Una sera, in un remoto college di provincia, dov’ero capitato in occasione di un giro di conferenze che si era prolungato oltre il previsto, proposi un piccolo quiz; su dieci definizioni del lettore, invitai gli studenti a scegliere quattro risposte che, messe assieme, indicassero i requisiti del buon lettore. Ho smarrito quell’elenco, ma, per quanto ricordo, le definizioni erano più o meno queste. Un buon lettore dovrebbe:

1.appartenere a un club del libro
2. identificarsi con l’eroe o l’eroina
3.concentrarsi sull’aspetto socio-economico
4. preferire una storia con azioni e dialoghi a una che non ne ha 
5. aver visto il film tratto dal libro
6. essere un autore in erba
7. avere immaginazione
8. avere memoria
9. avere un dizionario
10. avere un certo senso artistico

Gli studenti si mostrarono in massima parte favorevoli all’identificazione emotiva, all’azione e all’aspetto socioeconomico o storico. Ma, naturalmente, come voi avete intuito, il buon lettore è chi ha immaginazione, memoria, un dizionario e un certo senso artistico, quel senso che mi propongo di  sviluppare in me e negli altri ogni volta che mi si presenta l’occasione.

(Vladimir Nabokov, Lezioni di Letteratura) 

 

E noi, che lettori siamo?

Per quindici anni ho fatto della lettura (e della scrittura) il mio mestiere. Prima una rivista culturale, poi un’agenzia letteraria e una nuova rivista di informazione editoriale, ora una rivista online e uno studio di editoria e comunicazione…

E sempre, in questi anni, ho letto. Consulenze editoriali, editing di romanzi, recensioni…

Mi interrogo da quindici anni sul famoso "buon lettore". Su come dovrebbe essere. E ha ragione lui, ha ragione Nabokov, il buon lettore deve avere immaginazione e disciplina. Usando le parole di Borges, un altro gigante della letteratura, direi che deve essere "algebra e fuoco". Sì, algebra e fuoco. Possedere, cioè, il rigore senza però smarrire il sentimento, la pelle d’anima che sconfina nel mondo, che palpita dondolandosi sulle parole.

Le letture cerebrali, quelle che  innamorano solo la mente, non approdano a nulla. Se ne stanno lì, con le loro belle paroline pettinate (odio le parole pettinate), tutte in fila, organizzate come soldatini.

La mente deve essere corrosa, deve incrociare, sulla sua rotta, un grimaldello che ne scardini la fortezza, arroccata intorno alla logica, per introdurre un brivido, quel famoso "brivido alla spina dorsale" di cui parla lo stesso Nabokov.

Senza quel brivido non c’è nessuna buona lettura. Nessun lettore.

Questo non significa votarsi esclusivamente alla pancia, al mondo emozionale. Occorre trovare il cuore, luogo di sintesi e transito del nostro nord e del nostro sud. Occorre farlo anche nella lettura.

La lettura professionale è difficile, impegnativa. Devo scansare i mie gusti, mollare gli ormeggi della mia estetica per navigare acque sconosciute, ignote, tese verso orizzonti che non mi corrispondono. Ma devo farlo, non posso confinarmi nell’orticello privato delle mie inclinazioni.

Cercare di essere oggettivi. Si può essere mai realmente oggettivi, anche davanti a un libro? Ci sarà sempre uno scampolo di proiezione, un residuo persistente che dice di me, che mette me nel giudizio sul testo.

Eppure devo tentare di essere imparziale, come farebbe un giudice. Ma chi sono io per giudicare un libro? Il peso della lettura professionale, dopo anni, vorrebbe liberarsi dei trucchi del mestiere per respirare di nuovo l’ossigeno della libertà. Libertà di scegliere secondo i miei gusti, le mie convenienti o sconvenienti passioni, poco importa.

Forse è per questo che mi sto ritirando dalle consulenze editoriali, che sto concentrando la mia attenzione solo sul giornalismo, mia antica  passione, origine e ritorno di ogni perlustrazione.

Forse voglio tornare – e in modo definitivo – a essere una lettrice qualunque. Una lettrice che non è pagata per leggere, che non deve trovare refusi, lavorare sul testo o scrivere una quarta di copertina. Nè deve elaborare una scheda di valutazione infrangendo il sogno di un aspirante scrittore.

