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In versi

 

Il piacere che lo scrittore prova

è il piacere dei saggi.

Dal non silenzio nasce l’essere;

dal silenzio,

lo scrittore genera una canzone.

In un metro di seta vi è lo spazio infinito;

le parole sono un diluvio

da un piccolo angolo del cuore.

La rete dele immagini, lanciata, si allarga

sempre di più; il pensiero perlustra

sempre più a fondo.

Lo scrittore offre

la fragranza di fiori freschi,

un’abbondanza di germogli che sboccia.

Venti vivaci sollevano le metafore;

nuvole si alzano da una foresta di pennelli.

(Lu Ji, Soddisfazione)

 

 

Il poeta-soldato Lu-Ji, condottiero di eserciti ma amante delle parole, allievo di Confucio, regala versi bellissimi nel suo "L’arte della scrittura".

Un ponte verso la saggezza orientale, una strada piena di lumini accesi a segnalare il cammino di un’anima vibrante.

L’enigma dell’universo, la multiforme scoperta delle sensazioni più sottili, la soglia fra parola e respiro diventano ricerca viva, fonte di continua indagine.

Stamani mi sono svegliata con la voglia di attingere a uno di questi versi.

 

 

Quando pronuncio la parola Futuro,

la prima sillaba già va nel passato.

Quando pronuncio la parola Silenzio,

lo distruggo.

Quando pronuncio la parola Niente,

creo qualche cosa che non entra in alcun nulla.

(Wislawa Szymborska, Le tre parole più strane).

 

Io penso sempre che nulla accada a caso. Faccio parte di quelle persone che credono in un disegno che ci collega, un disegno nel quale ci muoviamo, ignari dei fili che noi stessi tessiamo.

Una rete cosmica, in cui oguno si muove spostando, con la sua azione, altri destini. Collegandosi e scollegandosi ad altri disegni.

"Sono una matita nelle mani di Dio", diceva Teresa di Calcutta.

Io non ho l’ho mai amata in modo particolare, Madre Teresa, ma quando ascoltai questa frase rimasi colpita dalla convinzione e dal senso di resa che trasferiva.

Sì, siamo matite e siamo colori. Pennelli. Carboncini.  Schemi prospettici. Figure geometriche. Schizzi. Figure astratte. Squarci di terre. Pezzi di cielo. Il cielo intero.

Siamo tasselli di un magnifico puzzle.

Ne ignoriamo il senso più profondo anche se a volte, per un istante, ci semnra di capire qualcosa.

Qualche giorno fa un nuovo amico mi ha regalato un libro. Attimo, di Wislawa Szymborska.

La mia poetessa preferita. La donna che con il suo libro "Gente sul ponte" veglia sulle mie giornate. Ho un rapporto particolare, con quella raccolta di poesie. Devo averla sempre a portata di mano. Se non la trovo, magari dispersa nel suk della mia libreria (ma, diciamo la verità, anche tutto il resto della casa somiglia a un bazar labirintico), mi sento strana, a disagio. Come se mancasse una parte di me.

Ho postato sue poesie, in passato, nel blog. Qui e qui.

Vi consiglio di avvicinarla, di conoscerla, vi consiglio di diventare suoi amici e abbandonarvi, con  lei, a chiacchiere confidenziali, con quel piacere intimo riservato a pochi.

Ecco, il libro mi è stato regalato da una persona che mi conosceva a malapena, come possono conoscersi due rondini che si incrociano nel volo libero di primavera.

Ma era perfetto. Semplicemente.

Un nuovo volume della mia poetessa.

Nulla accade a caso. Il mondo è fatto di disegni. E di specchi.

Ho visto un pezzettino del disegno colorarsi e brillare.

 

Fermate tutti gli orologi
isolate il telefono
fate tacere il cane con un osso succulento.
Chiudete i pianoforti
e tra un rullio smorzato,
portate fuori il feretro.
Si accostino i dolenti.

