati”. Mettevano in dubbio alcune certezze.
Ma io, lo ripeto, sono fatta così. Non mi interessa mettere in dubbio questioni di sinistra o di destra. Mi interessa scavare, esplorare, cercare di guardare oltre i limiti della nostra siepe privata che così tanto “dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”.
E così a volte di quella siepe sposto i rami le foglie.
Tornando all’origine di questa riflessione mi rendo conto che Il mulino di Amleto trova, di volta in volta, “amici” entusiasti in seguito un poco straniti da concetti e dichiarazioni verso le quali all’improvviso si sentono estranei. E il salotto di casa diventa così un posto scomodo (e nei salotti, si sa, bisogna star comodi), un luogo che tutto d’un tratto non rispecchia più le nostre idee e i nostri bisogni. "Ma come, prima sembrava così di sinistra, così pieno di apprezzamenti culturali verso i miei esponenti, e ora mi apprezza uno scrittore di destra, per di più legato a quella ”sacralità” che minaccia ogni libero fare (vedi il caso di Junger)?. E poi che fa, a volte addirittura attacca le mie icone?" Bel problema.
Viceversa, chi apprezza invece i richiami alle tradizioni e alla metafisica, a volte può smarrirsi nelle inversioni di rotta che sfiorano le geografie dei mondi moderni e delle loro caratterizzazioni.
E poi lo stile. A volte è letterario, ma perché allora altrove diventa così “parlato” e quasi scurrile?
Perché scivola dalla malinconia che spesso lo contraddistingue a un umorismo cattivello e tagliente? Perché la padrona di casa è fatta così. Perché questo non potrà mai essere un salotto ordinato, monocromatico.
Perché anche la mia casa reale, non solo quella virtuale, ospita cromatismi diversi (ogni parete è di un colore), raduna oggetti così diversi fra loro (penso al mio bellissimo quadro seicentesco dell’arcangelo Michele e alla tela africana che presenta un’ Ultima cena particolare in cui tutti i commensali…sono neri, oppure penso ai quadretti alchemici e al poster di Bruce Chatwin che inneggia al viaggio), mescola libri di ogni tipo (da quelli sul Pitagorismo alla storia dell’orsetto Winkie, scritta da un omosessuale che qui racconta l’odio per il “diverso”, dalla collezione dei romanzi francesi a quella dei fumetti di Candy Candy) così come accade ai miei film (da Il settimo sigillo a Grey’s Anatomy, da Non sparate sul pianista a L’ultimo dei Mohicani…).
Insomma, un luogo che mischia suggestioni e appartenenze.
Il blog non poteva non somigliargli.
Ci penso spesso, ultimamente.
Io sono fatta così. Purtroppo non appartengo a una famiglia. E se a volte mi sento orfana, altre, invece, penso che non baratterei mai questo senso di libertà.
E mentre scrivo mi rendo conto che anche questo post, alla fine, è venuto fuori così, come me.
Più un guazzabuglio che un disegno ordinato.
Come gli esperimenti pittorici della mia infanzia.

 

 

 

 

 

The man  who cried è una storia sulla sopravvivenza. Il racconto in parte avviene attraverso la musica: dalle lievi arie tenorili delle opere italiane alle ossessionanti musiche zingare, cariche di ritmo. La musica è un’espressione dell’anima dei popoli, un modo per ricordare chi si è, da dove si proviene. Spero che questo film possa servire come voce per coloro che erano (e sono) costretti al silenzio; per piangere coloro che si sono persi, e per celebrare, gioiosamente, la sopravvivenza di chi è rimasto.

(Sally Potter)

 

 

The man who cried (L’uomo che pianse)  è un film malinconico, suggestivo. Ha il tocco della eccentrica Sally Potter, regista di Orlando (coraggioso tentativo di trasporre cinematograficamente il magnifico libro della Woolf) e di Lezioni di Tango.

Poco apprezzato dalla critica che certamente non lo ha sostenuto, il film  ha avuto un frugale successo al botteghino. Eppure, eppure ci sono in giro vari estimatori, come ho potuto verificare navigando un po’ in giro. Bene, io sono fra questi.

Pur con alcuni limiti (come quello di qualche enfasi melodrammatica, qua e là, che urta con i toni prudenti ancorati alla suggestione delle atmosfere che suggeriscono i fatti ma mai li definiscono), The man who cried è un’opera singolare, impregnata di una struggente quanto delicata tensione.

 

Racconta del riconoscimento di una ferita, la ferita di chi sente diverso, straniero al mondo. E su questa ferita canta la musica, canta come fa la vecchia curandera con le ossa sparse dei lupi, canta per sussurrare all’anima di cercare l’alba ancora una volta.