Insomma, voglio tornare a leggere accartocciata sul mio divano, con la pioggia che cade dalla finestra, tic tic tic, il gatto accoccolato nell’incavo delle ginocchia, il plaid giallo che  gira intorno come una nuova soffice.

Voglio leggere così, in modo sparpagliato, senza obblighi e senza orari. Senza che nessuno mi chieda cosa ho letto, o pretenda un resoconto professionale.

Libri di nuovo clandestini, confidenti privati, depositi di sospiri remoti, battiti d’ala di sincronie improvvise nelle quali un altro mondo entra e confonde il perimetro della realtà.

Leggerli sgranocchiando un dolcetto, ciondolando sul tempo che se ne va senza urgenze.

Sarà stata una buona lettrice, nella mia professione? E sono una buona lettrice nei momenti privati, quelli in cui un romanzo mi spoglia finalmente degli abiti professionali lasciandomi lì, nuda, a rabbrividire in mezzo alla danza delle parole? Sì, ecco, di nuovo, finalmente. Quell’antico e ritrovato piacere segreto che ogni lettore sa, e che non vuole condividere con nessuno.

Accade quando qualche parola trema nel giardino del nostro cuore, abbassandone le difese.

Succede a tutti i buoni lettori. La lettura "di testa" non serve, come inutili sono le ruminazioni di concetti e pensieri. Neanche ci aiuta  l’identificazione con il protagonista, che si rivela sempre fallace non appena, una volta cresciuti,  i nostri passi non coincidono più con i suoi (ecco che allora nella rilettura avvertiamo un senso di straniamento, una sensazione di imbarazzata cordialità, come con qualcuno che abbiamo un tempo conosciuto ma di cui non rammentiamo neppure il nome).

 

Ci aiutano invece quegli attimi in cui veniamo scagliati, attraverso le nostre letture, nella vertigine extratemporale in cui galleggiano confini più grandi del nostro, e del mondo che ci contiene, ecco che allora sentiamo quel famoso brivido di cui parla Nabokov.

Essere buoni lettori è un’impresa. Possiamo diventare eruditi, collezionare a memoria, con pappagallesco sapere, i titoli di ogni saggio e romanzo, con tanto di sinossi allegata, oppure annegare nelle emozioni evasive di avventure che pizzicano i sentimenti, attardandosi sul romanticismo con il quale tentiamo di scalare il muro delle nostre giornate.

Ma in questo modo non saremo mai buoni lettori. Nè in privato né nella nostra professione.

Richiedono due atteggiamenti diversi, i libri letti a casa e quelli letti in redazione. Ma hanno anche tanti punti in comune. Si incrociano più volte nei territori della sensibilità, stringendosi attorno al lettore che insegue il filo di ogni parola, tessendone il canovaccio dal quale ci guarda, invisibile, il volto eterno di ogni scrittore.

Ecco, sì. Tutti i lettori del mondo si somigliano in queste segrete armonie. Per ognuno diverse e uguali.

Non so se sono una buona lettrice, ma ci provo e ci ho sempre provato.

Ho scoperto che "il mestiere" deve comunque ogni volta tornare a lezione, frequentando le classi della maestra umiltà.

Nessun lettore, altrimenti. Ma solo suggestioni in odore di presunzione.

Se ricordassimo, ogni volta, che leggere non ci rende automaticamente migliori, aprendo invece  solo una porta, una possibilità verso uno scatto della coscienza, sapremmo essere sicuramente, al di là di ogni divertito decalogo, buoni lettori.

 

 Io, da parte mia, continuo a provarci. Goffamente, a volte. Ma insisto.