Incrocino aeroplani, lamentosi, lassù
e scrivano sul cielo il messaggio:

Lui è morto.

Allacciate nastri di crespo
al collo bianco dei piccioni.
I vigili indossino lunghi guanti neri.

Lui era il mio nord, il mio sud,
il mio oriente e il mio occidente,
la mia settimana di lavoro
e il mio riposo la domenica,
il mio mezzodì, la mezzanotte,
la mia lingua, il mio canto.

Pensavo che l’amore fosse eterno
e avevo torto.

Non servono più le stelle,
spegnetele anche tutte,
imballate la luna,
smontate pure il sole,
svuotatemi l’oceano e sradicate il bosco
perché ormai più nulla può giovare.

(W.H. Auden)

 

Non so perché il pomeriggio tiepido di una tardiva primavera mi ha fatto pensare a questi versi.

Forse perché li ho sempre amati. Forse perché W.H. Auden è un poeta che mi lascia sempre la pelle scoperta. Sì, scoperta.

Questo canto estremo in cui scivola l’addio stritola l’anima che cerca il suo smarrito amore.

W.H.Auden ci regala una poesia meravigliosa, fatta di parole perfette, semplicemente.

Dopo tanti anni, mi commuove ancora.

 

Ancora mettiamo entrambi le mani sul fuoco:

tu per il vino del lungo fermento notturno

io per la mattinale acqua sorgiva, che non conosce i torchi.

Il mantice attende il maestro, in cui confidiamo.

Non appena l’ansia lo scalda, il soffiatore giunge.

Va’ via prima di giorno, arriva prima del tuo richiamo:

è antico, come la penombra sopra le nostre ciglia rade.

Di nuovo egli fonde il piombo nella caldaia di lagrime:

per una coppa a te – occorre solenizzare il tempo perduto -

a me per il coccio pieno di fumo – che sarà versato nel fuoco.

Mi scontro così con te, facendo tintinnare le ombre.

Scoperto è chi esita, adesso,

chi ha scordato la formula magica.

Tu non puoi e non vuoi conoscerla,

bevi sfiorando l’orlo, dove è fresco:

come un tempo, tu bevi e resti sobrio,

le ciglia ti crescono ancora, tu ancora ti lasci guardare!

Io con amore all’attimo protesa sono già, invece:

il coccio mi cade nel fuoco, piombo mi ridiventa

qual era. E dietro al proiettile sto,

monocola, risoluta, defilata,

e incontro al mattino lo invio.

(Ingeborg Bachmann, Poesie)

 

Poco da aggiungere, quando la poesia conosce gli arcani di pensieri e parole, quando traccia soavi combinazioni alchemiche in cui l’anima danza.

La parola resta sospesa nello stupore, dondola sul tempo avanzando verso altri lidi, notturni, liquefatti, misteriosi come questa penombra stessa.

Ecco, in questa domenica uggiosa di maggio, questi versi sono semplicemente perfetti.

 

 

Dipinsi un quadro – cielo grigio – e lo mostrai a mia madre.

Lei disse bello, suppongo.

Così ne dipinsi un altro, tendendo il pennello tra i denti,

Guarda mamma, senza mani. E lei disse

Suppongo che verrebbe apprezzato da qualcuno che sapesse

Il modo in cui lo hai dipinto e fosse inetressato alla pittura.

Io non so sono.

Suonai un assolo col clarinetto del Concerto Per clarinetto di Gounod

Con la Filarmonica di Buffalo. Mamma venne ad ascoltare e disse

Bello, suppongo.

Così lo suonai con la Sinfonica di Boston,

Sdraiata e usando gli alluci,

guarda mamma, senza le mani. E lei disse

Suppongo che verrebbe apprezzato da qualcuno che sapesse

Il modo in cui lo hai suonato e che fosse interessato alla musica.

Io non lo sono.

