E’ bello essere in intimità con il proprio corpo. Parlo di quell’intimità che deriva dalla conoscenza di questo strumento troppo spesso ignorato oppure esaltato, divinizzato.

Nella società del fitness e del magropertutti, le palestre continuano a radunare truppe di uomini e donne che passano ore a fare pesi, una marea umana anestetizzata dallo specchio nel quale, mentre si lavorano i muscoli, lo sguardo annega fra pensieri distratti e perlustrazione di pregi e difetti.

Forse è per questo che lo yoga è diventato una moda. E, come tutte le mode, propina maestri e scuole che fioriscono come funghetti, raduna settarismi e intolleranze, pianifica il business. Fa parte del gioco, purtroppo.

E non mi va, qui, di parlare dell’importanza di una disciplina che è filosofica (e per pochi, pochissimi, spirituale), profonda come gli abissi del mare.

Mi interessa dire una cosa semplice, molto semplice (ma non per questo banale): lo yoga ci aiuta a recuperare un rapporto più autentico con il nostro corpo.

Chi, come me, fa un lavoro intellettuale, è obbligato a inseguire la mente tutto il giorno. Diventa una "testa pensante" che spesso divorzia dal corpo, perfino a insaputa del coniuge.

Era accaduto anche a me, come a tanti. Anni fa, l’incontro con lo yoga. E così, piano piano, ho riconquistato pezzetti di me, mi sono riappropriata di quel territorio che mi appartiene da sempre ma che avevo dimenticato. Ci ho fatto amicizia.

Mi sono resa conto che è uno strumento meraviglioso, fatto di armonie, collegamenti, relazioni con lo spazio e con il respiro.

Ci sono parti del corpo privilegiate dalle nostre attenzioni (seni, deretani, decolleté, ecc) ma  in realtà esistono altre aree – magari microscopiche – fantastiche, importantissime malgrado lavorino nell’ombra, dietro le quinte. Sono soldati senza medaglia. Ma sono soldati.

E’ stato straordinario, per me, venire a contatto con la forza dei piedi, con le loro dita che, se ben allineate, ci regalano equilibrio e radicamento al terreno.

O conoscere il polso. E le scapole.

Insomma, un’avventura. Un incontro. Una sfida.

Stai lì, apparentemente immobile mene  raltà sei concentrato sul lavoro di ognicenmntro i musoli, pelle, tendini e nervi.

 A occhi chiusi, senza specchio, recuperi la percezione del corpo, impari a muoverlo misurandone i limiti e le possibilità. Ma, come dire, è un rapporto "sussurrato", quasi segreto.

E mi piace per questo.

 

 

 

 

 

 

 

 

La punteggiatura sembra "piccola" all’interno di un testo ma in realtà è potentissima. La forza non sta sempre nelle cose grandi…

 

 

 

 

 

 

 

No, non sono impazzita.

L’immagine e le parole sono tratte da alcune slide che sto preparando. Sempre prendendo spunto dalle lezioni (il bello è che i formatori, insegnando, sono i primi a formarsi perché trovano sempre nuovi stimoli e nuove idee), questi giorni sto riflettendo sull’importanza dell’immagine abbinata al testo.

Se la combinazione è felice si genera un’alchimia particolare. Come fare?

A mio avviso, la vera "magia" avviene quando l’accostamento è inusuale (un po’ come succede con gli aggettivi e i sostantivi). Come in questo caso. Yoda diventa il simbolo della forza che accompagna quei puntini meravigliosi che sostengono il ritmo di un testo.

Come lui, come il saggio Jedi, sembrano piccoli ma in realtà "la Forza in loro grande è".

 Il matrimonio tra Yoda e la punteggiatura è, appunto, inusuale. Ci si sarebbe aspettato di trovare una sfilza di punti e di virgole, o, più audacemente, un uomo nerboruto. E invece bisogna spingersi ancora più in là, assecondando gli strampalati  vagabondaggi della mente associativa.

Trovarci davanti a un’associazione inconsueta, che spiazza l’abitudine alla prevedibilità, genera una "rottura" nell’attenzione, un picco, un’allerta.

Cerchiamo modi originali per comunicare le nostre idee, i nostri contenuti.

Non si tratta di "epater le bourgeois" a tutti i costi (brutto vizio) ma di sforzarci negli accostamenti meno probabili e tuttavia  sempre collegati attraverso i percorsi analogici.

Funziona sia con le parole (ne parleremo ancora) che con il loro abbinamento ai testi.

Come nei matrimoni, se si infilano sempre le pantofole e non ci si stupisce un po’, presto ci si annoia.

I rapporti fra parole, e fra parole e testi, seguono le stesse leggi delle nostre relazione umane. Se non ci stupiamo un po’, moriremo di noia. E un giorno "dimenticheremo"….

 

 

Stavo andando alla stazione, ieri, in motorino. All’improvviso il centro di Roma si blocca per le manifestazioni che aggregano gli studenti contro il decreto Gelmini. Quelle autorizzate si sono accavallate a quelle spontanee, cambiando continuamente direzione.