 

i

Noi non sappiamo nemmeno dove sia ora ciò che è vivo, e che cosa sia, come si chiami. Lasciateci soli, senza libri, e ci confonderemo subito, ci smarriremo: non sapremo dove far capo, a cosa attenerci; che cosa amare e che cosa odiare, che cosa rispettare e che cosa disprezzare. Noi sentiamo perfino il peso di essere uomini: uomini con un autentico e nostro corpo e sangue; ce ne vergognamo, lo consideriamo un disonore e cerchiamo di essere non so che immaginari uomini universali. Siamo dei nati-morti, ed è già un pezzo che non nasciamo più neppure da padri vivi, e questo ci piace sempre di più. Ci prendiamo gusto. Presto escogiteremo il mezzo di nascere in qualche modo da un’idea. Ma basta, non voglio più scrivere "dal sottosuolo"…

(Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo)

 

Qualche giorno fa, con la persona che mi è più cara al mondo, sono stata a visitare le grotte di Collepardo.

Era la prima volta che entravo in una grotta. Sono rimasta stordita, affascinata. Le rocce annerite su cui gocciolava l’acqua, insistente, come una memoria scomoda, mi parlavano con un linguaggio muto fatto di echi sommersi, di sospiri trattenuti, di segreti di pietra e di fuoco.

L’antro buio, le stradine illuminate da piccole luci artificiali costeggiate dai pilastri rocciosi su cui sembravano issati occhi umani, la volta fuliggionosa il cui silenzio immemore era interrotto solo dalla presenza dei pipistrelli (udibili ma non visibili, unica forma di vita in quel luogo di ombra e di terra) formavano un paesaggio spettrale e allo stesso tenpo accogliente.

Qui, tanti anni fa, quando eravamo ancora vicini alle stelle da cui eravamo caduti, avevamo celebrato i riti ctoni della Grande Madre, la Terra possente che ci nutre e contiene.

Qui avevamo vissuto, lontani dalla ferita del sole.

Qui avevamo ascoltato il cuore della terra, il tamburo che batte al suono dell’acqua che cade sulla pietra trasformandola, corrodendola, donandole nuova forma.

Ebbene, quel cuore stava suonando per me. Potevo sentirne il battito quasi impercettibile, come un soffio di brezza.

Camminavo in quel sottosuolo ignoto che sembrava conoscere ogni mio pensiero remoto, ogni scatto dell’anima, ogni segreto.

Un paesaggio magico, notturno, evocatore dei crocicchi nei quali l’antico viandante incontrava Ecate.

Accarezzavo le rocce seguendone con il dito le forme singolari, figlie di un’umidità senza sole, quel sole assente che qui non penetra mai per ferire lo spazio con la sua luce.

Ho pensato a quanto somigliavano, quelle grotte, ai sotterranei del nostro inconscio, luogo di dimenticati sepolcri e di notturne terre inesplorate.

Come una grotta è impermeabile alla luce solare della quale neppure sospetta l’esistenza, così l’inconscio non conosce la superficie rettilinea e razionale del nostro pensiero.

Non a caso gli antichi affidavano al Sole le valenze del pensiero razionale, cosciente, riservando alla notte e alla Luna i misteri e i pericoli della magia, delle ombre remote in cui l’uomo si perde.

"Portare alla luce" significa infatti consegnare alla coscienza le nostre cantine uggiose, ingombre di irrazionali tremori, di fantasmi sepolti, di angosce che erano prima che la notte fosse, prima del tempo, di ogni nostro tempo.

Dove il sole non batte cresce il muschio delle nostre paure. Eppure allo stesso tempo è lì che si celano gli arcani dell’anima, è lì che può brillare il nostro sole di mezzanotte.

Il furore ctonio può essere anche violento, come Ade che rapisce Persefone trascinandola sotto la superficie terrestre (ma se non l’avesse rapita Demetra non l’avrebbe cercata, e non sarebbero nati i Misteri Eleusini). Senza la protezione del sole i fantasmi sgusciano via dalle rocce affollando le nostre stanze, riempendole con il magma incandescente del non conosciuto, orrore e terrore di ognuno, perfino di chi si professa libero, di chi anela al pionierismo dell’anima.

Le nostre grotte sono accoglienti, ma si tratta un’accoglienza diversa, riservata solo all’avventore che avanza con la lanterna del coraggio per illuminare la notte oscura dell’ignoranza.

Conoscere sé stessi vuol dire percorrere queste grotte, piene di incubi, scheletri, mostri.  

Il tempo del sottosuolo non è quello della vita sulla superficie, scandita dalle lancette di un orologio che costringono l’uomo nell’illusione di un rettilineo procedere, di un prima e di un dopo.

