"Ferme te jolis yeux, car tout n’est que mensogne"; e lì cominciarono a sfuggirmi le lacrime che a fatica cercavo di trattenere, perchè la voce gli usciva da quel recinto dell’anima che le persone abituate a fingere e a difendersi tengono ermeticamente chiuso.

(Nuvolosità variabile, Carmen Martìn Gaite)

 

La voce non è sempre uguale. Non è solo suono, parola.

La sua qualità può essere molto, molto diversa. La voce "di testa" è quella che l’uomo usa solitamente per difendersi. Stridula, alta, squillante, non apre il recinto dell’anima, il luogo segreto che accoglie con trepidante pudore suoni e silenzi diversi.

Ma se solo  ci attardiamo un istante, tutti sappiamo riconoscere le volte in cui abbiamo avuto una voce "diversa", una voce che sembrava zampillare da una grotta a noi sconosciuta. Una voce liquida e allo stesso tempo solida come roccia, e profonda, profonda come l’abisso della nostra ignoranza. Calma come il mare dorato del primo mattino.

Quella voce emerge quando smettiamo di difenderci. Difenderci da noi stessi e dal mondo. Allora quel suono vibra all’interno e si riflette all’esterno. Il recinto dell’anima si apre ed ecco che siamo lì, vulnerabili, a battere all’unisono con tutto ciò che ci circonda. E quella voce così misteriosa uscendo sfiora magari qualcuno, e quel qualcuno si accorge della nostra qualità differente. Sa che siamo privi di scudi, sa che abbiamo tolto ogni muro. E che parliamo davvero.

Quante volte parliamo davvero a qualcuno? E quante, invece, azioniamo il pilota automatico del nostro magnifico Io e andiamo avanti così, usando il diesel della nostra attenzione? Mentre in realtà stiamo pensando a noi, solo a noi. Alla nostra immagine, a come è saggio e bello e buono ciò che diciamo. O stupido, magari, e arrogante e affrettato.

Ma sempre, in questi casi, il recinto rimane chiuso.

Palare davvero a qualcuno significa mettersi nudi. Ma subito tremiamo. Abbiamo bisogno della nostra foglia di fico.

La nostra cara, vecchia, foglia di fico…

 

 

Alla fiera di Sant’Agostino lo zucchero filato è scomparso.
Ogni anno, nel mio borgo natio, la fiera modella gli ultimi giorni della mia estate.
Ha un sapore antico.
Sarà perché ha la forma di una incantevole bambola, bianca, con la cuffietta e gli occhi veri che si aprono e si chiudono.
Avrò avuto sette anni, la mia manina stringeva quella del mio papà mentre misuravo i contorni di quella bambola meravigliosa, troppo bella per essere mia.
La conservo ancora.
Ogni anno, alla fiera arrivava qualche regalino.
E poi c’era lo zucchero filato, con il suo bastoncino su cui galleggiavano nuvole bianche, deliziosa promessa per i sensi che si arrampicavano tutti sulla punta del naso per inseguire quell’odore inconfondibile, dolcissimo eppure mai stomachevole.
Quest’anno lo zucchero filato è scomparso.
E’ scomparso insieme a molte altre magie della fiera.
Negli anni dell’adolescenza, lo sguardo migrava dalle bambole agli hippies che tornavano dai loro viaggi portando oggetti strani che mi seducevano: incensi, tamburi, vestiti colorati, pietre e collane particolari.
All’epoca il vintage e il neohippy non erano di moda, per fortuna.
L’odore dell’incenso, danza inebriante di ambra e patchouli, accompagnava le mie perlustrazioni.
Quei ragazzi avevano addosso il mistero di lunghi viaggi sui quali appoggiavo i miei sogni.
Oggi, purtroppo, anche loro sono scomparsi. Al loro posto, una muta di ragazzi e ragazze che comprano oggetti dagli importatori e poi li rivendono a tutte le fiere, da nord a sud.
La fiera ha perso il suo fascino, la ricchezza dei suoi dettagli particolari. Non a caso scompaiono le bancarelle più bizzarre, come quelle che radunano pezzi vecchi e curiosità, per far posto ai vestiti.
Vestiti, vestiti, vestiti. Tutti uguali.
Del resto, questo è il frutto dell’omologazione.
La Coca Cola e l’hamburger di Mac Donald sono sempre gli stessi, da Città del Messico a Hong Kong.
E così sono scomparsi anche gli oli essenziali (ne cercavo, invano, uno d’ambra) sostituiti da boccette prefabbricate che hanno tutte lo stesso odore di fondo, quello delle schifezze con cui “tagliano” le essenze. Fino a qualche anno fa si trovavano oli diversi, era ancora possibile intercettare il profumo perfetto.
Oggi, invece, la massificazione ha fatto scomparire dalla fiera anche questi venditori di oli particolari (c’èra un tizio indiano, qualche anno fa, con un baracchino nel quale mi persi, mi persi sul serio, ubriaca di profumi incredibili che investivano i sensi).
Insomma, la fiera è diventata un mercato qualunque. E ha perso la sua magìa.
Ieri pomeriggio, dalla finestra della casa di mia sorella che si affaccia sul corso, la strada principale della città, ho spiato un pagliaccetto che gonfiava palloncini di plastica combinandoli in varie forme e colori. Una rosa, un cane, una spada. Sorrideva, si inchinava, faceva le faccine buffe. Aveva un cappello coloratissimo e degli scarponi rotondi. In quel piccolo angolo che sembrava fuori dallo spazio e dal tempo, fatto di gesti antichi su cui soffiava lo spirito delle cose che non sono più, ho ritrovato parte dello smarrito stupore.
La gente continuava a correre infilata l’una sull’altra, piena di buste piene di vestiti, ma il pagliaccetto stava lì, imperterrito. Ogni tanto qualche bambino si fermava e anche l’adulto, allora, riscopriva un arcaico incanto.
Più tardi, quando la notte dava il cambio alla sera, prima di andare a dormire ho guardato di nuovo.
Lui si stava cambiando, aveva tolto gli abiti colorati e si era infilato un paio di pantaloni larghi, gli infradito e un gilet. Il cappello aveva liberato la massa di capelli rasta che venivano custoditi in uno chignon (conosco quel tizio, è un ragazzo che sta insieme ad altri artisti di strada, seduto su un gradino poco più avanti nella stessa via). Ha messo via le sue cose insieme alla manciata di spiccioli.
A un certo punto si è girato verso una bellissima bicicletta elettrica color rosso fuoco, ha tolto il lucchetto, ci è salito sopra e si è allontanato.