 

Nella Parigi minacciata dal vento nero del nazismo Susan-Fegerle, la giovane ebrea (interpretata da Cristina Ricci) strappata alle sue radici russe, si specchierà davvero solo nello sguardo intensissimo e  umbratile  di Cesar (Jonnny Depp), lo zingaro che lavora insieme a lei nella compagnia teatrale in cui un arrogante tenore italiano (John Turturro)amico dei salotti e dei poteri, canta le arie di Verdi.

 

Incantevoli le scene notturne di questa Parigi surreale in cui lo zingaro passeggia nel lungo Senna in groppa al suo cavallo bianco, quasi a segnare i fragili confini della materia troppo greve per chi ha grandi ferite.

Due solitudini che si riconoscono finiscono per proteggersi e per difendersi, a ogni costo.

 

Ma non mi va di raccontarvi la storia, vi invito a vederla (e ascoltarla, se avrete l’occasione. la musica è straordinaria):

>>qui trovate il trailer

 

 Le scene del villaggio zingaro inquisito dai nazisti di Hitler ci ricordano come ogni omologazione sia pericolosa, come le etichette facili con cui cataloghiamo popoli e persone sfuggano alla complessità della vita.

 

Le vicende del film sono sempre accompagnate dalla musica: dall’Opera per il pubblico del teatro al falò del villaggio zingaro, dalla lirica intrisa di forza e passione ai canti  gitani tessuti di lune e di notti, il legame fra anima e canto, destino e vita, racconta di come in fondo alla materia ci sia uno spazio in cui la densità lascia spazio alle nuvole, al galleggiare sottile negli interstizi del tempo.

 

Ho sempre amato le musiche dei popoli diversi dal mio. Mi aiutano a spostare i confini più in là, mi aiutano a soffocare di meno quando l’identità nazionale si fa prevaricazione.

L’incontro folgorante, quasi venti anni fa, con l’allora sconosciuto Emir Kusturika e il suo Il tempo dei gitani, ha lasciato una traccia profonda sintetizzata da Ederlezi, di Goran Bregovic.

Intensa, vivida, appuntita come una lama e liquida come un oceano. Ogni volta che mi capita di ascoltarla l’anima mia sconfina verso le geografie delle emozioni più belle, più vicine a una malinconia foriera di un creativo sentire.

 

>>Se volete ascoltarla…

 Sia The man who cried che Il tempo dei gitani godono di una musica intensa che evoca malinconie dolcissime, narra di echi di gente perduta nel tempo e nella storia, di amanti mai ritrovati, di storie appese alla memoria della voce e del canto.

 

 

Forse abbiamo bisogno di meno parole e più canti.  

 

 

 

Nello Yoga la posizione invertita, a testa in giù (sirsasana) è la posizione per eccellenza, una delle più importanti e significative.

Ci fu un momento, quando me la spiegarono, in cui rimasi folgorata. "E’ la posizione che inverte il rapporto tra cuore e testa – mi disse l’insegnante – Qui il cuore, sopra, assume il governo, mentre la testa, sotto, segue".

Il cuore sopra, la testa sotto. Magnifico. La portata simbolica e filosofica è immensa.

Già, perchè il rapporto "cuore-testa" è quello che ci fa essere in un modo o in un altro.

Io la penso come gli antichi, che sempre mi insegnano cose meravigliose: tante ere fa, nelle aurore del tempo, l’uomo viveva a contatto con il suo cuore.

Poi, però, la testa ha cominciato a prevalere, con le sue funzioni logiche, analitiche, separatorie, dualiste (tipiche dell’Albero della Conoscenza). Si è messa in testa di essere il cuore e di guidarlo.

Lo sa bene chiunque tenti di conoscerlo, quel cuore antico.

Comunque, sirsana è la posizione che inverte il rapporto tra testa e cuore.

Cuore sopra, testa sotto. Cuore sopra, testa sotto. Cuore sopra, testa sotto…

Quando ci ho riflettuto mi sono stupita, meravigliata, innamorata.

Ma quando ho iniziato i miei approcci invertiti subito l’Ego ha gonfiato le piume. Perché stare a testa in giù è anche "fico", non sanno mica farlo tutti.

E qui cascano tutti i praticanti, o quasi. E ci sono cascata anche io, con tutte le zampe.

Poi però, piano piano, ho iniziato a percepire che dietro gli entusiasmi ginnici si celava davvero qualcosa di molto profondo.

Stare a testa in giù è una sfida alle leggi di gravità, agli orientamenti convenzionali, a ogni pensiero acquisito.

Provare a rovesciarli, i pensieri, genera un approccio nuovo. Che ti fa capire subito quanto sei attaccato alle tue credenze, quanto sono diventate comode le pantofole della tua mente.