Qui, nel sottosuolo, tutto è. Non sarà, nè mai fu. È. Adesso, ora, qui. Senza presente o passato.

La meridiana solare non segna nessun procedere nella terra delle ombre che avvolgono ogni cosa nell’immobilità di un tempo non tempo, mai scalfito da una successione.

Tempo di sospensione, di sogno, di incubo. Tempo di conoscenza senza coscienza.

Mentre camminavo in mezzo alle grotte pensavo a quel ventre pietroso, culla occulta di ogni nascere e di ogni morire, ragione dell’assenza del sole, matrice di nebbie che avvolgono l’umano destino e allo stesso tempo forbice che taglia il velo lanuginoso dietro il quale si nasconde ogni perché.

La Madre Terra è oscura, misteriosa. Danza una danza immobile.

La sua veste è di tenebre, di abisso ogni suo sguardo.

Eppure mi seduce come un’amante scomodo che aggroviglierà il nostro futuro e che tuttavia non riusciamo a schivare.

Come la Iside dei Tarocchi, lei tiene in mano le chiavi della mia conoscenza. Ma si soffoca, quaggiù, senza luce.

Niente rumori familiari. Nè alberi, nuvole e piante. Solo roccia, solo forme a volte diaboliche, solo gocce d’acqua che cadono schiantando al suolo ogni pensiero.

Ecco sì, respiro con lei. Quaggiù, in queste grotte, la terra mi racconta dei miei sottosuoli.

Quanti pipistrelli non ho ancora sentito volare quel volo strano fatto di cerchi, come un sasso lanciato nell’acqua; quanti volti di pietra non ho mai visitato (forse per timore di fare la fine della moglie di Lot, trasformata in una statua di sale); quanti scantinati ho lasciato pieni di memorie scomode.

Percorrere quella grotta è stato un po’ come trovarmi nella regione in cui il pensiero di ferma, in cui la notte delle emozioni cala il mantello sul governo dell’Io.

Sensazioni strane, fatte di stupore e sospetto.

Chissà, forse è per questo che a un certo punto qualcosa premeva sul petto, costringendomi a cercare immediatamente l’uscita, come fossi un pesce tirato fuori dall’acqua.

Ma quando ho raggiunto l’uscita, la luce del sole non mi ha promesso conforto. Ho invece avuto la sensazione di aver perso qualcosa. Vedevo di nuovo le nuvole, i colori, le forme. Sentivo gli uccellini gioire della giornata primaverile. Tutto era di nuovo nitore, perimetro, consistenza. Ma mancava qualcosa.

Mancava la magia della profondità. La notte del nostro soggiorno terreno, di cui la grotta è simbolo e segno, ci invita al mistero di un altrove remoto in cui si cerca l’origine.

Forse, laggiù nella grotta, ho avuto paura dei miei mostri, ho temuto le contraddizioni, gli smottamenti delle certezze.

Eppure in superficie il sole sembrava quasi rapire la forma di conoscenza maturata nell’ombra.

Capii, in quel momento, perché Ade aveva rapito Persefone. E perché Demetra aveva così celebrato, alla fine, i misteri a Eleusi.

Solo che non ero ancora pronta. Non ancora. 

 

 

Il padre non sarà simile ai figli, nè a lui i figli; nè l’ospite all’ospite nè il compagno al compagno nè il fratello sarà caro così come prima lo era. Non verranno onorati i genitori appena invecchiati che saranno, al contrario, rimproverati con dure parole.

Sciagurati! chè degli dèi non hanno timore. Questa stirpe non vorrà ricambiare gli alimenti ai vecchi genitori; il diritto per loro sarà nella forza ed essi si distruggeranno a vicenda le città. Non onoreranno più il giusto, l’uomo leale e neppure il buono, ma daranno maggior onore all’apportatore di male e al violento; la giustizia risiederà nella forza delle mani; non vi sarà più pudore: il malvagio, con perfidi detti, danneggerà l’uomo migliore e v’aggiungerà il giuramento.