Ho sorriso.

In fondo, è questo il nostro tempo.

 

CARL GUSTAV JUNG

 

L’individuo può sforzarsi di raggiungere la perfezione, ma deve patire l’opposto delle proprie intenzioni per la salvezza della propria consapevolezza.

(C.G.Jung)

 

Questa frase mi ha accompagnato spesso. Un po’ come il "memento mori" degli antichi romani.

Per quanto ci sforziamo, l’integrazione passa per la conoscenza dell’ombra, esattamente come ricorda un detto alchemico medievale:

Affinché i rami di un albero giungano al cielo, le sue radici devono scendere all’inferno.

Jung e Freud hanno avuto il coraggio di guardare nel sottosuolo, sbattendolo in faccia alla società perbenista, adagiata sulle certezze e sulle presunzioni circa la natura dell’uomo.

Non a caso Jung rimase affascinato dai messaggi dei miti e delle leggende, dai segreti dell’alchimia (che lui appena sfiorò in una conoscenza intellettuale, ma che certamente gli regalò chiavi preziose).

E così, l’uomo che stava sulle foglie all’improvvisò scoprì che doveva guardare in basso, laggiù, dove le radici affondano nella terra priva di calore e di sole.

Ed ebbe paura.

 

Luca Flores

 

Ho visto "Piano, solo",  il film che racconta la storia di Luca Flores, il musicista Jazz morto suicida nel 1995.

Un film davvero bello, forse con qualche lacuna ma sicuramente efficace. Sulla depressione di Flores si sceglie di non insistere troppo. "Ma perché non hanno fatto vedere i medici e le cure?" mi ha chiesto il mio amico Mario all’uscita.
Perché non serve. La sofferenza dell’anima è tutta nell’irrisolto dolore per l’incidente d’auto nel quale, quando era bambino in Africa, morì sua madre. E lui, come tutti i bambini, si sentì colpevole.

Non siamo tutti uguali. Alcuni sopravvivono a dolori immensi, altri vengono invece travolti da un soffio di vento. Dipende dalle nostre acque emotive, dipende dalla fragilità dell’anima, o dal suo grado di resistenza.

Non basta il successo (Flores suonò perfino con Chet Baker) a colmare gli strappi che ci trasciniamo.

C’è un momento molto bello, nel film, in cui Flores-Rossi Stuart racconta di come la musica sia la vera voce dell’anima. Ma lui non volò via sulle note, purtroppo. Sostò sul bilico della morte, e si gettò.

La sofferenza mentale di alcuni "squilibrati" altro non è che una compressione estrema di sofferenze troppo grandi da sopportare.

