Qualche giorno fa, in occasione del mio compleanno, un’amica mi ha regalato un mazzo di fiori.

Non sapeva che detesto i fiori recisi, radunati in gruppi cromatici e destinati a riempire il vaso di qualche salotto domestico con la loro agonia.

Ora li osservo sul tavolo della cucina. Resistono, resistono ancora. Ma già la morte ne corrompe il profumo, avvizzendone le forme convesse, il perimetro delicato come quello di una collina al tramonto, curvo sulle cose del mondo.

Poveri fiori. Rubati da sempre per la loro bellezza odorosa di primavere e delizie nascoste, custodite come polline donato alle api.

Ho sempre trovato tristi i negozietti di fiori. Incantano con la loro bellezza tremula, destinata a svanire come il canto di una sirena al risveglio.

Non capisco perché la bellezza va sempre "presa", "catturata", "posseduta". Quasi come se lasciarla lì e goderne la vista fosse inutile.

Invece il mondo ogni giorno ci offre il dipinto più bello. Quello che nessun artista, neanche il più abile, potrebbe restituire nella sua vitale pulsione.

Preferisco, io, fermarmi ad annusare i fiori di un’ aiuola, oppure le stupende magnolie cìhe come fiumi si riversano sui muretti romani nelle giornate primaverili, quando il sole stiracchia i suoi raggi prolungandoli oltre la tenda della sera.

E invece me ne sto, ora, a fissare il vaso con i poveri fiori morenti.

E penso a mio nonno, che nella sua tomba non volle mai nessun fiore reciso.

 

 

 

Capita, a volte, di osservare all’improvviso, un cambiamento. Magari al cinema, guardando un film.
A me è successo con Into the wild, il malinconico, affilato film di Sean Penn.
La vicenda – ispirata a una storia vera – narra delle migrazioni di Chris, un ragazzo poco più che ventenne che decide di seguire la Natura lasciandosi alle spalle la civiltà corrotta. A dire il vero, la spinta, come spesso accade, è data da una ferita profonda, molto profonda.
Il rapporto con i genitori è infatti sofferto, doloroso, segnato da una incompatibilità ormai “fisiologica” che corrompe ogni momento lieto.
E così Chris decide di chiudere con la sua vecchia vita per scrivere una nuova biografia, finalmente libera da convenzioni e condizionamenti. E libera da quei genitori nei quali non si è mai specchiato, frantumando la sua identità in rivoli malinconici e insofferenti.
Ed ecco che il suo viaggio – raccontato in un road movie che attinge però ai grandi miti dell’America pionieristica, come quello dell’uomo solo davanti alla terra selvaggia – diventa anche un percorso dell’anima.
Molto diverso da certe ebbrezze kerouakiane (On the road è una ribellione che corre volentieri sullo “sregolamento dei sensi” e su una certa anarchia poliforme), il film dipinge un intensissimo ritratto interiore nel quale molti possono comunque riconoscersi.
E tuttavia, tuttavia io, che ho fatto del viaggio materia di esplorazione e di studio, all’improvviso ho capito di avere, a un certo punto della mia vita – non so bene neanche quando – saltato un fosso, approdando a una dimensione diversa, non necessariamente più “matura” ma senz’altro più riflessiva.
Mi sono cibata di Chatwin, ho amato la grande letteratura di viaggio perché nel viaggio vedevo e sentivo la possibilità di un altrove diverso dalla fuga – trasformato anche in articoli- ma poi, come dicevo, qualcosa è cambiato. Forse perché ho capito che quella ferita che ci fa migrare, ci fa fuggire in spazi ampi e selvaggi, può essere “curata” anche stando fermi. Invertendo la rotta, passando dall’estensione esteriore a quella interiore. Dentro di noi ci sono brughiere più odorose e umide di quelle inglesi, siamo attraversati da mari profondi come gli oceani, i silenzi di cui godiamo hanno lo stesso sapore di quello che veglia su tutti i deserti di questa terra. E abbiamo estati e inverni, e odorose primavere che si alternano all’uggia di ogni autunno. Ci sono lupi, agnelli e uccelli esotici. E albe e tramonti che annunciano cieli stellati.
Ecco, ecco dove possiamo andare. L’Alaska non è solo un luogo geografico, è uno spazio interno. Ma raggiungere queste lande è molto difficile proprio perché sono così vicine, separate solo da un soffio. O dalla pulsazione del nostro cuore.
Perciò ho avvertito, guardando il film, la misura di un cambiamento. L’avventuriera, la zingara della mia adolescenza si è trasformata, ha cambiato direzione cercando di sfiorare altri spazi, altre immensità. Che poi riesca ad annusarle soltanto è un’altra storia. Ma un certo profumo, un certo profumo non si dimentica. Mai.

 

 

Mi hanno prescritto una cura particolare: "la passeggiata dell’ignoranza".

"Figliola – mi ha detto il mio medico, un omeopata centenario che gode di ottima salute – lei deve assolutamente prendersi cura di sè. Le prescrivo la passeggiata dell’ignoranza, un’ora al giorno".

Mi ha spiegato che gli antichi la chiamavano così. Una passeggiata senza meta, né pensieri martellanti.

In fondo, somiglia tanto a una meditazione, a un ristoro dell’anima che apre le ali e si distende un poco sotto il suo cielo.

In questo mondo ossessivo, urlato, pieno di nevrosi individuali e collettive, la passeggiata dell’ignoranza è un ritorno…all’antica sapienza.

Viviamo nella cultura del fare. Produco ergo sum.

Sono dunque consumo.

E via così, nello sciame quotidiano che oscura paesaggi e città con i suoi moti epilettici.

L’andare senza meta fa invece bene. Perché non avere meta è la meta più ambita, come sa chi cerca una profonda vita interiore.