(Esiodo, Le opere e i giorni)

Be’, la descrizione di Esiodo è straordinariamente moderna. L’età del ferro, che continua anche ai giorni nostri (quella che gli indiani chiamano kaliyuga) corrisponde esattamente a queste parole. Inquietante, no? All’età dell’oro, governata da Saturno, sarebbe infatti succeduta l’età del ferro, che sarebbe durata molto tempo infliggendo molti dolori alla stirpe dei figli di Zeus. Un’era di conflitti, guerre, malvagità. Quando ho letto Esiodo, sono rimasta ammutolita mentre sul bianco e nero delle parole stampate si innalzavano, e vivevano di vita propria, le immagini colorate dei nostri tempi moderni. A quel tempo, nella civilissima Grecia, radice della nostra civiltà, era impensabile l’ipotesi di non rispettare gli anziani, e tantomeno i genitori. Un brivido, quel giorno, davanti a questa lettura, mi ha percorso la schiena.

Profetico Esiodo, che scriveva dell’era che avrebbe recato con sè molte sciagure.

A volte rileggere gli antichi fa bene. Perché si comprende meglio il presente.

A dire il vero, il presente non può essere compreso in modo compiuto  se non si guarda indietro, se non si cercano le origini dei nostri pensieri, le albe della nostra storia.

Oggi, purtroppo, narcotizzati dal progresso a tutti costi, sedotti dalle lusinghe di un tempo capace di procrastinare la vecchiaia e la morte, incantati dalle Sirene del benessere materiale, tendiamo ad archiviare quel mondo antico così remoto, faticoso, pieno – pensiamo – di superstizioni e barbarie.

Lo rinchiudiamo nelle nostre polverose cantine, immemori dei suoi tesori.

Non c’è nulla, oggi, che non sia già stato detto. O scritto.

Comprenderemo appieno la modernità solo se avremo il coraggio di guardare indietro (e cos’è "indietro", poi? e se fosse solo un inganno di un tempo birichino, che finge di procedere in linea retta mentre in realtà forma tanti cerchi concentrici?).

Un’anima sensibile non può non stupirsi davanti al pensiero moderno dei greci.

Ci fa capire quanto, in realtà, siamo…antichi. Ma non lo sappiamo. Non vogliamo saperlo. Non più.

Esiodo è uno dei "padri" a cui devo molto. Mi ha raccontato di queste età, con i loro simboli e miti.

E se guardo oggi, se guardo intorno a me, vedo con nitore i giorni del ferro che ha raccontato.

Li vedo in ogni guerra santa.  E in ogni guerra meno santa.

Li vedo in ogni Tommaso ucciso. In ogni Vanessa che si accascia in metropolitana.

In ogni incesto che si consuma nelle pareti di casa. In ogni anziano abbandonato a sé stesso.

In ogni figlio che ammazza il padre per una manciata di soldi. In ogni uomo che massacra il vicino di casa perché la sua televisione fa troppo rumore.

In ogni politico che costruisce il suo feudo. In ogni concorso truccato per far vincere i figli dei professori universitari.

In ogni litigio di condominio.

Li vedo in tutte le indifferenze con cui ogni giorno accogliamo la disperazione degli altri.

Negli sguardi traboccanti odio e timore verso gli sconosciuti. Nel disprezzo per gli stranieri.

Nel menefreghismo che circonda ogni atto del vivere sociale.

Nei malati maltrattati in un letto d’ospedale. Nelle infermiere che lasciano marcire le piaghe da decubito di vecchie troppo faticose da alzare.

In chi muore per una pinza dimenticata nell’intestino durante un’operazione.

Li vedo negli aborti facili. Nei bambini venduti, usati e gettati.

Nelle migliaia di poveri ammassati in ogni angolo del mondo.

Li vedo nell’uomo che gareggia a chi mangia di più mentre qualche ragazzino rovista la spazzatura in cerco di avanzi.

Nella carità che non c’è. E in ogni egoismo che prospera invece in abbondanza.

In ogni sopruso quotidiano. In ogni morto ammazzato senza ragione. Perché se per morire non c’è mai una ragione, andarsene "per caso", per una pallottola destinata a un camorrista, trova ancora meno ragioni.

In ogni mafia, in ogni camorra. In ogni terrorismo, di qualunque bandiera e colore.

Nella Terra morente. Nelle nubi di gas che oscurano il sole. Nelle stelle che non si vedono più.