Sono delicate, alcune persone. Sono come uccellini. Se per caso stringi troppo, ti muoiono nella mano. 

Non c’è tortura più grande di un dolore non sanato. 

Il film mi ha fatto pensare ad alcuni versi:

La vita che si è presa la speranza
Non la restituirà
Con lei se ne sono andati il sorriso e la canzone
Hanno fatto la valigia in un giorno di pioggia
Mescolandosi alle lacrime per non essere trattenuti
Ogni trauma si somma ma non si dimentica
Fino al momento in cui non si soffre più:
sigillate le emozioni in un sepolcro
si avanza come fantasmi nella neve.

 

 

Se una volta, in passato, la donna era braccata dai suoi persecutori, nei secoli il femminile si è ripreso ciò che gli era stato tolto.

Ho sempre pensato che l’uomo, in fondo, ha avuto paura del potere della donna.  La donna possiede una caverna cosmica che genera la Vita. Ogni mese il suo sangue racconta di questo potere, e con lui, ciclicamente, si rinnovano i misteri della creazione.

Se le antiche società erano spesso ginocratiche, in seguito l’uomo, creando la società patriarcale, ha in qualche modo temuto il potere lunare, magico, con i suoi enigmi.

Così la donna ha occupato altri spazi, altri luoghi. Quelli a lei consentiti.

E’ rimasta sempre un po’ strega. Ma la strega non è quella temuta dagli inquisitori. La strega vive al fianco di ogni donna che conserva coscienza del suo mistero.

Non si sono solo le streghe cattive che ci perseguitano nell’infanzia, quelle che ci fanno paura con le loro mele avvelenate.

Ci sono anche le streghe buone.

Strega è la donna vicina alla notte, alla magia della Luna e di ogni ciclico mutamento. E’ specchio e rimando, gioco e rimbalzo.

Oggi forse la strega, questa strega, fa ancora più paura. La società delle donne lavoratrici in competizione con l’uomo, in perenne sfida con lui, teme la strega che le vive dentro. Ne teme le abitudini irrazionali, la predilezione per il ventre della natura, per le stelle che accendono il cielo di notte.

Il contatto con le regioni meno solari della mente, quelle in cui la donna si muove con la sicurezza di chi conosce bene i territori nascosti, rischia di diventare più difficile.

C’è chi  stato felice del tramonto della strega. E invece, forse, non è proprio così.

Quando Merlino, nel bellissimo film Excalibur, parla della fine del tempo magico, di quel tempo dell’uomo a contatto con gli elementi della natura, avvisa anche della perdita preziosa di un certo tipo di esperienza.

Ma le streghe e i maghi, quelli veri, non i giullari cercati da tutti per sanare le ansie sentimentali, continuano a sopravvivere nell’inconscio di tutti noi.

Il problema è solo scovarli, ascoltarli.

La strega sapiente è stata sostituita, oggi, dalla pletora di nipotine di Vanna Marchi, purtroppo.

Se la cerchiamo ancora, è perché intimamente sappiamo che "lei sa". Ma forse sa qualcosa diverso da ciò che ci aspettiamo con i nostri bisogni di risposte e certezze.

Le streghe moderne sono purtroppo quelle televisive dei filmetti americani, quelle dei negozietti di ciarpame para-esoterico, quelle delle piramidi in miniatura e delle formulette magiche del "wicca per tutti" (basta pagare bene).

La strega vera continua a vivere sotto il manto stellato, nei boschi e nelle grotte fuori mano.

Un giorno ne ho incontrata una. Vive a Firenze, è un’artista che, guarda caso, costruisce bellissime fate che vende ai mercatini. Ha una gallina, Nerina (giuro) che vive con lei. Ha occhi verdi profondi, capelli nerissimi e lo sguardo un po’ folle.

Ogni anno la incrocio nella fiera locale della mia cittadina natale. Un saluto, uno sguardo incantato alle sue creazioni meravigliose.

Un giorno, qualche anno fa, le regalai un mio libro in cambio di uno sconto su una fata meravigliosa che aveva attirato la mia attenzione, e che volevo regalarmi in quella bellissima serata estiva. Poi mi dimenticai la faccenda. Nel libro c’era anche il mio numero di telefono. Tempo fa, in un momento per me molto difficile, in cui mi interrogavo sul senso del mio destino, lei mi chiamò sul cellulare perché aveva casualmente (nulla è casuale) trovato il biglietto con il mio telefono all’interno di quel libro, finito in uno scatolone. Non sapeva perché, ma aveva voluto telefonare. E mi diede, senza che io avessi chiesto alcunché, proprio la risposta che stavo cercando.

Magia della vita? Chissà.