Preparai un soufflé alla mandorla e lo offrii a mia madre

Disse buono, suppongo.

Così ne preparai un altro usando il fiato per montarlo.

Glielo servii con i gomiti

Guarda mamma, senza le mani. E lei disse

Suppongo che verrebbe apprezzato da qualcuno che sapesse il modo in

cui lo hai preparato e che fosse interessato alla cucina

Io non lo sono.

Così disinfettai i polsi, eseguii l’amputazione, gettai

Le mani e andai da mia madre, ma prima che potessi dire

Guarda mamma, senza mani, lei disse

Ho un regalo per te e insistette perché io provassi

I guanti di capretto blu per accertarsi che fossero della mia

misura.

(Cynthya Macdonald, Complimenti)

 

Guardami. Guardami. Guardami. C’è solo un’ìstanza, nel bambino. Solo una preghiera, dichiarata, che ogni giorno recita come una litania. Guardami. Amami.

Ma non tutte le madri sono capaci di guardare, e di amare. La poesia taglia e non ricuce mai, conosce l’asprezza di rocce montuose, dimenticate, dove l’uomo non si incammina.

E il bambino vuole solo attenzione. Guardami. Amami. Dimmi che esisto. E capita che lei si distragga, che non sia all’altezza di questa pretesa assoluta che succhia via tutto, ingoiandolo dentro quei piccoli occhioni sgranati, fissi, aggrappati alla presenza materna.

C’è un film famosissimo, Mammina cara, in cui la figlia adottiva di Joan Crawford (interpretata da Fay Dunaway) rievoca il rapporto difficilissimo con la madre egocentrica, collerica, incapace di tenerezza.

Ma ci sono tante mammine care, sparse ovunque.

Oggi, forse, sono aumentate. Il dolore più grande di queste mammine care è la trafittura sull’anima, su quella piccola anima che si desta alla vita e che ha bisogno di bere e mangiare amore.

Guardami. Amami. Il bambino non vuole altro. Lei, la madre, è il centro del suo universo e in quello stesso punto si trova anche lui. Lei, ovunque, a circondare il suo mondo e dargli un senso.

Non è facile, a volte, reggere questa pretesa assoluta. Richiede di scomparire, di rimpicciolirsi mettendo altri nel proprio centro. Ma se quel centro in lei non esiste, allora il bambino rimarrà tagliato fuori, per sempre, come un satellite alla deriva nelle infinite galassie.

Guardami. Amami. Sono qui, mamma. Sono qui.

Ma lei non vede. E recide per sempre il fiore di ogni speranza per quella piccola vita che crescerà mutilata, un po’ come un sogno che ci si appiccica addosso ma di cui abbiamo perso le immagini, e che rimane sulla pelle con una sensazione di assenza.

Ci sono assenze strane, assenze maturate da una presenza che mai ci fu. O che fu intercettata fugacemente nel bagliore distratto di uno sguardo, in una carezza nata per sbaglio, che come un incidente sfiorò la nostra pelle ma che rimase lì, sospesa, con la sua involontaria promessa. 

Questa poesia è terribile. Ogni volta che la rileggo sento un gran freddo. Penso a tutti quei bambini che hanno una Mammina cara.

Perché, purtroppo, lei, malgrado tutto, rimane sempre la Mammina cara di cui hanno un furibondo bisogno. E loro, i bambini, si amputano per eliminare la colpa responsabile di quello sguardo mancato, per buttarla fuori dal corpo che lei, la colpa, cattiva, ha contaminato. Se gli occhi di mamma non guardano, allora c’è qualcosa che non va nel bambino. Questo pensano gli scriccioli innocenti che vagano come satelliti alla deriva in altri universi, perché in quello bellissimo, in cui splende il sole materno, a loro è vietato l’ingresso.

E per sempre, anche quando saranno adulti, avranno un desiderio soltanto.

Guardami. Amami.