Nei ghiacci che si sciolgono. Nella mano dell’uomo che non è più ospite ma padrone.

Nella pena di morte. Nella lapidazione di una donna che ha peccato, perché ha amato.  

Li vedo, questi giorni del ferro. Li vivo. Li soffro, come tutti. Sono giorni così tisici, così malati. Privi di umanità.

Scomparsa l’etica, tramontato il valore, a noi che resta?

Resta il sogno del ritorno di quell’oro antico in cui il cuore batteva all’unisono l’universo.

Chissà che, facendo veramente silenzio, non si riesca ancora ad ascoltare quel perduto battito.

Un sogno, quello dell’oro. Ma serve a rendere il ferro più sopportabile.

In fondo, senza speranza non ha neanche radice la vita.

 

 

 

Mi ritrovai così, nella stanza,  a inseguire la corsa folle di quel ricordo che si perdeva nelle giornate imprecise della mia infanzia. Stavo lì, rannicchiata sulla bambina che un tempo ero stata. Ma le mie mani non sfioravano le sue piccole mani. Rischiavo solo di schiacciarla sotto il mio peso mentre la stanza diventava una traiettoria che terminava sulla soglia di un dolore mai dimenticato. Ma qual era quel dolore? Non lo ricordavo eppure ne sentivo l’odore. Dolce. Un ricordo di talco e di avena, di pelle di bimbo profumata dagli angeli. «Che strano – pensai – come può una sofferenza trattenere un sapore dolce?». Eppure era proprio così. E all’improvviso capii. Capii che le sofferenze di un bimbo conservano sempre l’odore del cielo dal quale proviene. E’ questa la profanazione più grande, questa sofferenza che entrando nel tempio immacolato dell’infanzia la stupra, la rivolta, ne fa incubo e nebbia ma non riesce ad allontanare il ricordo del cielo. Si vive così sull’orlo di due mondi, cuciti intorno a parole che ancora non sappiamo dire, con la testolina all’insù a cercare quelle galassie in cui galleggiavamo. Anch’io avevo vissuto la mia infanzia così. I giorni prematuri di quel dolore non avevano neanche un anno di vita. Mia madre, il porto di ogni sicurezza, la radice delle necessità, si curvava posando le mani su quel ventre improvvisamente rigonfio di nuova vita mentre io mi disidratavo, assetata di lei, di quella fonte che all’improvviso versava l’acqua della preziosa attenzione sul nuovo seme depositato nel suo vaso di carne e di terra umida.

Sentii di nuovo quel dolore acuto, seppellito da anni di sgargianti impalcature mentali, di corazze intellettive a proteggere quell’antico dolore.

E invece era lì, intatto. Fragile come un uccellino caduto dal nido. In tutti quegli anni non ero mai riuscita a scaldarlo fra le mie mani, a rimetterlo nel nido dal quale era stato gettato. Madre albero di vita e di morte. I giorni dell’assenza erano i giorni dell’attesa di un nuovo figlio imprevisto, erano i giorni delle angosce per un marito latitante che si consumava fra il bar e le donne. E io stavo lì, piccolo uccellino tremante, caduta per sempre da nido.

Quel dolore antico tornava squarciando l’illusione del tempo, gettandomi trent’anni indietro. La tenda si era ormai sollevata, le lacrime premevano sulla superficie. Mi sorprese la diversità di quel pianto che sembrava arrivare dal primo giorno del tempo, del mio tempo, per radicarsi nelle viscere, nel cuore, nella testa. Nella pelle, sotto la pelle. Oltre la pelle. Piangevo tutto il mio dolore di bambina muta finalmente libera di gridare. Piangevo così forte che temevo mi si spezzassero le ossa, frantumando l’unico appiglio stabile con la materia nel bel mezzo di quella tempesta senza tempo, fatta di una storia emotiva, di una storia che fu prima ancora che le parole fossero.

