La vita è un nastro rosa teso su un abisso.

(Virginia Woolf)

 

E a volte questo nastro sembra davvero fragile. Disperatamente fragile.

E allora ci attacchiamo sopra paillettes dorate, bottonicini colorati, profumi di lavanda e fili argentati.

Ma l’abisso rimane. E il nastro, piano piano, precipita.

 

 

L’esperienza è reale; le parole non sono reali: le parole sono degli altri, l’esperienza è solo vostra.
(B.K.S. Iyengar, L’albero dello yoga)

Anche se ho fatto delle parole un mestiere cerco sempre di tenere alta la guardia. Il fatto è che ho visto schiere di intellettuali e filosofi incantare le folle con le loro sapienti parole, allo stesso modo in cui le mani sapienti dell’amante percorrono il deserto della pelle amata deponendovi rugiada fresca di albe umide.
Ma l’esperienza, poi, ha smascherato l’inganno.
Perché niente ti mette davanti a te stesso come la pratica del quotidiano. Quella che verifica ogni intenzione, ogni limite, ogni incoerenza,
E’ qui che franiamo tutti. Chi più chi meno, anche a seconda del grado di spietatezza con cui osiamo guardare noi stessi. Possiamo anche mentire usando nuove parole. In fondo le parole possono essere spade o coperte. Dipende da come le usiamo.
E, soprattutto, dipende dal loro legame intimo con la nostra realtà. Quella che si basa sull’esperienza, su ciò che realmente facciamo, non su ciò che diciamo.
Le parole sono seducenti e birichine. Danno una forma ai pensieri, li vestono con il loro suono.
Per questo occorrono prudenza e attenzione.
A volte è meglio essere diffidenti. Avvicinarle di soppiatto, scrutando continuamente il confine tra la parola parlata e la parola agita, vissuta.
Non a caso nelle religioni si parla di vivere ciò che si legge.
E invece regna una profusione di oratori pieni di belle parole, in ogni campo (basta vedere il circo politico che precede queste elezioni) ma poveri di significato interiorizzato, realmente vissuto.
C’è una pratica impietosa, crudele. Quella che consiste nel verificare ogni giorno la sintonia delle nostre teorie con il nostro fare.
Sì, l’esperienza è reale (malgrado gli inganni del gioco di Maya) perché è li che le frodi vengono estinte.
E  tuttavia come è bello dondolarsi sulle parole, farsi confortare, cullarsi nel mare del dire.
Poi, però, poi dobbiamo darci da fare.

 

Ambrogio Fogar

Fin da piccolo il mare mi dava un brivido lungo la schiena. Forse era il sogno, la voglia di sfidare l’ignoto come i grandi navigatori che attraversavano l’oceano con i velieri piegati dal vento. Divoravo ogni romanzo con la speranza di vivere la stessa avventura: ce l’avrei fatta da solo, mi dicevo, con le mie forze. Perché avventura è mettersi alla prova, esplorare i limiti estremi della volontà e del cuore. L’avventura è corpo e spirito, braccia e gambe., ma anche luoghi impervi, sconosciuti, simbolici. Capo Horn, per esempio. La convergenza tra Atlantico e Pacifico, dove i gorghi delle correnti si alzano sferzati dal vento è il luogo dove puoi imparare a governare la paura. Davanti a quel promontorio di roccia nera e invisibile, nella notte, ci sei tu e il destino che ti guarda in faccia. Se passi, capisci dove può arrivare il tuo limite. (…). Dopo quella notte maledetta nel deserto del Turkmenistan riesco persino a sorridere e a scacciare la disperazione. Sono diventato come un neonato che non ha nessuna autonomia, ma che ha la conoscenza della vita. Se mi chiedono "Come stai"? rispondo così: sto come uno che ha la mosca al naso e non riesce a scacciarla via

(Ambrogio Fogar, Controvento)

La storia di Fogar mi ha sempre commosso e affascinato. Perché non ha mollato. Non ha mollato mai, neanche quando, costretto su una sedia a rotelle, misurava il soffitto della sua stanza che copriva i cieli stellati che gli avevano fatto da coperta nelle notti solitarie delle sue navigazioni.

Se l’è cercata, verrebbe da dire.

Sì. Se l’è cercata.

Ma ci sono persone che non se la cercano mai.

Di Fogar ho ammirato il coraggio folle che solo alcuni uomini possiedono, quello che ti fa dire sono incoscienti, spiritati, abitati da qualche demone inquieto.