Cambiare sul serio visione del mondo fa paura. Sperimentarla - invece di  raccontarla – atterrisce.

Con il cervello in basso e piedi in alto, appoggiati sull’aria, ogni faccenda comune assume prospettive diverse. Cambiare lo sguardo vuol dire dare nuova linfa alle cose.

Esiste un simbolismo complesso e meraviglioso legato all’Uomo/Albero i cui piedi/radici affondano in cielo ricostruendo sottilissime omologie. Ma questo rischia di essere "mente" se non viene davvero vissuto, davvero esperito.

Invertirsi è complicatissimo. E non è un caso.

All’inizio ti aiuti con un muro, dove poggi il corpo rovesciato quando finalmente, dopo cento e cento cadute, riesci a vincere la gravità che, implacabile, te lo ributta a terra.

Il muro, per me, è metafora dei nostri pensieri radicati, delle consuetudini.

Piano piano, ho imparato, fra mille esitazioni e delusioni, a staccarmi dal mio muro. Poco poco. Solo per alcuni istanti frugali.

Per il corpo e per la mente è una postura così estranea a qualunque abitudine che bisogna affrontare ogni sorta di ribellione. Ma poi ecco che, lentamente, si acquista confidenza con ciò che prima era ignoto, con ciò che faceva paura.

E questo è l’insegnamento prezioso.

Non so stare in sirsasana per più di qualche minuto. Ma non voglio arrivare alla famosa mezz’ora, meta agognata di molti praticanti.

Ho scoperto che a me interessa la qualità di quell’esperienza. Solo quella.

Mi interessa, anche solo per un istante, abbandonarmi con i piedi in cielo e guardare il mondo a rovescio: tutto è nuovo, tutto è possibile.

Mi interessa sentire come mutano i pensieri e si fanno meno pressanti, affollati. Diventano leggeri leggeri, come la neve.

Mi interessa ascoltare ciò che accade dentro quando, per un breve, fragilissimo momento, ci si rilassa nell’inversione di ciò che si crede abitualmente, entrando e camminando  in una dimensione diversa in cui non si sa più dove appoggiare…i piedi.

Ecco perché l’acrobazia dell’Ego deve provare a lasciare il posto al mistero dello stupore.

Il mio Ego ha le dimensioni di una montagna e tuttavia, tuttavia ogni giorno provo comunque a rovesciare il mio albero.

E, a testa in giù, con malinconia penso a quanto sono lontana dal cielo.

Finché, per un istante soltanto, quella distanza si accorcia.

E mi sento a casa.

 

 

 

Ecco, ho compreso il senso dell’arte della spada.

La prima conquista dell’arte della spada è l’unità tra l’uomo e la spada. Quando la spada è nell’uomo e l’uomo nella spada anche un filo d’erba è un’arma affilata.

La seconda conquista è che la spada è assente nella sua mano ma è presente nel suo cuore. Anche a mani nude egli può battere il proprio avversario, perfino a 100 passi da lui.

La conquista finale dell’arte della spada è l’assenza della spada nella mano e nel cuore. La mente aperta contiene tutto. L’uomo di spada è in pace col mondo. Egli non uccide e porta la pace all’umanità.

(dal film Hero di Zhang Ymou)

 

Non riesco a scrivere, almeno per ora, di questo film che mi ha commosso e turbato.

Spacciato come un film di arti marziali, è in realtà una storia sapiente e raffinata che narra del percorso spirituale.

Ricco di un simbolismo difficile (ci sono cinque versioni di una stessa storia, contrassegnate dai cinque colori degli elementi cinesi, Acqua, Metallo, Fuoco, terra e Legno) che comprende la mitologia, l’alchimia e la via binomiale in cui Uomo e Donna incarnano l’Unione Cosmica, Hero è  sublime. Semplicemente.

Mentre lo guardavo, spesso sono rimasta con le labbra aperte in segno di stupore e gli occhi pieni di lacrime. Perchè Bellezza e Armonia non possono non sorprendere.

Non mi va di scrivere oltre, consiglio solo di guardarlo. Hero ammette poche parole e tanto silenzio.

Ricordo solo, qui, la meraviglia di queste parole sull’arte della spada. Che, intesa nel suo valore più sottile, è una lama che taglia l’illusione dell’essere (sono venuto a portare la spada, dice anche Cristo, e il senso figurativo è sempre più importante di quello letterario).

Perché alla fine, per chi comprende, non esiste più neanche la spada. E non esiste più nemmeno l’uomo.

Perché tutto è, sotto un unico Cielo, (come ricorda il dialogo  fra L’Imperatore e Senza Nome) .

Sotto un unico Cielo.