(Aurora Semente – Dove tace il tempo)

 

Ci sono diversi tipi di pianto. C’è il pianto isterico, nevrotico, fatto di tumulti e scossoni. C’è il pianto stizzito, legato a un problema che si fa nodo da sciogliere, da lavare via con le lacrime. C’è il pianto in punta di ciglia, che accompagna emozioni che non abbiamo il coraggio di trascinare fuori. E poi c’è il pianto terribile che tutti dobbiamo sperimentare, quello del lutto. E c’è il pianto amoroso dell’amante tradito, pianto febbricitante, arso, privo di attesa e di speranza.

Ci sono tante lacrime, e tanti pianti. Ma c’è un pianto particolare, antico, che irrompe improvviso e spezza i confini, lapidando ogni resistenza possibile. In quel pianto – che accade raramente e che per questo diventa momento prezioso, reliquia di un contatto particolare da conservare con amore nella memoria – il nostro Sè preme sui confini dell’Io appiccando l’incendio delle lacrime. Incendio doloso. Incendio doloroso. Incendio necessario.

Queste lacrime sono più copiose delle altre perchè hanno bussato a lungo sulla prota della coscienza. Nascono dalla profondità del ventre e a lei ritornano, come fa l’acqua tra la terra e il cielo. Ma in mezzo si innalza l’arcobaleno di una speranza. Perché non c’è conoscenza senza dolore. Mai.

 

 

 

 

La luna delle notti non è la Luna

che il primo Adamo vide. I lunghi secoli

 dell’umano vegliare l’han colmata

di antico pianto. Guardala. È il tuo specchio.

(Jeorge Luis Borges)

 

I versi di Borges rendono omaggio alla luna, l’astro notturno che ha sempre fatto innamorare scrittori, poeti, pittori. E come potrebbe essere diversamente?

Eccola, ogni notte si innalza per l’appuntamento.

Se il pastore errante di Leopardi rivolge a lei le sue interrogazioni sul destino dell’uomo, Shakespeare  ci avvisa del suo umore mutevole: "Oh, non giurar per la la luna, l’incostante luna, che si trasforma ogni mese nella sua sfera, per tema che anche l’amor tuo non si dimostri al par di lei mutevole", dice Giulietta al suo Romeo. Sì, le sue quattro fasi ci ricordano il nostro radicamento nel mondo delle mutazioni, nel divenire terreno che traccia il percorso dei nostri giorni.

La luna è rapimento, seduzione, e allo stesso tempo inganno, sentiero notturno in cui il viaggiatore incauto rischia di smarrire l’orientamento.

Poco importa. Orlando impazzito è salito fin lassù per ri-trovare sè stesso.

 

Chi studia i simboli delle antiche Scienze Sacre (fra cui l’astrologia e l’alchimia) sa bene che a questo astro corrispondono l’Acqua, il Femminile.

Il mondo delle emozioni, mondo lunare per eccellenza, non è mai facile da governare. Quanti inciampi, quante fratture lungo il cammino. Ogni volta che la luna, incerta, trema, sono temporali e alluvioni. Lì, nella notte della nostra passione, brancoliamo nel buio con le mani che cercano disperatamente un appiglio.

La "luna storta" ci rende irascibili. La "luna mensile", il ciclo di ventotto giorni che come marea di donna si gonfia e si ritira lasciando sulla spiaggia l’ovulo non fecondato, è un misterioso appuntamento con le radici dell’essere.

Ma guardando il cielo, di notte, lei è sempre lì, con il suo cerchio che scintilla di bianco, gareggiando con le stelle per il governo dell’amata oscurità che le accende.

Ci commuove, ci trattiene con il suo sussurro materno, indicibile, che parla  una lingua remota, la lingua degli dèi e dei primi uomini che videro innalzarsi l’alba giunti alle soglie della notte che partorì il tempo.

Ogni uomo e ogni donna lo sa. Intimamente lo sa. Conosce la sua magia. Ne avverte l’incantesimo irrevocabile.

Una notte di tanti anni fa, tristissima, mi misi a piangere sotto un tappeto di stelle. Il motivo di quelle lacrime svanisce al ricordo abbagliante della consolazione improvvisa che ricevetti.  Fu una carezza di luce che la luna depose sulla mia guancia. All’improvviso, il peso sul petto smise di premere e il cuore uscì dal recinto.

Sono momenti in cui l’anima trova le ali.

E la luna continua a guardarci, lassù. E noi continuiamo, come sempre, a cercare.