Eppure queste migrazioni estreme, radicali, sfrontate, sono  un luogo di sfida e confronto in cui soli, davanti alla Natura, ascoltiamo il nostro respiro.

Certo, si può anche viaggiare dentro e solcare altri mari, navigare negli oceani interiori fino alla soglia dell’abisso cosmico.

Ma di questi avventurieri, di questi capitani coraggiosi che non sono solo letteratura ammiro la ricerca della sottrazione, lo spogliarsi dei vestiti comodi che il progresso e le abitudini ci hanno cucito addosso. Il gusto della sfida titanica può nascondere ombre (ma chi non le ha?) che si mescolano però alle luci di albe dimenticate dal tempo, che  un contatto selvaggio con la natura può far ritrovare intatte nella loro essenza.

Fogar ha pagato. Ma non si è pentito. E con lo stesso coraggio dei suoi viaggi ha anche affrontato il percorso più difficile, quello della memoria nell’immobilità.

C’è qualcosa di notturno e allo stesso tempo solare, in quest’uomo che voleva "prendere la vita a manciate", qualcosa che sfugge alla ragione che conserva il limite, il perimetro sicuro della sopravvivenza.

Se l’è cercata. Sì. Ma sarebbe tornato indietro, e avrebbe rifatto tutto.

Questo, il vero coraggio finale.

 

 

Tutti abbiamo la nostra coperta di Linus.

Calda, familiare, confortevole, sta sempre lì. Se per caso si usura, eccoci pronti a crearne un’altra. Magari morbida morbida, più di prima.

E poi, poi senza copertina fa freddo.

Stare nudi davanti a noi stessi potrebbe provocarci una polmonite, esposti come siamo ai venti fracassoni dei nostri tormenti interiori, dei nostri limiti veri (e non di quelli presunti), delle nostre incertezze,

Se per caso proviamo a depositarla che accade?

 Brr. Freddo. Tanto freddo. Voglio la mia copertina, Voglio ciucciarmi il ditino.

Ci sono persone e situazioni che rischiano di portarci verso la soglia di un abisso.

Quell’abisso in cui, nudi, precipitiamo in noi stessi.

E allora fuggiamo via, spaventati. Ci infiliamo di nuovo sotto la nostra copertina, cuciamo gli strappi, laviamo con Perlana i colori, cerchiamo di nuovo la sicurezza.

Quante coperte di Linus ci sono?

Tante. Moltissime.

Possono essere i vari fidanzati, focolari, lavori, viaggi, palestre di turno. Perfino le ricerche spirituali possono essere trasformate in copertine di Linus.

Ovunque si trovi la nostra sicurezza, lì sta la coperta.

Ce la mettiamo addosso cambiandola nel tempo inseguendo il mutare dei nostri bisogni, delle necessità.

Ma c’è sempre l’attimo spietato della verità. Quello in cui osiamo guardare davvero.

La copertina fatata delle nostre proiezioni allora cede, si sfilaccia, mostra l’usura. A quel punto, molti corrono a procurarsene un’altra. Altri, invece, restano al freddo.

Impauriti, incerti, tremanti, restano lì.

Senza coperte la vita fa male. A volte penso che crescere significhi semplicemente accettare il dolore di essere non come vorremmo – o immaginiamo – ma come siamo.

Ecco perché, alla fine, ci tiriamo fin sopra la testa la nostra bella copertina di Linus.

Spegniamo la luce. Buonanotte.

 

 

Ci sono giorni in cui penso che questa terra forse non sarà più.

Accade spesso verso le soglie della primavera, quando nuova vita si affaccia alla vita.

E penso che mentre programmiamo le nostre vacanze, bravi bravi, tutti contenti, uno spicchio di ghiaccio si stacca per sempre. E penso che il sole irradia minacce. E che gli uccelli si smarriscono nelle loro sempre più fragili migrazioni.

Mi chiedo cosa possiamo e dobbiamo fare.

Poco, forse. O nulla.

Ma ciò che conta è l’averci provato.

Negli occhi piccini e golosi di vita del mio nipotino vedo riflessa una nuvola scura.

Vorrei soffiarla via, quella nuvola, vorrei essere vento e sgombrare il suo cielo acerbo, solcato da mille promesse, scortato dai giardini belli delle infanzie gloriose.

E mi chiedo quale infanzia, fra un secolo, sarà riservata ai figli dei figli.

Questa terra che muore si porta via un pezzetto di noi.

Ogni giorno.