In quei momenti è forse possibile sfiorare il presente, infilarcisi dentro  fra una memoria passata e un pensiero futuro.

E penso a quante mete sbagliate, a quante griglie prestabilite che ci intrappolano nel nostro tran tran.

Da questa giostra, io cerco (invano) di scendere, perciò il consiglio del vecchissimo, saggio medico mi ha molto affascinato, richiamando alla mente le passeggiate senza direzione e senza scopo che mi regalo soprattutto d’estate, tornando alla cittadina natale.

Camminare è terapeutico, ma farlo seguendo una prescrizione medica è davvero fantastico.

Ai miei "Se…" "Ma.." "Non ho tempo tutti i giorni…" "Il lavoro.." lui ha risposto, categorico: "Passeggiata dell’ignoranza".

E mi ha fregato.

Sì, perché conosco le virtù dell’antica sapienza, il suo "sapere di non sapere" che ha acceso scintille nelle culture di tutto il mondo.

Abbandonare la presa senza pretendere di schedare, dirigere, organizzare, è la cura migliore nei momenti difficili.

Anche la più difficile, probabilmente.

Ma io ho deciso di camminare. Cercando di scordare quello che so.

 

 

 

 

 

Qualche giorno fa la mia insegnante di yoga mi ha detto qualcosa che mi ha fatto riflettere molto. Stavo cercando – invano – il punto di equilibrio che permette di sollevare le gambe da terra con facilità per effettuare le famose posizioni invertite, a testa in giù.

Si tratta di un punto "magico" in cui la gravità scompare e le gambe si sollevano da terra con una leggerezza incredibile, quasi come sollevate da mani invisibili. Non c’è più gravità, non c’è più peso.

E’ come entrare nel moto di una spirale che ti tira su.

Un giorno ce l’avevo fatta, finalmente. E avevo provato una leggerezza incredibile.

Non ci sono più riuscita.

Inutilmente ho ricercato quel punto, quasi impercettibile eppure così potente.

Mi stavo lamentando quando Patrizia, la mia insegnante, mi ha ricordato che non si deve mai dare nulla per acquisito.

Una volta raggiunta una posizione, una postura (che è simbolo e metafora di mille altre "posture" che riguardano tutta la nostra vita), non bisogna mai dare per scontato il successivo raggiungimento della medesima posizione.

Ogni raggiungimento non è un vero raggiungimento. Non si raggiunge mai nulla, in realtà. Anche perché non è nella meta finale (la postura) che ci si sviluppa, ma è nel percorso. E’ nello sforzo che si fa, nella tensione verso.

Ha ragione. La vera bellezza è nell’apprendimento, la vera bellezza giace nell’affinare, momento dopo momento, la nostra "postura", sia interna che esteriore.

E pensare di aver acquisito qualcosa è un errore. Non c’è vera acquisizione, alla fine.

Il voler "afferrare" qualcosa ne uccide la vita.

E il ricominciare da capo, il sapere che nulla è scontato, comporta un insegnamento prezioso.

Così proverò e riproverò, ogni giorno.

Anzi, come dice Yoda al giovane Luke Skywalker:

"Tu no prova, tu fa".

 

 

Quando ci alzammo, ci risistemammo i vestiti e Paolo stirava con le mani le pieghe del copriletto perché non si vedesse che ci eravamo coricati. Poi riaprì la porta e fu come se niente fosse stato, eravamo di nuovo due ragazzi innocenti che sentono musica e  chiacchierano del più e del meno. Pensai quanto l’innocenza e il peccato siano vicini, quasi indistinguibili se solo un giro di chiave li divide.

(Paola Mastrocola, Più lontana della luna)

Leggendo il libro gli occhi hanno indugiato su questo brano, sono tornati indietro più volte. E sì, perché c’è una profondità assai stimolante in questa immagine.

L’innocenza e il peccato sono vicini, vicinissimi. Divisi solo da "un giro di chiave", da una prospettiva modificata da elementi a volte infinitesimali, come la grandezza del buco di una serratura.

Come accade con i bambini, che all’improvviso smettono le ali d’aneglo (asessuate, ovviamente) per farsi attraversare da un fulmineo moto di malizia, repentino ma accessibile.

Ricordo, a questo proposito, l’immagine di una bimbetta che camminava davanti a me sulla riva del mare. Sarà accaduto diversi anni fa, ma la ricordo benissimo.

Stavo avanzando, lei mi guardò con occhi sornioni, strizzati per il sole troppo invadente. Poi mi tagliò la strada intrufolandosi nello spazio per camminarmi davanti.

Era piccolina, magra. Avrà avuto cinque, sei anni. Sui capelli biondi portava un bel nastro. Il costumino rosa, con le frappe intorno alla vita, le finiva dentro il culetto.

All’improvviso, la bambina dal volto d’angelo mi sembrò una esperta Lolita. Camminava sculettando, con un’andatura in qualche modo consapevole della malizia, della seduzione che emanava il suo corpo ancora acerbo.

Si infilò gli occhiali da sole dimenandosi ancora di più. Ondulava con voluttà, come una cortigiana in miniatura.

Ho pensato a Freud, a cosa scriveva – scomodando il lindore del pensiero borghese -  dei bambini che hanno una sessualità precisa, definita. Che non sono solo i "figli del cielo" che amiamo vedere. Sono anche attraversati da Eros, che con il suo fuoco incendia pensieri ancora non coscienti, guida posture accattivanti, attira verso il mondo magmatico degli adulti in cui scorrono fluidi e misteri assorbiti dalla precocità.

Già, basta un giro di chiave. Basta il perimetro di una serratura.

 La vita, la vita è anche un arcano gioco di sottili ambivalenze.