In quel parapiglia rischiavo di perdere il treno. Così ho "disatteso" gli ordini di qualche vigile cercando comunque un varco nelle strade proibite (sembrava di dover arrivare a Lhasa cento anni fa…). I miei, a casa, mi aspettavano, insieme a una zia molto malata.

Quando arrivo a Piazza della Repubblica, vengo fermata da un vigile che mi intima di non proseguire. Mi giro e vedo avvicinarsi un corteo annunciato da voci e striscioni. Ma ho ancora qualche manciata di minuti prima che invada l’area, e imploro il vigile di lasciarmi proseguire con il motorino per  non perdere il treno ma per tutta risposta lui mi intima di scendere e proseguire a piedi. Va bene, lo faccio. E inizio una corsa disperata infilandomi fra i primi manifestanti arrivati. Il treno lo prendo al volo, per un soffio.

E mentre viaggio ripenso ai modi del vigile, a come ha risposto, alla sua ignoranza (in ogni senso). E penso che se gli studenti hanno il diritto di manifestare io ho il diritto di prendere un treno.

Forse ogni volta che qualcuno esercita un "diritto" qualcun altro ne subisce le conseguenze.

Forse.

Ogni diritto dovrebbe cominciare dove finisce quello di un altro, direbbe il discendente di un noto filosofo.

Certo è che ieri, quando rischiavo di perdere il treno, pensavo che il loro diritto non era meno importante del mio. E chi stabilisce, poi, la scala dei diritti?

Una persona conta meno di centomila, certo.

Ma se "chi salva una persona salva il mondo intero", chi calpesta i diritti di una persona calpesta i diritti del mondo intero…

A volte occorre riflettere. Ognuno ha il sacrosanto diritto di manifestare, intendiamoci bene.

Ma anche quello di poter raggiungere una stazione e prendere un treno. O no?

Siamo tutti bravi a parlare di tolleranza e di giustizia per quanto riguarda manifestazioni, sciperi e cortei quando i nostri bisogni personali  non vengono lesi.

Ma quando siamo coinvolti personalmente chissà, magari un dubbio ci coglie…

Io ce l’ho fatta, a raggiungere la mia famiglia. Probabilmente, però, qualche multa raggiungerà me.

 

 

Mio nipote Edoardo, Dede “per gli amici”, non fa che stupirci per la profondità dei suoi pensieri. Ha otto anni e come molti altri bambini ogni tanto sforna riflessioni improvvise che sembrano arrivare dalla bocca di un vecchio saggio.
Forse sono così, i bambini. Sono piccoli vecchi, come i nani di Biancaneve.
Non parlo dei bambini cantati da Povia, quelli che fanno Ooooooh!! che meraviglia che meraviglia insieme al verso dei piccioni.
Parlo dei bambini in carne e ossa, quelli che ci in-cantano ogni giorno.
Alcuni sono più fantasiosi, altri più logici. E tutti sembrano conoscere cose che noi non conosciamo, impegnati come siamo a stendere al sole come panni i nostri neuroni, dopo averli centrifugati per bene. Loro no, loro stanno lì e sparano proiettili di saggezza in modo così immediato e spontaneo da farti quasi paura. Sembrano ladri di conoscenza. Forse se la portano addosso, come polvere di stelle, dai cieli lontani che li hanno ospitati prima di nascere.. So che Odifreddi e la Hack si imbestialirebbero, ma me ne frego. Credo che siano anime scese sulla terra, i bambini. Anime giovani o vecchie, ferite o rinvigorite da secoli di conoscenza. Ma non mi va di parlare di metafisica e religione. So solo che per me hanno addosso l’odore degli angeli, quando nascono.
Poi, poi diventano anche piccole pesti che a volte schiacceresti volentieri. Eppure ascoltarli è sempre un’esperienza didattica, per me.
Dede, mio nipote, è un piccolo filosofo, e lo dico astraendomi dal pur legittimo orgoglio di zia.
Davvero, ha collezionato una serie di “imprese” logico- intellettive che lasciano la madre e la nonna a bocca aperta.
L’ultima è strepitosa. All’improvviso, l’altro giorno, si alza da tavola e dice:

Ma se Robin Hood rubava ai ricchi per dare ai poveri, poi doveva rubare a quei poveri che nel frattempo erano diventati ricchi e ridare tutto ai ricchi che ora erano poveri. Ma poi questi tornavano di nuovo ricchi…e quando finisce allora?

Beh, diavolo, ha ragione.
Io ero più romantica, da bambina. Pensavo alle farfalle come a fiori che volano, e altre immagini fantasiose. Lui invece ama la logica, alternando intuito e analisi.

Sono speciali, i bambini. Il problema è che tutti vogliamo essere “grandi” e forse abbiamo troppa fretta di crescere. Ma abbiamo l’occasione di imparare da loro.
Io so una cosa: non ho mai imparato così tanto come dai gatti e dai bambini.

 

Sto traslocando, accidenti. Chi ha fatto traslochi recenti o lontani sa benissimo  quale devastazione fisica e mentale comporta…

Fra me e i gatti (ormai sul ciglio della nevrastenia felina) non sappiamo chi sta peggio!

Ci rivediamo qui fra qualche giorno, quando emergo dagli scatoloni e dalla polvere